21 Novembre Nov 2018 1522 21 novembre 2018

Una terapia post aborto per affrontare quel dolore che non si dice

È un tabù e le donne che lo hanno vissuto si sentono sole, ma elaborare quella sofferenza è importantissimo: per questo grazie a quattro psicologhe è nato Il Mandorlo.

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Terapia Psicologica Post Aborto

Ci sono date che più di altre scandiscono una vita e quando tornano ricordano cosa poteva essere e cosa invece è. Che il presente sia meglio o peggio non importa, certi giorni nell’esistenza di una donna rappresentano una ferita che non guarisce mai, si può solo imparare a prendersene cura. Di aborto si discute tanto ma di quello che avviene dopo non si parla mai, resta avvolto in una sorta di tabù culturale teso a minimizzarlo o peggio ancora nasconderlo. Ma se quasi nessuna scelta è priva di dolore, questa forse è tra quelle che presentano il conto più salato, perché decidere di lasciare andare un figlio non è cosa da nulla, ne un fatto da day-hospital o poco più. Difficile viverlo e forse ancor di più capirlo, anche per le famiglie di chi sceglie o subisce questo evento. Ad aiutare le donne affiancandole in un percorso di accettazione e rinascita interiore ci prova lo studio di psicologia e psicoterapia torinese Il Mandorlo, «specializzato nella cura della sofferenza legata a maternità non andate a compimento, ovvero aborto spontaneo, volontario, morte in culla e molto altro», come ci racconta una delle fondatrici, la psicologa e psicoterapeuta Alessia Nota.

DOMANDA: Dottoressa, come è nata questa realtà e di cosa si occupa?
RISPOSTA: Dopo aver incontrato, negli anni, diverse donne con alle spalle vissuti simili ho percepito mancasse un luogo dove dare loro aiuto specifico nella fase post aborto. Così nel 2013 insieme alle colleghe Elena Comba, Simona D’Andrea e Antonella Gaspari ho fondato Il Mandorlo per trattare un tipo di sofferenza di cui si parla poco e sul quale non si interviene quasi mai, tanto che diverse nostre pazienti sono reduci da altri percorsi terapeutici dove non si sono sentite capite su questo punto.

Quante donne si rivolgono a voi ogni anno?
Circa 20-25, ma in questo periodo stiamo avendo un incremento.

Di che tipologia?
Di qualunque età, cultura e ceto sociale. Ma capitano anche coppie o uomini che non hanno capito fino in fondo la scelta della propria compagna o semplicemente fanno fatica a superarla perché anche loro dispiaciuti e addolorati.

Le donne che hanno effettuato un aborto volontario che dolore vi espongono?
Esistono varie sfumature ma in ognuna c’è sempre un’ambivalenza che comprende anche rimpianto e pentimento perché una parte di loro non avrebbe voluto interrompere la gravidanza. Anche se si è razionalmente consapevoli che quella presa fosse l’unica scelta possibile emerge comunque a livello emotivo quel dispiacere tante volte negato. Quasi mai la scelta è tranquilla e convinta al 100% e anche quando l’aborto avviene molto presto si verifica un attaccamento a quel bambino che non c’è, un legame naturale che inevitabilmente prima o poi emerge.

E chi invece ha vissuto un’interruzione di gravidanza spontanea?
Anche in questo caso ci troviamo di fronte a un sentimento doppio ma diverso perché la donna sente di aver amato il proprio figlio ma di non essere riuscita a tenerlo, di non essere stata in grado per diversi motivi, spesso fisici, di averlo.

Nello specifico in cosa consiste il vostro supporto?
Facciamo sia terapia individuale che di gruppo e abbiamo stilato un percorso mirato di dieci sedute e altrettanti step sui quali ci concentriamo con l’obiettivo di far riprendere in mano alla persona la propria vita, divenuta priva di energia e appesantita in ogni aspetto, dal lavoro alle amicizie alle relazioni con i partner.

«L’aborto è un avvenimento che va necessariamente elaborato altrimenti prima o poi riemerge, come è successo a chi si è rivolta a noi 20 anni dopo».

