23 Novembre Nov 2018 1548 23 novembre 2018

Ester Viola, «Gli Spaiati» e il mondo degli ipocondriaci sentimentali

Esistono i non tagliati per le relazioni?, si chiede nel suo nuovo libro, dove la protagonista Olivia, come tante di noi, ha un istinto speciale per le sciagure amorose.

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Ester Viola Gli Spaiati

Passiamo buona parte della nostra vita a cercare la fantomatica persona giusta, quella che quando la trovo posso finalmente darmi pace. Ma mentre bruciamo energie in questa corsa, soffriamo, piangiamo e ci interroghiamo decine di volte al giorno sul perché una relazione non ci rende complete o sul perché lui non ci vuole abbastanza, ci facciamo troppo poco spesso un'altra domanda: siamo davvero tutti adatti a una vita a due? Siamo tutti fatti per essere la perfetta metà di una coppia? A questa pesante domanda risponde Ester Viola, avvocata e scrittrice, attraverso le pagine del suo secondo libro edito da Einaudi, Gli Spaiati. «Spaiata è quanto ti chiedono Stai con qualcuno? e la prima risposta che ti viene è sempre No. Anche se stai con qualcuno. Essere spaiati è avere un istinto speciale per le sciagure sentimentali».

Ester Viola.

OLIVIA E LA SUA IPOCONDRIA SENTIMENTALE

Protagonista del romanzo, sequel di L'amore è eterno finché non risponde, è Olivia Marni, avvocata divorzista ed esperta di catastrofi amorose (le sue, prima di quelle dei suoi clienti), che alla fine del primo libro, dopo varie vicissitudini di cuore, si era messa insieme a Luca, il suo capo nonché ex - anche se di tanti anni prima - della sua migliore amica Viola. Ne Gli Spaiati Ester racconta l'evoluzione di questa storia: Olivia si trasferirà per amore dalla sua Napoli alla grigia, spigolosa e patinata Milano, dove ambientarsi sarà faticoso perché ogni giorno le mancheranno il sole campano e la vista sul golfo, ma non solo. Si imbarcherà in una nuova avventura con Luca, padre separato: quella della convivenza, terreno perfetto per un'ipocondriaca sentimentale. «Quando vai a vivere con lui devi prepararti alla presenza del terzo inquilino: la paura».

LA SOFFERENZA IN AMORE SI RIDUCE SEMPRE ALLA DOMANDA: «È TUTTO QUI?»

La paura - di stare da soli, di essere lasciati, di tradire, di non saper amare - è anche uno dei temi che la scrittrice tocca ogni lunedì con delicatezza e leggera profondità nella posta del cuore Ultra Violet che cura per Vanity Fair. Parole, quelle di Ester alle lettrici, in cui tante di noi si rivedono, perché alla fine le storie d'amore si assomigliano tutte, lo schema non cambia. «Trovi sempre la frase adatta a te, quella da ripeterti nella testa quando le cose vanno male», mi spiega. E poi c'è un aspetto terapeutico per chi scrive: «Ci si sente già meglio già alla fine della lettera, sai perché? Ci si costringe da sole, nero su bianco, a mettere ordine al proprio caos. Una volta che tutta quella sofferenza riesci a contenerla in una pagina, ti rendi conto che è quasi banale, e ti chiedi: Tutto qui?, Sì tutto qui. E così ci si sente meglio».

DOMANDA: Avvocata, scrittrice, 'oracolo' delle lettrici femminili. Stiamo assistendo all’ascesa del fenomeno Ester Viola. Questa notorietà come sta cambiando la tua vita?
RISPOSTA:
Per ora è tutto com’era: casa, metropolitana, studio legale, casa. È cambiata la casa. La città adesso è Milano.

Cos’è l’ipocondria sentimentale? E perché hai deciso di dedicarle un libro?
Perché non sapevo rispondere a queste due domande: Esistono i non tagliati per le relazioni? - E poi: La solitudine (non intenzionale) di alcuni è questione di carattere o di circostanze?.

E ne Gli Spaiati hai cercato di rispondere attraverso i tuoi personaggi.
Sì, me ne sono serviti una ventina. Sono loro, gli apparentemente secondari nella trama, che la spiegano. Dalla cliente col figlio surgelato fino a Viola, l’indipendente cronica, la collezionista di rancori.

Che differenza c’è tra Spaiati ipocondriaci e Spaiati per legittima difesa?
Forse una differenza c’è, ma smette di essere importante se consideriamo che l’effetto – dell’ipocondria e della legittima difesa - è lo stesso. Eccesso di analisi, senso dell’anticipo per la tragedia. Autosabotaggio.

Qual è il contrario di Spaiati, se c’è?
È nell’incipit. «Li vedi al ristorante, al cinema, nei negozi di arredamento mentre discutono di un tavolino da divano, ai compleanni in famiglia, nei supermercati e in aeroporto quando partono e si sorridono con i passaporti in mano. Ci sono quelli a cui viene naturale, stare insieme. E vorrei tanto essere una di loro». Eccoli: mi sembra sia più facile riconoscerli che definirli.

