16 Novembre Nov 2018 1429 16 novembre 2018

La storia di Olivia, 19enne nigeriana costretta a prostituirsi

Le dissero che in Italia avrebbe trovato un futuro migliore. Invece è stata portata sulla strada con un ricatto: se avesse lasciato il marciapiede avrebbero ucciso la sua famiglia.

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Prostitute Nigeriane Tratta

Nella puntata di Piazzapulita andata in onda il 15 novembre il giornalista Nello Trocchia ha svolto un'inchiesta sulla mafia nigeriana che gestisce il traffico della prostituzione a Castel Volturno, in Campania, raccogliendo la testimonianza di sfruttamento e violenza di una donna. La sua storia è molto simile a quella di Olivia, nigeriana e costretta a prostituirsi perché ricattata, che aveva raccolto la nostra Giovanna Pavesi. Riproponiamo la sua intervista.

Olivia ha intrecciato tutti i tipi di capelli: crespi, lisci, corti, secchi, lunghi e ricci. Dalle sue mani sono usciti colori nuovi, pronti ad ornare i visi delle donne che frequentavano il salone di bellezza dove lei lavorava. Olivia è nata in una famiglia molto povera di Benin City, in Nigeria. Da piccola, sognava di pettinare le signore in un salone tutto suo: le piaceva accarezzare i capelli, dare nuove identità attraverso acconciature diverse, ma soprattutto adorava restituire la bellezza ai volti delle persone. Benin City, però, ai suoi 19 anni poteva offrire molto poco: dopo un anno passato a lavorare come parrucchiera nel salone di un’amica, l’ipotesi di cambiare vita. E andare via. Una donna molto facoltosa le raccontò di possedere in Italia un salone di bellezza più grande, con molti dipendenti, e le propose di trasferirsi. In questo modo, Olivia avrebbe potuto aiutare i suoi genitori e i suoi quattro fratelli. Incoraggiata dall’amica che le aveva permesso di fare la parrucchiera nel suo negozio a Benin City, Olivia aveva deciso di partire. Due mesi per cambiare identità. Sessanta giorni di viaggio verso un futuro ignoto, tanti chilometri sotto i propri piedi e il sogno di cambiare le vite dei propri familiari, inghiottiti dalla povertà. L’arrivo di Olivia in Italia però fu molto diverso da come lei lo aveva immaginato: nessuna spazzola tra le mani, nessun salone di bellezza, niente capelli da accarezzare. Era finita in un ingranaggio molto più grande dei suoi 19 anni: come tante ragazze nigeriane arrivate in Europa, Olivia rappresentava l’ennesimo anello di una catena che teneva prigioniere tante vite invisibili. Sarebbe diventata, di lì a poco, una schiava del sesso a pagamento, strappata via alla sua Nigeria con l’inganno. E con un diabolico ricatto: se avesse lasciato il marciapiede, qualcuno avrebbe potuto fare del male alla sua famiglia. In Italia aveva imparato che il sesso, quando non è completamente consenziente, non è fatto di intimità o di complicità: per una ragazza che non aveva ancora compiuto 20 anni, quei rapporti malati rappresentavano un pericoloso intreccio di sofferenza e di rabbia silente. Perché il sesso, o meglio, il piacere, è un’altra cosa.

DOMANDA: Olivia, quando ha capito di essere finita in un ingranaggio pericoloso?
RISPOSTA: Il mio viaggio per venire in Italia, con dei documenti falsi, è durato due mesi e durante questo periodo di tempo non sono riuscita a rendermi esattamente conto di che cosa mi stesse succedendo. Solo una volta arrivata in Italia, quando mi hanno portato nella casa che dovevo condividere con altre due ragazze e mi hanno spiegato che cosa dovessi fare, ho iniziato a capire tutto.

Cosa ha provato in quel momento?
Lì è iniziato il vero incubo, fatto di lacrime, di sofferenza, di ricatti, di violenza ma soprattutto di paura. Volevo scappare e ritornare immediatamente dalla mia famiglia.

Per quanto tempo ha esercitato questo lavoro?
Sono rimasta in strada per due anni e mezzo. Avevo 19 anni. Prima di partire, al villaggio, la donna che mi aveva chiesto di andare in Italia, insieme ad un sacerdote, mi aveva sottoposto ad un rito voodoo: una specie di sacrificio in cui di fronte al sacerdote mi era stato fatto giurare che, una volta in Italia, avrei fatto tutto quello che mi veniva detto e avrei restituito alla donna la somma che aveva anticipato per pagarmi il viaggio.

E se lei avesse rotto questo patto che cosa le sarebbe potuto succedere?
Mi dissero che non avrei più potuto avere figli, ma soprattutto che avrebbero ucciso la mia famiglia. In questi due anni e mezzo tante volte ho pensato di scappare, di fuggire da quel posto e quella condizione, ma la paura di quel rito era tanta, soprattutto per la mia famiglia.