Alessia Nota, psicoterapeuta Il Mandorlo

Qual è il primo passo?
Inizialmente mettiamo in atto un meccanismo di accoglienza, offrendo a chi arriva quello spazio che sente di non avere mai avuto altrove. Il racconto più frequente infatti è che anche i familiari e le persone vicine non siano state in grado di fornirlo perché impegnate, anche in buona fede, a tentare di rimuovere l’accaduto dicendo: «Non è successo nulla, non ti preoccupare». Invece è fondamentale dare un riconoscimento a ciò che è stato, mettendo in atto un ascolto empatico e libero da pregiudizio.

E far capire loro che è fondamentale concedersi del tempo.
Proprio così, nonostante si sentano investire del dovere di riprendere la vita il giorno dopo come nulla fosse. Al di là delle singole storie il tema della maternità tocca sempre in ogni donna corde profonde e anche se molte ci provano è difficile ricominciare la solita routine nell’immediato. L’aborto è un avvenimento che in un modo o nell’altro va necessariamente elaborato altrimenti prima o poi riemerge, come successo ad alcune persone che si sono rivolte a noi dopo aver convissuto anche 20 anni con questo malessere.

La società reputa ancora l’aborto volontario una motivo per cui provare vergogna?
Noi restiamo fuori dai giudizi e ci occupiamo poco di questo aspetto ma devo dire che quando incontriamo le pazienti non è una problematica che emerge. Vediamo più la loro solitudine, la sensazione di non essere state supportate nella scelta e la fatica a lasciar andare il bambino in qualche modo. Quello che cerchiamo di fare è proprio riallacciarle con questo piccolo, per poi lasciarlo andare.

«Spesso si dimentica che ci si vede crollare il mondo addosso e la prima cosa di cui si avrebbe bisogno è uno spazio nel quale riflettere sentendosi al sicuro».

Alessia Nota, psicoterapeuta Il Mandorlo

In Italia la legge 194 tutela abbastanza o si potrebbe fare di più e meglio?
Indubbiamente tutto il sistema dovrebbe migliorare, soprattutto nel momento dell’accoglienza della donna che si trova sbalzata in un vortice più grande di lei e avrebbe bisogno di aiuti maggiori. Invece quello che vediamo è una burocratizzazione estrema che rende tutto molto meccanico. In alcune realtà non è così ma in tante altre si dimentica che la persona in quel momento non è tanto in sé, si sente nell’urgenza, vede crollarle il mondo addosso e la prima cosa di cui avrebbe bisogno è uno spazio nel quale riflettere sentendosi al sicuro.

Mancano quindi percorsi psicologici adeguati.
Esatto, ci si concentra quasi solo sull’aspetto medico ma questo non basta.

Si stanno moltiplicando in Italia le mozioni a favore delle associazioni pro vita e in contrasto con il diritto all’aborto, dopo Verona è stata la volta di Roma, Milano e Alessandria. Cosa ne pensate?
Nel rispetto delle nostre pazienti non ce la sentiamo di esprimere un giudizio. Preferiamo restarne fuori perché la nostra missione è offrire aiuto a tutti, indipendentemente dal pensiero politico e valoriale, non facendo battaglie per i diritti ma prendendosi cura delle sofferenze interiori.

Sono tutte diverse o qualcosa le accomuna?
Esistono tratti comuni ma anche molte differenze dettate da vissuti personali nei quali entriamo in punta di piedi ma al contempo scendiamo in profondità per cercare di lenirle.

La vostra associazione si chiama Il Mandorlo. Perché questa scelta?
È il primo fiore che sboccia dopo l’inverno quindi non poteva esistere simbolo migliore per noi, che vediamo l’inverno nelle donne che arrivano e che cerchiamo di trasformare in una pianta primaverile che possa sentirsi ancora in grado di generare frutti, quando sarà il momento e nel modo in cui vorrà.

Il Mandorlo

Corso Einaudi 51 - Torino

Per info o appuntamenti:

392.37.79.467

il.mandorlo2013@gmail.com

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