22 Novembre Nov 2018 1726 22 novembre 2018

Adele Nigro: «Perché c'è sessismo nella musica? Chiedetelo a Calcutta»

In questo mondo «esistono i maschi e questa nuova forma di vita, le donne che suonano». E per trovare una soluzione, gli uomini devono esporsi. L'intervista.

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Adele Nigro ha 24 anni, è originaria di Verona e da tre suona con il progetto musicale Any Other. Dopo aver terminato il tour che l’ha portata in giro per l’Europa, per lanciare il suo secondo album Two, geography, è a Milano per prepararsi alle prime date italiane e registrare in studio. Adele è forse un caso più unico che raro in Italia: una delle poche a venir chiamata a suonare per altri, vedi Colapesce o Myss Keta, e ad avere un nutrito seguito anche all’estero, complici i testi in inglese, o forse un sound che sembra tutto fuorché italiano. Adele Nigro sin dai suoi esordi non ha tenuto nascoste le sue idee, molto nette, su femminismo, discriminazioni e sessismo, argomenti che puntualmente emergono nelle sue interviste. Precisiamo la nostra chiacchierata con Adele è precedente alla denuncia di molestie sessuali da parte di Federico Fiumani, leader dei Diaframma, nei confronti dell'organizzatore del Supernova Festival: un esempio assolutamente positivo, ma più unico che raro.

DOMANDA: Adele, come sono cambiati il tuo stile e la tua immagine dal tuo esordio?
RISPOSTA: Non nascondo che negli anni che separano dall'uscita del mio primo disco ho ricevuto delle pressioni per mostrarmi più femminile, anche all'interno di relazioni sentimentali. Cose tipo: «Perché non ti fai crescere i capelli?». Per quanto diciamo di essere forti, io come tutte le altre, le pressioni ci attaccano. Razionalmente non sei d'accordo, però finisci per chiederti se saresti nello stesso modo se non ti avessero fatto pressioni di questo tipo. Ma c’è anche un lato più costruttivo.

Per esempio?
In passato ero molto in conflitto con la mia parte femminile, perché la femminilità è qualcosa che viene sminuita e ritenuta frivola. Penso di aver fatto pace con questo aspetto di me che avevo sempre rifiutato. Sono bravissima a suonare anche se mi trucco!

Questo cambiamento ha riguardato anche la tua musica?
In effetti sì, fa parte dello stesso grande quadro. Mi ricordo quando ho fatto il primo disco, non parlavo mai d'amore perché ero vittima del pregiudizio per cui le ragazze parlano solo di sentimenti nelle canzoni e mai di crescita personale, cosa per altro non vera. Volevo mostrare che pur non essendo un ragazzo potevo parlare di depressione, del mio posto nel mondo, e così via. Invece questo disco parla solo d’amore, di una relazione.

Una novità!
Sì, non sarei mai riuscita a farlo tre anni fa, proprio per non ricadere in questo cliché. Mi sono detta: se ne parla un uomo, viene visto come sensibile e se ne parlo io che non sono un maschio diventa banale? Sto arrivando a una consapevolezza molto profonda. Da piccola pensavo che per essere veramente femminista dovessi mostrare un diverso modo di essere femminile, meno convenzionale. Invece non è questo il punto. Se voglio essere perfetta o se voglio fare schifo, le cose non sono in conflitto l'una con l'altra e va bene così.

Sul tuo account Instagram affermi di non riconoscerti con il genere femminile né con quello maschile e ti definisci non-binary, è così?
Sì, per me è una cosa assolutamente normale, ma mi rendo conto che può essere disorientante. Mi dicono che sembro una ragazza, e mi viene chiesto perché non mi sento tale. Nelle interviste, non so quanto venga recepito ma parlo sempre di me come non-uomo, e non come ragazza, ma alla fine mi trovo a farlo per semplificazione. Nella realtà dei fatti non mi sento né uomo né donna, sono categorie per la mia identità che mi stanno strette e voglio sentirmi libera di non dover rispondere a un copione predefinito. È una cosa che in Italia per esempio non si discute mai: io vengo messa nel calderone delle donne, per quanto mi stia stretta quella definizione.

Il mondo della musica come si pone rispetto all'identità di genere?
Tra gli addetti ai lavori c'è parecchia ignoranza su tutte le questioni che la riguardano. Esistono i maschi e questa nuova forma di vita, le «donne che suonano», e poi noi, che siamo dei freak. C'è una parte di me che vorrebbe smettere di pensare a questioni di sessismo e discriminazione, ma se non ne parlo è un'occasione persa per far emergere il problema.

Parliamo di sessismo dunque. Qual è la tua esperienza?
Ci tengo a fare questa premessa: il sessismo non è un problema legato alla musica, ma alla società, non è specifico di questo ambito e sussiste in questo recinto come in altri, né più né meno. Le discriminazione vanno dalle meno gravi, tipo quelle verbali, ad altre che hanno conseguenze professionali: persone a cui vengono riconosciuti i tuoi meriti, o persone che ti screditano e che lavorano più di te per questo motivo e se provi ad alzare la mano sei una rompicoglioni.

