23 Ottobre Ott 2018 1317 23 ottobre 2018

Myss Keta: «Noi artiste fatichiamo dieci volte in più degli uomini»

Tra rap e performance irriverenti, si esibisce con una maschera. Non sopporta «i tabù intorno alla vagina» e di #MeToo dice: «Le donne hanno capito che non è colpa loro».

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Myss Keta Metoo

Esiste davvero un «modo femminile» di fare musica? E come potremmo definire questo «modo»? Delicato e dolce o sexy e provocante? Sembrerebbero queste, infatti, le due maggiori categorie in cui vengono spinte costantemente le artiste. L’esistenza di alcuni stereotipi nel mondo della musica, non è affatto una novità. Sembra che a calcare i palchi siano solo cliché, come quello della ragazza rock arrabbiatissima o della deliziosa musicista che imbraccia un ukulele, o ancora quella con una bella voce esaltata però da un corpo mozzafiato da esporre. E poi, ovviamente, c’è quella che sta sul palco solo perché qualcuno (un uomo) ce l’ha messa. A rompere gli schemi dell’ipersessualizzazione in musica arriva M¥SS KETA, giovane artista che intriga il pubblico da dietro una maschera. «Nei videoclip pubblicati dagli artisti maschi su YouTube, non ci sono commenti all’aspetto fisico, ma alla loro musica. Noi donne, invece, siamo giudicate soprattutto per quello. È ora di interrompere questa abitudine», spiega M¥SS. La sua identità è un mistero, ma poco importa perché è dalla sua voce e dalla gestualità del corpo che provengono i suoi palpiti creativi. Di rap, non-sense, spoken word e performance irriverenti è pieno il suo primo album, UNA VITA IN CAPSLOCK (La Tempesta), una vertigine di personaggi grotteschi, relazioni che si disintegrano, realtà intossicate dai social. LetteraDonna ha incontrato M¥SS KETA a Roma allo Spring Attitude, il festival dedicato alla migliore scena dell’elettronica e della club culture.

DOMANDA: Ai tempi della sovraesposizione visiva sui social fa uno strano effetto sapere che c’è chi vuole tenere nascosta la propria identità. Qual è il vantaggio di indossare una maschera?
RISPOSTA:
Innanzitutto quello di non perdere tempo con eyeliner e ombretto e di poter nascondere le occhiaie dopo una serata devastante! Scherzi a parte, il mio concetto di maschera è vicino al meccanismo del teatro greco. Gli attori, indossandola, nascondevano l’individualità della persona per diventare il personaggio. Oscar Wilde diceva «datemi una maschera e vi dirò la verità», ecco mi sento un po’ come il giullare di corte che a palazzo era l’unico a dire la verità.

Nella copertina del tuo disco sei ritratta mentre allatti una scimmia. Un’immagine che ricorda un po’ la Madonna del Latte dell’iconografia cristiana.
Assolutamente sì. Ho fatto un sacco di ricerca, mi interessavano quadri in cui erano raffigurate Madonne o dame che allattavano. La scelta della scimmia è dovuta al fatto che è il nostro, mio e del collettivo Motel Forlanini, animale guida. Per me la scimmia è simbolo dell’irrazionale. Nel ritratto un umano, un essere razionale allatta, dà da mangiare, a un animale privo di ragione. Ma c’è di più, è come se razionale e irrazionale si nutrissero vicendevolmente. La scimmia è M¥SS KETA.

In Una donna che conta elenchi i nomi di uomini che hanno avuto potere sulle donne (Donald, Silvio, Karol, Lele). La carriera di una donna dipende spesso da un uomo, soprattutto nel mondo dello spettacolo. In quello della musica che aria tira?
Sinceramente? Credo che, da donna, se vuoi essere considerata musicalmente, devi fare una fatica dieci volte tanto un uomo. Purtroppo al momento questa è la situazione. Sono circondata da colleghe che amo e ammiro tanto, come L I M, Adele Nigro (Any Other), Birthh. Tutte ragazze che si sono dovute impegnare molto di più rispetto ai colleghi maschi.

