20 Ottobre Ott 2018 0800 20 ottobre 2018

Roberta Petrelluzzi: «Vi spiego il successo di Un Giorno in Pretura»

Un programma che vuole «far capire la complessità della realtà» senza «cercare lo scandalo». Dal femminismo alla critica a #MeToo, intervista alla storica conduttrice.

  • ...
Roberta Petrelluzzi Giorno Pretura

«Che io sia sobria è vero. Penso di esserlo molto di più nel programma che nella quotidianità, dove sono una smodata». Ride di gusto quando scandisce questa frase, anche se conserva il tono composto che la rende subito così riconoscibile. Simpatica, profonda e pacata, Roberta Petrelluzzi nelle case delle persone ci è sempre entrata a bassa voce. L’ha fatto, la prima volta, nel gennaio del 1988 quando lei, una biologa, ha ideato Un Giorno in Pretura, la trasmissione più longeva di Rai Tre. In tv, però, non guarda né Amore CriminaleStorie Maledette, anche se le considera entrambe ottime proposte. E a LetteraDonna ha spiegato quale sia la forza di una trasmissione come la sua, che cerca sempre di opporsi e che si pone delle domande: «Un Giorno in Pretura aiuta a ragionare, a distinguere: tenta di far capire la complessità della realtà. Non percorre luoghi comuni, non cerca lo scandalo».

DOMANDA: Petrelluzzi, qual è stato il caso che, in tanti anni, l’ha colpita di più?
RISPOSTA: Quello di un ragazzo, di un’ottima famiglia altoborghese, che aveva ucciso la mamma con una padella, in cucina. La vicenda mi fece comprendere come le cose, nel mondo, siano complicate, anche nelle situazioni apparentemente più fortunate. Certi aspetti non li avrei capiti nemmeno in una seduta psicanalitica.

Qual è il modo più adeguato per descrivere i casi di femminicidio al pubblico televisivo, secondo lei?
Penso che Un Giorno in Pretura sia forse il modo più ricco di raccontarli, perché essendo molto lento e minuzioso è in grado di scavare. Questo ti permette di prendere in considerazione tutte le componenti: non presentiamo mai dei mostri, perché non esistono se non nella nostra mente, nelle nostre paure, nell’immaginario. Gli assassini hanno sempre dei perché, delle motivazioni. Il che non significa giustificare una qualsiasi violenza contro le donne. Ma aiuta a capire e, forse, capire aiuta anche a limitare i danni.

In questi anni è cambiata la violenza sulle donne?
Si è trasformata, perché si è modificato il potere che i maschi esercitano sulle femmine. È un controllo che non vogliono abbandonare perché sono stati educati e programmati a questo, fin da bambini. Forse per le future generazioni andràmeglio, ma fino a oggi era così. Posso aggiungere una cosa?

Prego.
Perché si è sempre parlato di verginità femminile? Perché gli uomini non accettavano confronti nella parte che era più importante per loro, quella del sesso, della prevalenza. E tutte le donne si sono adattate. Questo è per dire da che cultura veniamo: la strada è ancora lunga e ci sono tante resistenze a un cammino di parità e di diritti.

Nell’ultimo anno si è parlato molto di molestie, soprattutto grazie al movimento #MeToo. Lei che idea si è fatta?
Io sono molto molto critica e mi rendo conto che, forse, in questo, sono vecchia (ride, ndr).

Perché?
I confini sono troppo fragili. Mi ha colpito, per esempio, il fatto che Asia Argento sia rimasta amica di uno che, dopo anni, ha denunciato per un fatto così grave. Vede, io sono di una generazione che pensa che se uno ti ha stuprato non lo vuoi più vedere, non è che per opportunismo vengo e faccio finta di niente. E poi credo che sia netta la separazione tra violenza e altre cose.

