10 Ottobre Ott 2018 1209 10 ottobre 2018

Una vittima di stalking: «Il mio persecutore protetto dalla giustizia»

Lui è un uomo in divisa, e questo complica le cose. La storia di una donna inascoltata, che ha perso ogni fiducia nelle istituzioni e vive nella paura: «Denunciare è inutile».

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D.B. vive a Cosenza, a una manciata di chilometri dal suo stalker. Un uomo libero: di muoversi, agire, avvicinarla in qualsiasi momento, nonostante una denuncia e un provvedimento restrittivo, emesso a fatica dopo mesi di indagini e rimasto in vigore solo 20 giorni, appena un respiro in due anni da incubo. Ci ha scritto lei, perché parlarne aiuta, anche se non sempre va come ci si aspetterebbe. «Non sto zitta», mi racconta al telefono un pomeriggio di inizio ottobre, la voce ferma, i ricordi di quei giorni più presenti che mai, la paura che torna insieme alla vita che riprende dopo un periodo di stop, a casa, protetta dalla famiglia, una condizione che non può essere per sempre. «Sono appena tornata al lavoro dopo un’aspettativa non retribuita; una cosa inevitabile perché non stavo bene, rimettevo tutto quello che mangiavo, avevo perso 30 chili, depressione e paura insieme, terrorizzata all’idea di dover uscire di casa».

«MI HA LASCIATA QUASI ALL'ALTARE»

La storia, tra loro, sembra una fra tante. Si conoscono da tempo, alle spalle 12 anni insieme e un progetto di vita comune, poi il cambio di rotta, improvviso. «Mi ha lasciata quasi all’altare, in pratica avevo già l’abito da sposa addosso», racconta D. È delusa, ferita, ma non tenta la via umiliante della riconciliazione. Forse lui non se l’è sentita, pensa lei. «Molti uomini, in fondo, sono ancora così, immaginano il matrimonio come un cappio al collo, parole come famiglia, figli, spaventano, ma non si rendono conto che non è una firma a cambiare le cose». Così lei e lui se ne vanno, ognuno per la sua strada, ma solo per un po’.

Domanda: che cosa è successo?
Risposta:
Dopo un paio di anni si è rifatto vivo. Mi chiedeva se potevamo vederci per un caffè, per una cena, per parlare. All’inizio non ho dato troppo peso alla cosa, pensavo che si sentisse in colpa per quello che aveva fatto, ma poi si è fatto insistente, arrivava a chiamarmi anche 70 volte al giorno, non smetteva mai, fino a quando il mio telefono non si scaricava. Mi sono rivolta agli amici in comune e alla sua famiglia per farlo smettere, però non è servito a nulla. Me lo ritrovavo sempre davanti, qualunque cosa facessi. Quando ero al lavoro, ad esempio, mi mandava fotografie che lo ritraevano vicino alla mia macchina parcheggiata, come a dire: «So dove l’hai messa», le rare volte che uscivo la sera compariva sempre anche lui, pure quando decidevo dove sarei andata solo dieci minuti prima, era sempre lì. Mi seguiva, l’unica spiegazione possibile. Poi la situazione è precipitata.

Come?
Mi ha seguita in macchina e mi ha mandata fuori strada. Ero nel panico, non riuscivo a comporre il numero dei carabinieri. Così ho mandato un messaggio vocale a una mia amica che sapeva tutto: «Se non mi senti entro dieci minuti chiama aiuto».

Hai avuto conseguenze?
No, per fortuna. Poi ho deciso di denunciarlo.

La denuncia ha risolto le cose?
Non è servita a niente. In questura nessuno mi ha dato ascolto, nemmeno il beneficio del dubbio, fin dal primo approccio ho avvertito un atteggiamento ostile nei miei confronti, erano seccati, come se avessi portato una rogna lì dentro. La mia richiesta passava da un dipendente all’altro, nessuno era mai quello preposto a mettere la firma per prenderla in carica. Ho aspettato per ore in piedi, in corridoio, mentre loro telefonavano, parlottavano. Alla fine ho sbottato, pretendendo che facessero quello che dovevano fare. La cosa si è protratta fino al giorno successivo, quando sono dovuta tornare per la firma del verbale, cosa che avrei dovuto fare subito, evitando ulteriori disagi in una situazione già di per sé esasperante.

«In pochi secondi passava da frasi del tipo: 'Ti faccio camminare su una sedia' a rotelle a inviti: 'Andiamo al cinema, amore'».

D.B.

Qual è stato il problema secondo te?
Lui era ed è uno di loro, un uomo in divisa.

