19 Ottobre Ott 2018 1555 19 ottobre 2018

Quella delle Mutilazioni Genitali Femminili è una piaga anche italiana

«Almeno mille bambine all’anno rischiano di subirle». Il dramma però è sconosciuto e le tutele sono inesistenti. In tutta Roma, per esempio, c'è solo una pediatra che se ne occupa.

  • ...
Mutilazioni Genitali Femminili Italia

Non importa tutta l’emancipazione del mondo, ogni aspetto che riguardi la sessualità femminile è ancora un tabù. Anche quando parlarne significherebbe porre l’attenzione su atrocità inaudite come le Mutilazione dei Genitali Femminili (MGF), forme di modificazione o rimozione parziale o totale dei genitali esterni che vanno dalla più invasiva, l’infibulazione, che recide o sutura parzialmente le grandi labbra riducendo l’apertura vaginale a un piccolissimo buco; alle più lievi, se così si può dire, come compressione di clitoride e piccole labbra, piercing, incisioni, raschiature e cauterizzazioni. Torture effettuate in molti Paesi tra i quali Egitto, Sudan, Guinea, Mali, Sierra Leone, Eritrea e Somalia, spesso per mano delle donne stesse, madri o nonne convinte che risparmiarle alle bambine significhi precludere loro di sposarsi, avere figli e condurre una vita rispettabile, visto che l’assenza di piacere sessuale le proteggerebbe da eventuali conseguenze negative di un appetito sessuale incontrollato e promiscuo. Un dramma non sconosciuto in Italia dove, come confermato da Valentina Pescetti, gender expert di Differenza Donna ONG, «Almeno mille bambine all’anno rischiano di subirlo». Un allarme sociale fortissimo.

DOMANDA: In Italia vivrebbero tra le 60 e le 80 mila persone sottoposte a MGF, anche se il nostro Paese le vieta, perché?
RISPOSTA:
Perché la legge attuale, nonostante preveda la reclusione da quattro a 12 anni a chiunque le pratichi con l’aggravante di un terzo in caso di minori, è poco conosciuta, difficilmente applicabile e paradossalmente penalizza le donne stesse.

In che senso?
Pone le madri sullo stesso piano di colpevolezza dei padri, mentre sono loro stesse le prime vittime visto che hanno subito la medesima cosa e imparato a vedere il proprio corpo martoriato. Se si vive tale atrocità in età premestruale e antecedente al primo rapporto sessuale non si pensa che dolore, infezioni e altre problematiche siano causate dalle MGF ma che soffrire e non provare mai piacere sia la norma.

L’attuazione della legge infatti non sta dando i risultati sperati.
Affatto. Da quando è in vigore, nel 2006, è stato giudicato solo un caso, finito in secondo grado con l'assoluzione degli imputati perché non ci sarebbe stato il dolo, ovvero la volontà di arrecare danno alle minori coinvolte. Venne riconosciuta l’attenuante culturale ma non è accettabile che la legge la contempli per reati così gravi e per questo ne chiediamo la revisione della forma e della sua applicazione.

Anche perché le denunce sono poche.
Nulle, le donne che arrivano in Italia provengono da Paesi talmente violenti da non sapere che quello che hanno subìto è una gravissima lesione dei diritti umani e della salute e che la legge italiana possa proteggerle. Per persone che magari non sono mai andate da un medico non è facile immaginare che esistano centri antiviolenza o consultori con operatrici o ginecologhe in grado di supportarle. Quelle che però capiscono di avere dei diritti sono le prime a battersi e a chiedere aiuto.

Ma i medici italiani riescono a rispondere adeguatamente?
Raramente, perché non sono quasi mai formati e da anni non vengono stanziati fondi per farlo. Solo nel Comune di Roma, ad esempio, sono più di 500 le bambine sotto gli 11 anni provenienti dai sette Paesi con un tasso di incidenza di MGF superiore all'80% che frequentano scuole dell’infanzia e dell’obbligo, e in tutta la città c'è solo una pediatra, di origine somala, che si impegna contro le mutilazioni. Ma ovviamente non basta.

