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Diritti

2 Novembre Nov 2018 1629 02 novembre 2018

La danza di Sheema Kermani per emancipare le pakistane

L'attivista 67enne con l'arte del ballo lotta per i diritti delle donne: «Non nascondete le vostre forme. Date dignità al corpo. E troverete la forza che avete dentro». L'intervista.

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Sheema Kermani

La danza può essere un grande spazio di emancipazione femminile. Lo sa bene Sheema Kermani, danzatrice e attivista pakistana che da anni lotta per i diritti delle donne. Con il suo Tehrik-e-Niswan (Movimento delle donne) spinge la comunità a riflettere sulle responsabilità sociali che promuovono un diritto tutto al maschile, dove le donne subiscono discriminazioni politiche, economiche e culturali. Nata nel 1951 da una famiglia borghese, Sheema Kermani è un’esponente di spicco del genere di danza Bharatanatyam e Kathak. Ormai da decenni combatte il maschilismo della società pakistana attraverso l’insegnamento e la danza. «Siamo connesse. Italiane, pakistane, condividiamo tutte esperienze simili. È arrivato il momento di essere unite per cominciare il cambiamento», dice Sheema Kermani a LetteraDonna.it, che l’ha incontrata prima della sua esibizione a Fano, in occasione della prima edizione di Via del Canto, Festival internazionale delle musiche dal mondo.

Sheema Kermani.

DOMANDA. Alla fine degli Anni 70 ha fondato il Tehrik-e-Niswaan diventando un’eroina per tutti coloro che lottano per i diritti delle donne. Cosa significa essere un’attivista?
RISPOSTA.
Dare alle persone l’occasione di pensare. Solo così può esserci una possibilità di cambiamento nella società. Io lavoro con le donne della classe operaia, le persone maggiormente oppresse in Pakistan, per mutare i valori sociali alle quali sono legate, e credo che questo sia il momento giusto per farlo.

Come sono le donne di oggi?
Pronte, vogliono progredire perché hanno visto e vissuto la violenza e la discriminazione. Ma sono anche gli uomini che devono ripensare agli atteggiamenti che hanno nei confronti delle loro sorelle, mogli e figlie. Il mio attivismo si occupa di innescare l’idea che maschi e femmine sono uguali e lo faccio con la mia arte e la mia danza. Attraverso la narrazione delle storie invito le persone a mettere in discussione le loro vite.

Qual è la condizione della donna in Pakistan?
C’è sicuramente un’oppressione di genere. Le opportunità per le donne non sono uguali a quelle di un uomo. Le famiglie preferiscono investire sui maschi: è a loro per esempio che va il cibo migliore, sono loro a essere istruiti.

Perché accade questo?
In Pakistan non c’è un sistema di welfare, non c’è assistenza sociale né un sistema pensionistico per gli anziani, dunque le famiglie contano sul fatto che saranno i figli maschi a prendersi cura di loro. Ma questo spesso non succede, perché i figli si sposano e vanno via da casa. E allora non restano che le figlie a doversi occupare dei genitori, restando con loro e rinunciando alle proprie ispirazioni.

Un momento della danza di Sheema.

Attraverso l’arte ha conquistato una maggiore libertà di parola?
Non ho tutta quella che vorrei. Nelle canzoni e nella narrativa hai più possibilità di essere libero, perché la gente pensa «Oh, ma è solo una canzone!». Però se volessi alzarmi e fare un discorso pubblico, avrei di sicuro più difficoltà. Il nostro governo non lo permetterebbe.

Perché è ancora così controverso definirsi femminista in Pakistan?
In molti Paesi del mondo religiosamente orientati il concetto è legato alle donne occidentali, all’essere moderne. Questo è evidentemente sbagliato, perché l’idea non è nuova alla cultura orientale. Secondo me è sempre esistita, è iniziata nello stesso momento in cui è nato il patriarcato. C’è sempre stato qualcuno che si è opposto a questo sistema. Io non ho nessun problema a dire che sono una femminista, è un modo di pensare. Anche gli uomini possono esserlo, è un modo di vivere la vita, un’ideologia.

Le donne pakistane nascondono il loro corpo mentre lei invece, attraverso la danza, insegna loro a esserne orgogliose. Una conquista della consapevolezza di sé.
Certamente. Ecco perché penso che la danza sia importante. Quando una ragazza cresce è costretta a nascondere le sue forme, a chiudersi. Non solo fisicamente, ma anche mentalmente. Così si rischia di non essere mai aperte alle proprie potenzialità. Se non hai confidenza col tuo corpo, se lo nascondi, diventi debole. Dal momento che la tua spina dorsale si raddrizza acquisti più fiducia, dai dignità al tuo corpo. Quando si assume una diversa postura la gente comincia a guardarti in maniera diversa. La danza aiuta a trovare il potere che si ha dentro.

«Ogni donna che danza dice "sono orgogliosa del mio corpo, non provo vergogna, non sono debole". Mostrare la propria forza in questo modo non piace agli uomini»

È rischioso per una donna frequentare un corso di danza. Perché?
Il rischio è piuttosto nell’esibirsi. A molte non è permesso imparare a danzare: la famiglia non è d’accordo. Il pensiero generale è che la danza sia qualcosa di immorale, solo un’esibizione del corpo. La danza classica indiana è invece un’antica forma d’arte, è la più elaborata al mondo. L’espressione, i gesti delle mani, i movimenti degli occhi, ne fanno una performance importante, il cui sviluppo richiede un grande lavoro.

E dal punto di vista religioso?
Ogni donna che danza sta definendo le norme sociali: sta dicendo «sono orgogliosa del mio corpo, non provo vergogna, non sono debole». Mostrare la propria forza in questo modo non piace agli uomini, ed ecco allora perché la danza diventa un rischio.

Pudore, onore e rispetto: questo è ciò che la tradizione del Sud dell’Asia dice alle donne. Come si relaziona a questo tipo di cultura?
Voglio sovvertire tutto ciò. Non credo che questi concetti risiedano nel corpo di una donna. Alle femmine viene ancora detto che l’onore sta tra le loro gambe. Non è così. Sfido costantemente questi concetti, anzi li ridefinisco, e lo faccio attraverso l’arte.

L'icona globale del Pakistan e premio Nobel Malala Yousafzai sottolinea l'importanza dell'uguaglianza nell’istruzione.
È un passo enorme. Ancora oggi non tutte le ragazze hanno la possibilità di essere istruite. E anche quelle che lo sono, hanno difficoltà a conquistare la propria indipendenza economica. Se non si hanno abbastanza soldi per vivere da soli, si è costretti a dipendere dalla famiglia e a sottostare a certe regole. Queste due cose insieme, istruzione e indipendenza economica, possono portare all’uguaglianza.

La campagna #MeToo ha rotto il silenzio sulle molestie sessuali causando una tempesta a Hollywood. Il suo successo, tuttavia, non sembra aver cambiato la vita delle donne normali.
Sono d’accordo, ma è comunque un passo in avanti. Ha permesso a molte di trovare il coraggio di parlare delle violenze subite. Il movimento non ha cambiato le loro vite, ma lo farà. Il patriarcato esiste da secoli, ci vuole del tempo per correggere le cose.

Qual è la forza delle donne?
Quella di dire no, di poter prendere le proprie decisioni liberamente. Una volta trovata questa forza, nessuno potrà fermarci.

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