22 Ottobre Ott 2018 1750 22 ottobre 2018

Nadia Terranova racconta il suo ultimo romanzo 'Addio Fantasmi'

Una casa al mare, la perdita di un padre, la depressione. Abbiamo parlato del suo libro, in parte autobiografico, e della «scrittura senza pudore».

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Nadia Terranova Addio Fantasmi

Quando Nadia Terranova parla, è come se scrivesse. Non sempre c’è un’analogia tra come si parla e si scrive, talvolta gli scrittori faticano a esprimersi altrettanto bene nel parlato. Sono innumerevoli le volte che, pur avendo amato lo stile limpido o la prosa complessa di un autore, il suo eloquio dal vivo mi è parso infinitamente meno avvincente o meno comico o meno elegante. Nadia Terranova, messinese, classe 1978, autrice di pochi libri molto belli, parla esattamente come scrive: una lingua colta, classica, luminosa. Nessuna ostentazione postmoderna, al contrario un eloquio quasi novecentesco, che riprende anche nel parlato la grande tradizione siciliana, da Sciascia a Bufalino. Ho conosciuto Terranova anni fa, nei suoi primi anni romani quando lavoravamo insieme in una casa editrice, lei aveva 25 anni e leggeva Bruno Schulz. Detestava il lavoro editoriale, in cui peraltro era bravissima, così come si annoiava a studiare per il dottorato. Voleva fare la scrittrice, anche se ancora non lo sapeva. In questi giorni è uscito il suo secondo romanzo per adulti, Addio fantasmi, dopo l’acclamato e pluripremiato Gli anni al contrario (entrambi pubblicati da Einaudi Stile Libero) e non l’unica a pensare che Nadia Terranova sia una scrittrice. Annie Ernaux ha detto che la scrittura di Terranova «sconvolge per precisione e sensibilità», Marco Belpoliti ha definito questo nuovo libro «notevole per tenuta narrativa e introspezione psicologica». Addio fantasmi tocca temi importanti e universali. A partire dalla perdita di un padre, scomparso senza lasciare traccia.

DOMANDA: Tutto ha inizio con una casa tra due mari e con alcuni vecchi oggetti, di fronte ai quali la protagonista del libro, Ida, deve fare i conti con le sue ossessioni.
RISPOSTA: L’idea del romanzo è nata proprio da una casa, molto simile alla mia. La casa è l’unica cosa completamente autobiografica del libro. Una casa dove al contempo l’acqua scarseggia – d’estate a Messina, verso sera, l’acqua finisce sempre – e minaccia i muri con le sue infiltrazioni di umidità. Del resto, se ne hai una da manutenere serve la mano di un uomo per aggiustare ciò che si rompe. E invece l’uomo non c’è.

Quindi anche la mancanza del padre è autobiografica. Incredibile come, anche se ci siamo conosciute bene, non mi hai mai raccontato niente di te.
Sono felice che tu mi dica che sono riservata. Non credo nelle relazioni fuori dalla scrittura. Non credo nella possibilità di essere creduta parlando. Al contrario credo in uno scambio senza confessioni. Per me le persone si decodificano dagli sguardi. E poi la riservatezza è una caratteristica molto siciliana.

Dici?
Sì, siamo isolani, abituati all’isolamento. Attorno a noi c’è il mare, e nient’altro.

Invece con la letteratura non hai tanti pudori. Mi viene in mente Annie Ernaux quando dice che i suoi libri rendono «insostenibile lo sguardo degli altri».
Quando scrivo, non ho senso del pudore. Posso sfiorare qualsiasi sentimento, del pudore me ne sbarazzo. Anzi, se non ho paura, la vado a sfidare. Anche perché se stai proteggendo qualcuno, non fai nulla di buono alla pagina. Scrivere vuol dire non negarsi niente.

Il ritratto che fai della madre e del rapporto tra Ida e la madre è abbastanza terrificante, in effetti. «Una madre è qualcosa da cui non esiste riparo», hai scritto.
Sì, perché di fronte allo sguardo della madre ti senti in difetto, ti devi sempre giustificare. Una madre ti fa sentire nuda, senza schermo, anche da adulta. Perché la verità è che resti eternamente figlia.

Sì, è vero anche quando diventi madre a tua volta, rimani comunque figlia. Le madri ci giudicano sempre, la mia lo ha fatto fino al giorno prima di morire.
La madre di Ida accusa la figlia di essere egoista, di non saper accogliere il dolore degli altri. Ed è così, Ida è una persona che non sa vedere il dolore degli altri. Ma se ti arriva un calcio in pancia è ovvio che non riesci a reagire. Il dolore è nel corpo, e il corpo a volte non reagisce, si distacca dal resto.

Hai provato anche tu le forme depressive di cui parli nel romanzo?
Non in forma così patologica, ma la depressione non è una cosa che sento estranea a me. Quella sensazione di buio, di non esserci. Ho capito che la cura migliore è il tempo. È importante anche non fingere allegria, non costringersi a fare cose che non ci piacciono.

Il sesso ha un ruolo importante in questo tuo secondo romanzo, mentre il primo era un libro del tutto casto.
Qui il corpo è centrale, un’intera parte del libro si intitola Il corpo. A partire dal corpo del padre, che non c’è più. È vero che mi interessavano le ossessioni, i fantasmi, ma questo è un libro molto fisico. Ho cercato di raccontare un’intimità senza desiderio e una 'prima volta' che fosse molto brutale. Un sesso che non è un’esperienza da condividere, ma da tacere. Inoltre a Ida vengono le prime mestruazioni il giorno dei morti, non è un caso.

Come Elsa Morante o Paula Fox, anche tu fai narrativa per adulti e per ragazzi, senza considerare la seconda letteratura di serie B. Non siete in tante.
Non sono l’unica! Anche Beatrice Masini ha lavorato in questa direzione. E Bianca Pitzorno ha pubblicato qualche anno fa un libro per adulti. Scrivere per ragazzi non è come scrivere per gli adulti, è diverso, ma è altrettanto interessante. Bisogna smettere di pensare che i bambini non riescano a elaborare in modo simbolico la paura. Sono i grandi che hanno paura della loro paura e sono infinitamente più fragili.

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