Quanto c’è di autobiografico nel libro? Quanto Ester è Olivia?
Dipende dalla pagina. A volte sono io, a volte Olivia è solo carta. «Non c’entro niente con i protagonisti del libro» non è mai vero, non può essere vero. Ma dire «sono io» sarebbe un’esagerazione.

Olivia rappresenta Napoli mentre Luca Milano. E nel libro il paragone Milano-Napoli è quasi esasperato. Il modo di vivere le relazioni è davvero territoriale o dipende dalle città? Per esempio, sarebbe lo stesso per un’accoppiata Venezia-Genova o Bologna-Cagliari?
Quella è l’unica accoppiata che avevo a disposizione. Conosco Napoli e adesso vivo a Milano. Ma le città non mi servono tanto per raccontare le relazioni, mi piacciono per i dettagli. Hanno caratteri, le città. E posso smontare l’accusa di luogo comune.

Vai.
La sicurezza che ho quando tocco Napoli non ce l’ho con Milano, per esempio. E c’è un motivo. A Napoli ho passato in rassegna quasi tutti gli uffici delle amministrazioni. Inps, Agenzia delle Entrate, Tribunali... Sono passata per le stanze della Regione. Ho passato ore in fila un po’ ovunque. Ho preso mille metropolitane e tutti i dispetti possibili quella città me li ha fatti. A un certo punto senti che hai una specie di diritto di saperne qualcosa, di poterla raccontare meglio degli altri. Hai più cose. Non per averle viste, ma per averle subite. È come doverselo guadagnare, lo sguardo su quella città. È un pensiero inammissibile, me ne rendo conto. Ma ce l’ho.

E a Milano?
Qui invece sono arrivata da poco, non ho ancora preso le misure. Ammesso che se le lasci prendere – e non mi sembra. Tornando alla domanda, se intendi che il distacco Milano-Napoli fosse fin troppo facile da scrivere e banale (e divertente, almeno per me), sì. Sono d’accordo con te.

Scrivi: «Per me la felicità è sempre stata una cosa a orologeria, una specie di pericolo. Quando sono felice sprofondo», «per me felice è solo un avvertimento, l’anteprima di qualcosa, della catastrofe». Perché non riusciamo mai a goderci i momenti e ci vediamo già sull’orlo di un burrone?
È un lungo discorso che comincia dalla Grecia. Ate, invidia degli dei, poi Hybris. Non è una domanda per me. Forse non è una domanda per nessuno. Succede, avere paura, tutto qui. Ha a che fare col senso di perdita. «Mi è capitata una cosa buona, e adesso? Che rischi corro?». Uno, il più grande: di non averla più. Forse non è nemmeno una paura antica e pregiata, è solo un riflesso condizionato vecchio come il mondo.

Curi una rubrica molto seguita su Vanity Fair. Rispondere ai problemi di cuore è terapeutico?
Non per me, lo è per loro. Me le risposte non c’entrano. Chi scrive, scrive un giorno in cui si sente particolarmente demotivato e debole. E non perché pensa davvero che le parole di qualcuno possano servire. Le mie o quelle di chiunque. Scrive per sé. E alla fine leggerà quello che gli è successo, ma senza le variabili emotive. Insomma deve eliminare la tragedia, il melodramma, deve spiegarmi i fatti come sarebbero se li stesse raccontando una persona più obiettiva di lui. È lì che trovi il passaggio fondamentale.

Quello in cui capiamo che sopravviveremo nonostante tutto?
Da «sto morendo di dolore» al momento successivo in cui il te stesso ragionevole ti fa capire: «Non hai niente, anzi francamente sei pure ridicolo». È come se il narratore si calmasse perché vede che la narrazione in fondo è facile. Cerco di spiegare meglio: quell’inferno che avevi in testa e che sembrava colossale, eccolo lì, è bastato a riempire giusto una paginetta. Una paginetta è tutto quello che c’è da sapere di te e della tua sciagura. Forse dopo che l’hai scritta, la pagina, è allora che puoi voltarla.

La critica che ti ha ferito di più, se c’è stata?
Sì. È una domanda. Questa: «Non ci vieni più a Napoli?».

Nel 2016 dicevi che per molti inserire screenshot di Facebook o WhatsApp nei romanzi faceva a pugni con la letteratura. In questi due anni qualcosa è cambiato?
Franzen l’ha fatto. In Eleanor Oliphant gli ingranaggi psico-social sono insuperabili ed è un libro con il giudizio di «capolavoro adorabile» della critica – e dei lettori non ne parliamo. Vostro Onore, due esempi così credo che bastino per non doverci preoccupare mai più.

Alla fine, Ester, dicci una cosa: la prova di coraggio è andarsene o restare?
La prova di coraggio è che ancora siamo qui a chiedercelo dopo tre mila anni di letteratura e 150 di psicoanalisi. Come se potesse sbucare una riposta buona da un momento all’altro.

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