Come te lo spieghi?
L’uomo purtroppo continua a fare più notizia sui media, è più notiziabile. Questa cosa è tremenda. Dovremmo fare in modo di bloccarla. Quando sei agli inizi della tua carriera è deludente vedere i tuoi colleghi che vengono spinti al successo, mentre tu che cerchi di fare un buon lavoro e non vieni minimamente calcolata. Le ragazze però sono brave ad utilizzare la frustrazione come una spinta per essere più forti e per tirare dritte come un treno.

Nel video di Monica appari con un vestito-vagina che ricorda i Pussy pants indossati da Janelle Monàe nel video PYNK. Hai affrontato uno dei più grandi tabù della nostra società: il sesso femminile.
È assurdo, ci sono troppi tabù intorno alla vagina. Ho usato volontariamente la parola vagina nel testo della canzone, e poi si è deciso di esaltare ancora di più la cosa anche dal punto di vista visivo. Il vestito-vagina è una provocazione, è un modo potente per dire certe cose, per affermare che il nostro corpo non è niente di scandaloso, che bisogna vivere con più scioltezza senza farsi tanti complessi.

Il corpo è parte integrante della tua performance artistica. Una narrazione che spesso attira giudizi forti sui social. Sei mai stata colpita da body shaming?
Quando crei qualcosa esponi te stesso e la tua creazione a un pubblico che ha la libertà di dire la sua su entrambe le cose. A me piacerebbe molto ricevere dei commenti inerenti alla mia musica e alle mie canzoni. Mi piacerebbe perché è quello che accade ai miei colleghi uomini. A me capita invece di ricevere giudizi come cicciona o troia. Ma perché? Mi rispondo «C’est la vie»!

Tutto questo che effetto ti fa?
All’inizio ti frastorna, ma poi cerco di fregarmene, di ribaltare la cosa e trarne una forza. Il mio essere aggressiva sul palco deriva molto da questo. Vorrei però che la gente capisse che le parole hanno sempre delle conseguenze sulle persone a cui si rivolgono.

«#MeToo? Le donne che si sentivano sole, si sono sentite libere e forti. Hanno capito che non dovevano sentirsi in colpa per quello che era successo. La vergogna è solo degli uomini».

Cosa pensi della nuova ondata femminista scatenata dal movimento #MeToo?
Se è servito anche a una sola ragazza in tutta Italia, che subiva molestie e ha avuto il coraggio di denunciare, allora è servito. Il nucleo del #MeToo è sano, condivisibile, ha dei valori stupendi. Le donne che si sentivano sole riguardo a questo fenomeno, si sono sentite libere e forti, hanno cominciato condividere con altre donne quello che avevano vissuto. Hanno capito che non dovevano sentirsi in colpa per quello che era successo. La vergogna è solo degli uomini.

Nell’album hai collaborato con diverse artiste, da Birthh a Tea Falco. Con chi ti piacerebbe collaborare in futuro?
Amo alla follia la produttrice inglese Sophie. Dal punto di vista umano, il mio fiore all’occhiello sarebbe una collaborazione con Raffaella Carrà: la amo da morire. Ha cantato uno degli inni femministi più potenti del mondo, A far l’amore comincia tu. That’s the dream!

Una donna scandalosa è una donna libera. È una donna difronte alla quale la gente si imbarazza, si spaventa. Ti definisci una donna scandalosa?
A me piace molto come definizione! Sì assolutamente. .

Chi è l’artista più scandalosa di sempre?
Il mio faro nella notte è Peaches (compositrice, cantante e produttrice discografica canadese). Per me è totale.

Faresti mai la giudice in un talent?
Sì, di brutto! Mi piacerebbe tantissimo. Mi diverte fare la giudice, la professoressa. Non so quale, non sono molto aggiornata sulla tv, ma sarebbe carino fare un talent musicale. Mi farebbe tanto ridere e la mia vita è fatta di tanti aneddoti divertenti.

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