Femminismo

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25 Novembre Nov 2018 0724 25 novembre 2018

Uomini che partecipano alla Giornata contro la violenza sulle donne

Un'attivista del gruppo Maschi che si immischiano ci ha spiegato perché è importante che papà, fratelli, mariti, fidanzati, amici aderiscano alle iniziative del 25 novembre e diventino femministi. 

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Giornata Violenza Sulle Donne Maschi Che Si Immischiano

«Non farle ciò che non vorresti fosse fatto a te». Un concetto semplice. Sullo sfondo, l'immagine di un uomo con un livido scuro attorno all'occhio. In un'altra fotografia, un ragazzo rannicchiato contro a un muro, che si copre il volto, come a volersi nascondere. In un altro manifesto, invece, in primo piano i piedi di un uomo su un tavolo dell'obitorio. Sempre con la stessa frase. Un racconto della violenza al contrario, scelto per raggiungere più persone possibili. E più uomini possibili. È la campagna ideata dai Maschi che si immischiano, un gruppo di undici persone nato a Parma nel 2016, dopo l'ennesimo caso di femminicidio che aveva colpito la città, da un'idea del consigliere Stefano Fornari. E nello stesso anno si sono 'immischiati' per la prima volta al corteo cittadino organizzato per la Giornata mondiale contro la violenza sulle donne: «Siamo partiti in un gruppo di soli uomini e ci siamo uniti alle manifestanti, come due mani. Lasciando, però, sempre a loro la possibilità di stare davanti. Perché, in nessun modo, noi vogliamo prevalere. Il nome è nato da quell'episodio», ci ha spiegato Cesare Pastarini che è in Maschi che si immischiano fin dalla sua fondazione. Attualmente ne fanno parte dieci uomini e una donna, che loro definiscono «una musa ispiratrice». Insieme continuano a promuovere la lotta alla violenza di genere: «Partiamo dai dati Istat. Ci dicono che quasi una donna su due, nel corso della sua vita, è stata vittima di abusi e molestie. Tutti, potenzialmente, possiamo trovarci nella necessità di sapere cosa fare per aiutare chi è in difficoltà. Può essere un'amica, la nostra vicina di casa, una nostra parente. Chiunque»

DOMANDA: Quindi, per questo 25 novembre, avete messo gli uomini (almeno nelle immagini) nella posizione più debole.
RISPOSTA: Sì. Abbiamo deciso di lanciare la campagna Non fare a lei proprio in quella data in occasione della partita di rugby Zebre-Munster. Per questo abbiamo tradotto i volantini anche in inglese, per i tifosi avversari. Inoltre la squadra parmigiana ha scelto di scendere in campo con i calzini fuxia.

Non è la prima volta che scegliete un evento sportivo.
No. Lo abbiamo già fatto nel 2017, a una partita del Parma Calcio. In quell'occasione abbiamo riempito i sedili dello stadio Tardini delle nostre cartoline fuxia. La squadra, poi, ci permise di tenere uno striscione fisso, nella curva Sud, che ricordava quante sono le violenze Italia.

È faticoso coinvolgere “i maschi”?
Sì. Padri, mariti, fidanzati, fratelli, spesso, non capiscono che la violenza non va pensata solo in termini di femminicidio. È una piramide che, alla base, ha mancanza di rispetto e magari la tendenza ad alzare la voce.

Insomma il fenomeno è ancora molto sottostimato.
Per questo probabilmente molti, quando partecipiamo ai cortei, dimostrano un chiaro pregiudizio. Per questo il nostro slogan è: «Il problema siamo noi e noi siamo anche la soluzione».

Vale lo stesso discorso per i più giovani?
Anche loro non sempre si rendono conto del problema.

Per questo è importante combattere la violenza sulle donne partendo dalla scuola.
Io farei iniziare percorsi educativi di sensibilizzazione dalla terza elementare, per poi continuare con un lavoro enorme alle medie e alle superiori. Noi lì ci andiamo, ci invitano alle assemblee di istituto. Si deve partire dalla didattica, come diceva don Milani. Negli istituti, è capitato che qualche ragazza si avvicinasse per raccontarci episodi di vioelnza. Quindi il problema esiste, anche tra di loro.

Quindi il vostro lavoro continua anche dopo il 25 novembre?
Certo: organizziamo incontri e abbiamo poi avviato, tempo fa, la campagna Prendi il bus: d'accordo con l'azienda dei trasporti locale abbiamo diffuso, gratuitamente, tanti manifesti. Con l'obiettivo, anche in quel caso, di sensibilizzare nelle azioni quotidiane. Come quella di prendere i mezzi.

Da uomini, come commentate l'enorme risonanza su abusi e molestie scaturita dal movimento #MeToo?
Qualsiasi cosa serva a poterne parlare è fondamentale, secondo noi. Poi ci sono i toni, se vai fuori dalle righe, anche se hai ragione, passi dalla parte del torto. Ma quando tu gridi un problema e lo metti in evidenza, tutto diventa importante.

Perché, secondo lei, per un uomo, è ancora così difficile definirsi femminista? Pubblicamente lo fece forse soltanto l'ex presidente Obama.
Perché, spesso, negli ambienti di lavoro vieni visto come un diverso, se lo dici. Capita soprattutto con gli amici storici con cui sei cresciuto e con cui, sicuramente, non hai parlato di battaglie femministe. Poi dipende anche dall'età.

In che senso?
Io ho 50 anni e vivo un'età di mezzo in cui è ancora possibile fare un passo indietro. Un 60enne non dirà mai di essere femminista. È più facile che lo dica un 70enne, perché ha vissuto le battaglie del '68.

L'hanno mai presa in giro quando si definisce femminista?
Assolutamente sì.

Lei ha figli?
Due. Femmine. Chissà se, da adulte, si ricorderanno di questa mia battaglia.

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