Com’è cambiato negli anni il suo rapporto personale con l’intimità e con il sesso?
Dopo essere scappata dalla strada per lungo tempo ho avuto delle difficoltà con il mio corpo e la mia intimità. Poi piano piano ho iniziato a riacquistare consapevolezza anche della mia identità di donna.

Ricorda la sua ‘prima volta’ da prostituta?
Sì, è stato bruttissimo perché era contro ogni mia volontà.

Come è riuscita a fuggire dalla strada? Qualcuno l’ha aiutata?
Ogni settimana, alcuni volontari della casa di accoglienza (che poi l’ha accolta, ndr) venivano in strada ad incontrarci e ci portavano qualcosa da bere e da mangiare. Passavano un po’ di tempo con noi e ci chiedevano come stessimo. Ci dicevano che potevamo cambiare vita, che avevamo diritto ad un futuro migliore, diverso, perché il progetto che Dio aveva pensato per noi non era quello di stare in strada. Quando ho deciso di riprendere in mano la mia vita ho chiamato il numero che mi avevano lasciato questi ragazzi.

Ci è voluto molto tempo prima di tornare ad avere una vita sessuale ‘normale’?
Sì, mi ci è voluto molto tempo per riuscire a pensare di poter avere di nuovo dei rapporti sessuali in modo ‘normale’, con una persona che mi volesse bene.

Che tipo di rapporto aveva con la sua sessualità nel momento in cui si prostituiva?
Il mio era un rapporto di rifiuto. Ero costretta a fare quel lavoro ed ero costretta ad avere rapporti sessuali, altrimenti, se non avessi portato a casa i soldi a chi mi controllava, sarei stata picchiata.

Dove viveva mentre si prostituiva?
Abitavo con altre due ragazze in un piccolo appartamento a qualche kilometro di distanza da dove lavoravo la sera. Anche loro, come me, erano controllate dalle stesse persone che controllavano me.

Quanto riusciva a guadagnare effettivamente?
Dipendeva dalle sere: ci sono state volte in cui riuscivo a fare 80-100 euro. Altre volte non guadagnavo nulla.

Le permettevano di proteggersi da gravidanze o malattie sessualmente trasmissibili?
Ufficialmente mi era permesso, ma spesso i clienti mi chiedevano di non usare il preservativo durante i rapporti sessuali. Quello è stato molto complicato per me, perché nel momento in cui ti trovi davanti una persona di cui non sai assolutamente nulla, non puoi conoscere la sua storia personale o se abbia o meno malattie sessualmente trasmissibili.

Ha mai conosciuto donne che scegliessero volontariamente questo mestiere?
Sì, spesso erano ragazze di altre nazionalità. Ma erano veramente poche. È difficile che una donna scelga volontariamente di prostituirsi: è quasi sempre costretta da qualcuno. Sono fortemente convinta che nessuno lo faccia per altri motivi. Magari per un ricatto di tipo sentimentale o una famiglia in difficoltà, ma non per suo volere.

Cosa suggerirebbe allo Stato?
Di punire i clienti, perché se c’è lavoro per le ragazze che si prostituiscono, significa che esiste una domanda. Che è molto alta.

Quali sono le misure che lo Stato può attuare per togliere questo mercato alla criminalità organizzata?
Andare alla radice di questo problema, cercando di capire come si muove la macchina della criminalità organizzata e quali sono le dinamiche al suo interno.

Cosa pensa dell’ipotetica riapertura delle Case di tolleranza? Secondo lei, potrebbero servire a restituire sicurezza e dignità alle ragazze che si prostituiscono?
No, perché in realtà servirebbe solo ad isolare all’interno di un luogo chiuso un fenomeno che diventerebbe in tal modo ancora più criminalizzato e organizzato.

Da bambina sapeva che cosa fosse una prostituta? Si sarebbe mai immaginata di vestire i suoi panni per sfruttamento?
No, non me lo sarei immaginato.

Ha mai odiato?
Forse sì. Ho sicuramente provato tanta rabbia per la situazione che vivevo e nei confronti delle persone che mi avevano portato lì.

Da chi si è sentita più sfruttata? Dai suoi clienti o da chi la stava costringendo a vendere il suo corpo?
Da entrambi, perché se quei clienti mi sfruttavano era a causa di chi mi obbligava a stare lì.

Le è mai piaciuto il suo lavoro?
No, non mi è mai piaciuto. Però, dopo che passano i mesi, arrivi ad un punto in cui sei costretta ad indossare una maschera, per poter stare lì sulla strada ogni sera, al freddo, con i clienti che ti usano e spesso ti trattano male. Lo fai perché pensi di non avere alternativa, di non avere altre soluzioni. E pensi a quello che ti hanno detto con il rito prima di partire, alla tua famiglia, al fatto che loro abbiano bisogno di soldi.

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