Le situazioni più al limite?
Persone che diventano inopportune ai concerti, mani che si allungano, promoter che ritengono accettabile venire quasi sotto casa tua, oppure altri artisti maschi che ti fanno proposte imbarazzanti. Tutte queste cose a me sono successe, ma di per certo so di non essere un caso isolato. A Giorgieness avevano fatto dei fotomontaggi disgustosi ad esempio. Certe cose ai maschi non succedono.

Tu come hai risposto a questi avvenimenti?
Recentemente ho ricevuto dei commenti offensivi sulla mia pagina di un troll che metteva in dubbio la mia capacità di suonare la chitarra. Io so suonare, sono brava e so di esserlo: adesso i commenti non mi toccano, ma magari tre anni fa mi avrebbero ferito, come potrebbero ferire qualcun’altra adesso.

Cosa consigli a chi subisce queste pressioni?
Non direi mai «Non farci caso sono dei cretini», è una frase che ti fa sentire una nullità. Non bisogna lasciarli perdere, perché se lo fai continuano, come i bulli a scuola. Non puoi rispondere con altri insulti e a te resta la responsabilità di fare qualcosa, anche se non sarebbe compito tuo educarli. Sarebbe utile avere una risposta a livello collettivo, dimostrando che l'atteggiamento aggressivo non è la norma, che c'è supporto verso chi subisce. Cosa che spesso manca totalmente.

Penso ad esempio a quello che è accaduto a CRLN ad agosto.
Nel suo caso l'errore è stato di Gemitaiz, che invece di fare una dichiarazione pubblica dissociandosi dall'accaduto e magari condannandolo, ha dichiarato di non essere intervenuto perché non era presente, scollandosi totalmente dalla cosa. Il supporto in prima battuta lo intendo come un'azione, anche lanciare un messaggio pubblico. Perché nessuno della produzione lo ha avvisato di quello che è successo sul palco prima? Non c'era davvero nessuno o perché chi c’era ha pensato che non fosse importante? Fa più comodo stare zitti piuttosto che perdere un gruppetto di fan. Dare supporto è anche questo, prendersi la responsabilità di quello che succede sotto il palco.

E zitti sono stati.
Certo. Io, nel mio piccolo, come altre artiste indie, ho scritto qualche parola di supporto a CRLN. Ma gli artisti uomini invece, dove erano? Perché nessuno ha detto niente? Durante la promozione di questo disco spesso mi hanno chiesto perché esiste il sessismo nella musica. Andate a chiederlo agli uomini. Chiedetelo a Colapesce, a Calcutta, a Cosmo. Non dovreste chiederlo a me, non sono io il problema.

La soluzione secondo te è coinvolgere gli uomini?
Assolutamente sì, quantomeno chiedere conto a loro per ciò che riguarda il loro atteggiamento. Normalmente si chiede a chi aggredisce, a chi «tira la sberla», non a chi la subisce. Se chiedete a me perché c'è il sessismo non posso rispondere. Perché agli uomini non vengono poste queste domande?

Hai fatto tanti concerti all'estero, ci sono secondo te delle differenze con l'Italia?
Sì, perché esiste un dibattito molto più attivo sulle scene musicali. Un caso come quello di CRLN, per come è stato gestito, in altri Paesi, come UK, Germania, Paesi Bassi, non sarebbe tollerabile. Sembra che qui nessuno si sia posto il problema nei confronti di Gemitaiz. Certe cose fuori dall'Italia non si discutono neanche più perché sono date per assodate, e la consapevolezza è trasversale. Se penso alle interviste fatte all'estero, nessuno mi chiede come ci si sente a essere donne discriminate nella musica; perché non va più bene, non è una norma di cui ci si rende conto solamente ora.

In Italia quindi c'è ancora molto da lavorare.
Non voglio fare l'esterofila, però lì almeno sono tutti d'accordo che certe cose siano fuori discussione. La conseguenza è che chi non è un maschio all'estero ricopre ruoli più significativi in una quantità che in Italia non ho mai trovato. Non certo perché queste figure non esistano in Italia, ma perché c'è un sistema che non permette loro di emergere. Ti faccio un esempio.

Prego.
La mia agente di booking, Anita, al liceo suonava la batteria, ma ha smesso sentendosi ripetere che non era brava abbastanza. Mi viene da chiedermi, dove sarebbe potuta arrivare se nessuno gli avesse detto che era scarsa? Anche a me lo hanno ripetuto in continuazione. E se io avessi smesso di suonare? Non sarei qui adesso. Ci credo che ci sono meno donne in questo mondo: perché ti passa la voglia. Da questa parte è chiaro a tutte, deve diventarlo anche dall'altra parte, che ha un potere più grande. Se un Calcutta avesse detto a Gemitaiz «Non va bene comportarsi così», non penso che saremmo qua a parlarne.

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