Femminicidio

Femminicidio

20 Novembre Nov 2018 1955 20 novembre 2018

Il femminicidio di Marianna Manduca e la onlus a suo nome

Presentò 12 querele contro il marito. Ma le istituzioni la lasciarono sola. Undici anni dopo il suo assassinio è nata Insieme a Marianna: ne parliamo con l'avvocata Licia D’Amico.

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Marianna Manduca Femminicidio

Quella di Marianna Manduca è una delle storie simbolo della violenza contro le donne, ma non solo. È anche una vicenda che dimostra come l’amore, la determinazione e la fiducia possano essere gli strumenti più utili nel contrasto alla violenza stessa. Nell’ottobre 2007 Marianna, 30enne, fu uccisa a coltellate a Palagonia, in provincia di Catania, dal marito Saverio Nolfo. I due erano separati e l’uomo, che tra l’altro aveva problemi di droga, da oltre un anno minacciava costantemente la Manduca. Perché? Perché con ogni probabilità non accettava la fine del rapporto, ma soprattutto perché non voleva che i tre figli fossero affidati a lei. Fra il settembre 2006 e il settembre 2007 Marianna presentò alla magistratura ben 12 querele e chiese aiuto in tutti i modi possibili. Ma le istituzioni non la ascoltarono. E la costrinsero ad andare incontro a una morte annunciata. Perché Saverio gliel’aveva detto più volte, che l’avrebbe ammazzata. Poco dopo il delitto, fu arrestato e sta tuttora scontando una pena di 20 anni. I tre bambini furono invece adottati da Carmelo Calì, un cugino della vittima, e dalla moglie Paola Giulianelli. Proprio i due coniugi decisero di imbarcarsi in un’estenuante battaglia giudiziaria e trovarono il sostegno gratuito degli avvocati Alfredo Galasso e Licia D’Amico. Nel settembre 2017, per la prima volta in Italia, il Governo è stato condannato a risarcire gli orfani: il tribunale di Messina ha ravvisato dolo e colpa grave nel comportamento dei magistrati di Caltagirone a cui Marianna si era rivolta per denunciare le violenze del marito. Ma c’è ancora un altro obiettivo da raggiungere, cioè il risarcimento del danno non patrimoniale. Nel frattempo, a settembre 2018, Carmelo Calì, Paola Giulianelli, Alfredo Galasso, Licia D’Amico e lo scrittore Mauro Caporiccio hanno dato vita alla onlus Insieme a Marianna, che da una parte mira a diffondere la cultura del rispetto dell’identità di genere e della protezione dei soggetti più deboli nelle relazioni familiari e personali; e dall’altra affianca in sede processuale le donne e i minori vittime di violenza. Abbiamo parlato con l’avvocata D’Amico per comprendere meglio il percorso intrapreso da questa nuova associazione.

DOMANDA: Perché avete due sedi, una a Roma e una a Senigallia?
RISPOSTA:
A Roma c’è anche una sede dello studio Galasso, mentre a Senigallia vivono i figli di Marianna con i coniugi Calì. Li ho visti una decina di giorni fa, ogni volta è un piacere: crescono sereni.

Carmelo Calì e Paola Giulianelli hanno altri tre figli naturali.
Sì, tre maschi. E credimi, è davvero divertente sentir parlare Paola della sua quotidianità con sette maschi compreso il marito (sorride, ndr).

L’associazione esiste da settembre e già sono stati avviati due corsi, in un istituto superiore di Senigallia e in un istituto superiore di Pallagonia.
Abbiamo scelto di creare questa sorta di ponte ideale fra il luogo in cui Marianna viveva ed è stata uccisa e il luogo in cui oggi vivono i suoi figli. Sono corsi di educazione civica, il nome del progetto è Dai tu un nome alla violenza. Lo scopo è quello di insegnare agli studenti quali sono i comportamenti da tenere in un contesto sociale sano. Sembra una cosa elementare, ma evidentemente non lo è.

Come sono strutturati i corsi?
Una volta al mese i ragazzi incontrano uno psicologo che spiega loro quali meccanismi scatenano la violenza, dove sta nascosta, cosa fare se si è vittime, ma anche se si è autori di violenza. Ci saranno sessioni con rappresentanti delle forze dell’ordine e avvocati. Al termine dei corsi gli alunni dovranno comunicare, con la forma espressiva che preferiscono, il modo in cui vivono l’esperienza della violenza. Il gruppo che dimostrerà di aver meglio compreso i contenuti dell’intero ciclo riceverà un premio in denaro.

