11 Ottobre Ott 2018 1842 11 ottobre 2018

Le battaglie di Non una di Meno dall'Assemblea nazionale all'8 marzo

Difesa della 194, attacco al ddl Pillon, manifestazioni contro la violenza sulla donne: Serena Fredda ci spiega in che cosa consiste «lo stato di agitazione permanente».

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Non Una Di Meno Serena Fredda

Stato di agitazione permanente fino allo sciopero dell’8 marzo: questa la presa di posizione del movimento Non una di meno per difendere i diritti delle donne e rendere più efficace il contrasto a un’azione, quella dell’attuale Governo gialloverde, che per le femministe è intollerabilmente basata sulla discriminazione, sull’indifferenza, sull’anacronismo e anche su un abuso di potere. Durante l’assemblea nazionale del movimento, tenutasi il 6 e il 7 ottobre a Bologna, è stato fatto il punto sugli allarmi sociali e definito un percorso che man mano si arricchirà di date e appuntamenti; le donne sono determinate a far sentire la propria voce forte e chiara e a battersi contro uno Stato che si mostra sempre più distante dalle loro esigenze, ma anche dalla realtà dei fatti. Con Serena Fredda, esponente di Non una di Meno – Roma, ci siamo focalizzate sulle più urgenti tematiche che le femministe porteranno nelle piazze d’Italia da qui ai prossimi cinque mesi.

DIFESA DELLA LEGGE 194

«L’assemblea di Bologna», spiega Serena, «è servita anche a registrare che questo nuovo Governo sta portando avanti un contrattacco nei confronti delle femministe, nell’ambito del quale Verona è stata identificata come campo di sperimentazione di quella saldatura fra la destra e il movimento della vita che va avanti ormai da un po’». Nella città veneta hanno presentato due mozioni chiaramente antiabortiste: «Una», continua Serena, «è stata respinta anche grazie alla mobilitazione di Non una di meno; l’altra, che finanzia le associazioni cattoliche attive contro l’aborto, è passata». Le donne tornano quindi in piazza, proprio a Verona, il 13 ottobre per contrastare questo «esperimento» che presto potrebbe diffondersi in tutto il territorio nazionale. «Da Verona viene il ministro Lorenzo Fontana», sottolinea Fredda, «e di certo non è un caso che proprio a Verona si stiano affermando con forza misure di sabotaggio della Legge 194 che vanno al di là di quelle già in atto, come l’obiezione di coscienza, e mirano a smontare completamente la legittimità delle donne ad accedere all’aborto». Per le femministe, l’attuale Governo si basa su una «politica fondamentalista cattolica» che, se non contrastata, potrebbe rivelarsi deleteria: «è necessario non solo fermare questa mozione, ma anche dare un segnale forte a livello nazionale: sulla Legge 194 non si arretra. E anzi vogliamo di più, vogliamo una riaffermazione del diritto all’accesso libero all’aborto». Fondamentale, per Non una di meno, è «l’introduzione piena dell’uso della pillola abortiva», ovvero la sua concessione fino a 63 giorni anche nei consultori e senza ospedalizzazione. Perché la limitazione della Ru486 lascia «il potere in mano ai ginecologi, che nel 70 per cento dei casi (media nazionale, ndr) sono obiettori. Con questa enfasi sulla vita in senso astratto, si sta cercando di imporre un esercizio di potere illegittimo sui corpi delle donne. Una forma di nuovo addomesticamento».

IL DDL PILLON

Il 10 novembre Non una di meno si mobiliterà a livello nazionale contro il ddl Pillon, ritenuto «l’espressione più evidente» della volontà di penalizzare le donne, impedendo loro di «ottenere un’autodeterminazione», dice Serena Fredda, «che si svincoli dalla famiglia e che non sia necessariamente legata al welfare, ma si basi su una misura individualizzata». Il disegno di legge presentato dal senatore leghista ribadisce, cioè, la centralità assoluta della famiglia, sia pur prendendo in considerazione un eventuale divorzio: «È un chiaro attacco alle donne e alla loro soggettività; la proposta di Pillon non deve essere riformabile, ma semplicemente e totalmente respinta, perché sostanzialmente punitiva e vendicativa nei confronti dell’universo femminile». Serena sottolinea anche come il ddl preveda «un prezzo altissimo da far pagare ai minori» ed esponga «le donne a un pericolo più alto nelle situazioni di abuso». Inoltre non c’è alcun tipo di sostegno per chi si separa e «si introduce un concetto di bigenitorialità secondo cui il bambino viene diviso a metà come fosse un bene, una semplice parte del patrimonio». Come se non bastasse, la divisone del tempo e dello spazio da dedicare ai figli, così come configurata, «è impraticabile per chi ha redditi medio-bassi» e la mediazione obbligatoria appare un’ulteriore aggravante in quanto «viene imposta una figura terza che decide al posto dei genitori, escludendo completamente i minori».

LA VIOLENZA SULLE DONNE

Per il 24 novembre è in programma a Roma una manifestazione «che rappresenterà il punto più alto delle mobilitazioni organizzate dal movimento femminista per quest’autunno». L’attacco alle istituzioni nazionali prenderà le mosse dal piano antiviolenza scritto dal movimento stesso per respingere «questa continua riaffermazione di una gerarchia e della subalternità delle donne che passa anche attraverso l’uso dei corpi femminili come strumento di governo», ma anche per porre freno alla «violenza nei Tribunali, nelle relazioni familiari, nella narrazione mediatica». Su questo fronte, le donne rivendicano in primis un reddito di autodeterminazione che permetta di raggiungere quell’indipendenza economica necessaria per «la rottura dei ricatti» ed eventualmente rinunciare a lavori svolti «in condizioni di violenza e molestie». Soltanto un salario minimo adeguato e l’eliminazione delle disparità salariali, secondo le femministe, possono aiutare a opporre un rifiuto e ribellarsi dinanzi a «situazioni impossibili». Non solo. Manifestare contro la violenza significa, per le donne, anche battersi contro il decreto Salvini nel nome di una fondamentale «politica antirazzista che annulli quelle linee di separazione rigidissime che vedono da una parte, ancora una volta, il maschio bianco ed eterosessuale». Il movimento femminista ha molto lavorato, nel corso di questo 2018, sui flussi migratori e sulla permanenza degli immigrati in Italia: «Chiediamo diritto di asilo e permesso di soggiorno europeo senza condizioni, perché anche la costruzione di muri e confini è un modo per generare violenza e portare avanti un’opera di sfruttamento nei confronti di chi è fragile e ricattabile. Un prezzo che pagano in particolare le donne. Ecco perché facciamo del diritto dei migranti di restare in Italia una battaglia anche nostra, in una necessaria ottica internazionale».

LO SCIOPERO: UNO STRUMENTO DA DIFENDERE

«È in questo clima», continua Serena Fredda, «che abbiamo lanciato lo stato di agitazione permanente, il quale sarà quindi segnato da una serie di passaggi e mobilitazioni: le date si moltiplicheranno e copriremo tutto il territorio italiano». L’8 marzo le femministe torneranno a usare lo strumento che per loro ha sempre avuto un valore enorme e che ha permesso di raggiungere tanti traguardi: lo sciopero. «Sarà un momento alto», anticipa Serena, «che prepareremo attraverso una lunga strutturazione di ogni ambito del mondo lavorativo, anche mettendoci un’abbondante dose di creatività. Le donne vogliono riprendersi questo mezzo, appunto lo sciopero, che è stato svuotato della sua efficacia e del suo senso». Il 25 novembre ci sarà un’altra assemblea nazionale per la definizione di «un piano organizzativo e rivendicativo».

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