Tipo?
Quante volte siamo state «rincorse» attraverso un tavolo di laboratorio (sorride, ndr), per esempio. Però era nell’ordine delle cose. Io non ho mai vissuto questi episodi come degli abusi, ma come il fatto che tra uomo e donna ci sono delle attrazioni. È vero, qualcuno a volte esagera, ma lo stupro è quando uno ti salta addosso, quando ti impone una cosa, non c’è mai consenso. È un discorso molto complesso e mi rendo conto di essere fuori coro, ma c’è un’altra cosa che vorrei aggiungere.

Prego.
Io un tempo ero carina (ride, ndr): quante volte ho usato la mia «carineria» per ottenere delle cose? Un’infinità ed ero consapevole che stavo facendo la seducente per ottenere qualcosa. Potevo dire, se poi quello mi faceva una proposta, che mi aveva violentata, disturbata o molestata? No. Correvo il rischio, ma lo facevo perché sapevo poi di tirarmi indietro. Se tu ti spingi sempre più avanti nella speranza di ottenere e poi non funziona è un calcolo sbagliato, ma non puoi cercare una rivendicazione. Hai partecipato a un gioco, non hai valutato bene e hai perso. Pace. Quando si confondono così le acque, alla fine, chi ne paga di più le conseguenze sono quelle che poi hanno subito davvero un abuso.

In tanti, però, sostengono che averne parlato abbia scosso la società.
Io sono stata femminista. Ma non sono d’accordo nemmeno su questa mitizzazione delle donne deboli e fragili, non mi convince tanto.

In che senso?
Si possono citare migliaia di donne che hanno fatto di tutto sotto le scrivanie e poi sono diventate famose. Io non dico che sia né giusto né sbagliato: è una scelta.

La sua è una posizione controcorrente e interessante.
Io non penso che il nostro sia, in assoluto, un genere «santo». A me non sembra mai di dover portare sugli altari qualcuno e nelle ceneri altri, ecco.

Nelle aule giudiziarie si vedono più donne che uomini. La parità, ambita in tanti aspetti della società, si è realizzata in magistratura, secondo lei?
In magistratura ci sono tante donne, perché sono più studiose, più precise e forse hanno delle doti che più si adattano ai concorsi pubblici (sorride, ndr). Ma io vorrei una società in cui prosegue chi è capace, a prescindere dal genere. Poi riconosco che, a volte, le quote rosa abbiano aiutato le donne a uscire fuori.

C’è maschilismo nelle aule di tribunale?
Molto poco. Si sono toccati, negli anni, diversi estremi. Ora si è raggiunto un equilibro sano.

Con quale imputato si è sentita più in empatia?
In generale, sono molto empatica con loro, perché sono la parte più debole. Mi sento sempre di doverli capire un po’ più degli altri, degli accusatori. Comunque, per rispondere, con Sabrina Misseri.

Perché?
Secondo me non è stata lei: è stata messa in mezzo ed è stata condannata ingiustamente. Quando i mass media costruiscono tutto, la vanità di qualche pm chiude il cerchio. Ho struggente simpatia verso chi cade in queste trappole. Perché li vedo senza scampo.

Dopo aver seguito, per anni, i processi italiani, come giudica complessivamente la giustizia italiana?
Ha subito dei contraccolpi. Credo che tutte queste trasmissioni che montano casi, che spiano attraverso il buco della serratura, abbiano un po’ peggiorato il sistema.

E, secondo lei, la giustizia ha mai condannato un innocente?
No, a parte Sabrina Misseri. Vede, un’altra cosa che la gente non capisce è che nei processi si parla di verità processuale. Come sono andate veramente le cose lo sa solo chi le ha fatte e Dio, per chi ci crede. I processi si fanno sulle prove e quelle portano a dei risultati, però non è mai la verità assoluta.

È consapevole di essere diventata un’icona?
Gay?

No, un’icona in generale.
Peccato, l’icona gay mi piaceva molto (ride, ndr).

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Correlati

Potresti esserti perso