Le vostre attività, dunque, saranno principalmente basate sulla prevenzione.
Sulla prevenzione e sull’educazione al ripudio della violenza. L’educazione civica non si fa più nelle scuole e la conseguenza è che i ragazzini non hanno idea di principi basilari, gli stessi su cui – per esempio – si fonda la Carta costituzionale. La prevenzione crediamo sia fondamentale per affrontare quello che è ormai un gravissimo allarme sociale. Bisogna andare a parlare nelle scuole, far capire che le relazioni di genere non si costruiscono sulle botte, sulla violenza, sull’acido. La diffusione di questi meccanismi patologici è spaventosa, il riflesso di una vera e propria crisi umanitaria.

Anche l’aiuto alle vittime, però, è nel vostro Dna.
Certo, voci nel deserto non vogliamo lasciarne. Diversamente dalle preziose associazioni che offrono ausilio alle vittime, però, noi ci concentriamo sul passo precedente.

Come diceva prima, ritenete importante focalizzarsi anche sugli autori della violenza.
Esatto. Per far sapere che anche loro possono chiedere e ricevere aiuto, ottenere strumenti per modificare la situazione e i loro stessi comportamenti.

Marianna però non è stata aiutata.
No, è stata abbandonata al suo destino. Eppure non era una di quelle donne che vivono nella vergogna – ingiustificata – e nel silenzio.

I suoi figli erano stati affidati al marito.
Questa era stata la prima decisione, ma non mi far dire nulla perché veramente potrebbe uscirmi di tutto. In un secondo momento è stato stabilito che i bambini tornassero con lei. Il marito, evidentemente, ha pensato di risolvere tutto ammazzandola.

Nonostante questo, Lei crede ancora nelle istituzioni?
Fermamente. Perché se da una parte questa esperienza ci ha fatto toccare con mano la latitanza delle istituzioni, dall’altra è arrivata una risposta, sia pur con dieci anni di ritardo. Dieci anni di battaglia giudiziaria che ha visto protagonisti una famiglia normalissima, ma molto coraggiosa, e due avvocati che si sono messi gratuitamente al servizio della giustizia. Certe cose vale la pena di farle, anche se stiamo sempre parlando di una risposta parziale.

Cioè del risarcimento degli orfani.
I soldi, sì. Ma i soldi non devono essere visti come qualcosa di materiale. Rappresentano lo strumento concreto per garantire un futuro tranquillo a questi ragazzi, però sono anche un segno forte nei confronti di chi è stato privato di una madre che si poteva salvare, ha un padre in carcere, è cresciuto in un clima di violenza e incertezze.

La vostra associazione si costituisce parte civile in alcuni processi per violenza contro le donne.
Esatto. Alcuni, perché ormai è ogni giorno una carneficina e non potremmo intervenire in tutti i casi. Siamo già impegnati nei casi giudiziari di Desirée Mariottini e Tanina Momilia. Riteniamo che la voce di chi ha già vissuto determinate situazioni possa essere un valido contributo.

Fra i fondatori di Insieme a Marianna c’è anche Mauro Caporiccio, che insieme ad Andrea Porporati ha scritto la sceneggiatura della fiction di Rai Uno I nostri figli, che racconta proprio la storia degli orfani di Marianna.
Sì, dovrebbe andare in onda a dicembre, lo stiamo aspettando.

Crede che una fiction del genere possa avere una sua utilità?
Lo spero. Io l’ho vista e mi è piaciuta molto. Il racconto comincia dall’uccisione di Marianna e ripercorre gli ultimi dieci anni di questi ragazzi, dei coniugi Calì, degli altri loro figli. Carmelo e Paola, ai tempi della tragedia, si sono precipitati in Sicilia per evitare che i bambini fossero divisi e messi in tre case-famiglie diverse. Lo ripeto: una famiglia normalissima. Lui allora era un piccolo imprenditore edile. Io li ricordo bene, quei tempi. Quando faticavano a mettere insieme il cibo da portare in tavola, a comprare le scarpe per tutti. La quotidianità, in casi del genere, pochi riescono a immaginarla.

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