Cosa si può fare per dare a tutte la giustizia che meritano?
Andrebbe cambiato radicalmente l’approccio con la materia. È ovvio che istintivamente si sia portati a condannare chi non ha saputo proteggere una figlia ma proprio perché le madri sono prima di tutto vittime non si può utilizzare la scure della giustizia. È necessario invece cercare la loro collaborazione come si fa con i pentiti di mafia.

Un concetto molto forte.
Indubbiamente, ma è il metodo usato dagli organismi internazionali nei Paesi africani dove le MGF sono la regola. Lì si sono ottenuti importanti risultati grazie alla collaborazione delle pentite, che ora si adoperano per fermare questa tortura. Convincerle non è sempre immediato perché eseguendo le mutilazioni vengono pagate e considerate importanti dalla comunità, mentre se smettono e sensibilizzano altre persone vanno contro la tradizione. Esistono però progetti che offrono loro la possibilità di non perdere il riconoscimento sociale eseguendo rituali non violenti e feste di passaggio che sostituiscono le mutilazioni.

È un modello replicabile da noi?
Credo di sì, in caso contrario il fenomeno è destinato a restare sommerso.

Fortunatamente però le MGF sono oggi riconosciute dall’UNHCR come una forma persecutoria motivo di concessione della protezione internazionale. Cosa significa in concreto?
Nel caso di minori a rischio la protezione può essere richiesta da genitori o tutori ma il diritto di asilo deve essere garantito anche a chi ha già subito MGF perché le conseguenze sulla salute possono essere gravissime. Nonostante queste tutele l’Italia deve impegnarsi ancora tanto, sia a livello strutturale che politico, per includere adeguatamente le persone, mentre la tendenza di oggi è quella di bloccarle.

Come le si accoglie al momento?
Quando arrivano, sia attraverso il mare che con aerei delle Nazioni Unite, vengono mandate in un CAS (Centro di Accoglienza Straordinaria) o in uno SPRAR, dove le attende l'audizione con la Commissione Territoriale per i richiedenti asilo, che valuta ogni caso. Lì le informazioni sul tema sono minime e le rare volte in cui vengono fornite sono in italiano o inglese, e magari in forma scritta e quindi inaccessibili a chi parla altre lingue o non sa leggere.

Anche per sopperire a queste lacune avete dato vita, insieme ad altre associazioni italiane e internazionali, al progetto BEFORE. In cosa si concretizza?
In supporto attraverso ogni forma possibile: dalla formazione di chi opera con donne migranti, all’informazione con volantini multilingue e campagne ad hoc, al sostegno diretto, soprattutto attraverso i centri antiviolenza, ai quali è possibile rivolgersi per avere consulenza e assistenza legale gratuita, sostegno emotivo, relazionale, psicosociale e culturale e ospitalità in Case rifugio. Abbiamo attivato anche il numero 3494393267 al quale telefonare, mandare un SMS o un messaggio WhatsApp, e realizzato video tutorial in diverse lingue visibili sul nostro sito.

Il Decreto Sicurezza da poco presentato dal ministro dell’Interno, Matteo Salvini, prevede tra le altre cose la revoca del diritto di asilo per chi compie mutilazioni di tipo sessuale, cambierà qualcosa?
No, nulla, anzi: si potenzieranno omertà, silenzio e pressioni interne alle comunità per non far trapelare nulla. Poi forse Salvini si dovrebbe rendere conto, o dire onestamente, che per arrivare alla sentenza finale servono minimo due/quattro anni, e nel frattempo dove sta la persona accusata? Un decreto, per portare il titolo di sicurezza, dovrebbe garantirla davvero.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Correlati

Potresti esserti perso