Dopo la denuncia ha smesso?
No, continuava tranquillamente ad assillarmi e ogni volta che bloccavo un numero se ne procurava un altro, erano tutti intestati a lui. Chiamava, io non rispondevo mai, e quando lo facevo lo lasciavo parlare; negli ultimi tempi le telefonate mute si sono trasformate in minacce, in pochi secondi passava da frasi del tipo: «Ti faccio camminare su una sedia a rotelle» a inviti: «Andiamo al cinema, amore?». Così mi sono rivolta di nuovo alle autorità portando la documentazione dettagliata di tutti questi contatti.

E poi?
Le indagini sono andate avanti per mesi e hanno coinvolto anche me, è stato fatto di tutto per evitare di emettere quel provvedimento contro di lui, persino far decorrere i tempi per la querela. Per fortuna non ho niente da nascondere, non ho mai preso nemmeno una multa, contro di me non si sono potuti attaccare a niente. Questo però non è un merito, è ingiusto. Potrei anche essere la persona peggiore del mondo, ma niente giustifica comportamenti del genere contro una donna. Alla fine è arrivato un ordine restrittivo che lo obbligava a tenersi lontano da me, ci sono stati addirittura due testimoni portati da lui che hanno parlato a mio favore.

Un sollievo, finalmente.
Purtroppo è durato poco, solo 20 giorni. Lui ha fatto ricorso al Tar, che con sentenza abbreviata, emessa nella stessa mattina della prima udienza, ha rigettato quanto deciso prima perché secondo loro, nonostante tutte le prove a suo carico, il fatto non sussisteva. Così io da vittima sono diventata indagata.

Cioè?
Mi hanno accusata di aver detto il falso e si è avviato un procedimento civile a mio carico, che ha determinato anche una spesa importante. Nel penale sono stata assistita da Doppia Difesa di Roma, con patrocinio gratuito, ma nel civile ho dovuto contare solo sulle mie forze.

Un impegno importante anche economico, dunque.
Assolutamente sì, ed è una cosa che non tutte possono permettersi, questo spesso ce lo dimentichiamo. Io ho un lavoro, una famiglia che mi vuole bene e che mi sostiene, anche una cultura che mi ha permesso di vedere le cose in un certo modo, di arrivare a conoscere l’associazione che mi ha sostenuta, ma non per tutte è così. Ci sono donne che non denunciano, che lasciano perdere perché non sanno di queste possibilità, altre che sono completamente sole o legate al loro stalker anche da figli.

«Non ho denunciato una divisa, ho denunciato un uomo. Non ho mai messo in discussione le sue capacità sul lavoro, ma il suo comportamento nel privato. Sui documenti di revoca, invece, c’è scritto che lui è un dipendente modello. Cosa c’entra?»

D.B.

Se lui non avesse indossato una divisa le cose sarebbero andate in modo diverso?
Penso di sì, ma io non ho denunciato una divisa, ho denunciato un uomo. Non ho mai messo in discussione le sue capacità sul lavoro, ma il suo comportamento nel privato. Sui documenti di revoca, invece, c’è scritto che lui è un dipendente modello. Cosa c’entra? Questa è una vicenda privata che esula dal lavoro che fa. Il mio obiettivo non è mai stato quello di denigrarlo, né di fargli perdere il posto, non mi interessa, voglio solo tenerlo lontano da me, però quando hanno visto chi era nessuno ha mosso un dito per aiutarmi. Potrei anche dire: «Ho denunciato la persona sbagliata», ma una donna se la sceglie la persona da denunciare? Ci sono degli intoccabili? Il problema è che delle donne si parla sempre e solo dopo, quando muoiono.

Un ambiente ipocrita, insomma.
Ipocrita e maschilista, nelle caserme ancora di più. Il 25 novembre poi (Giornata contro la violenza sulle donne, ndr), sono sempre tutti in prima fila a fare sermoni, ormai parlare di violenza di genere è una moda, come le campagne di sensibilizzazione, pensa che nella mia città c’è un camper dove le vittime di stalking possono rivolgersi in caso di bisogno. Ma chi si deve sensibilizzare? Le donne che non denunciano? Le donne denunciano, ma se poi non trovano aiuto è logico che non vanno avanti. Io non consiglierei mai a una donna di denunciare il proprio stalker, non serve a niente. Mi sento male a dirlo, ma non posso fare altrimenti perché alla violenza ricevuta si è aggiunta la violenza da parte di chi avrebbe dovuto difendermi. Non si può giocare così con la dignità di una persona ferita.

Dopo la revoca del provvedimento restrittivo si è rifatto vivo?
Dopo la denuncia e dopo la revoca mi sono arrivati sms da un profilo Facebook falso come aveva fatto altre volte.

«Basta vedere come vengono effettuate le indagini, al modo in cui ti guardano: c’è solo curiosità, nessuna consapevolezza, nessun desiderio di offrire un aiuto concreto. Che messaggio si dà alle donne che vogliono denunciare?».

D.B.

Se ricominciasse quindi non lo denunceresti di nuovo?
No, a cosa serve? Tanto esci da lì e non hai risolto niente, abbiamo a che fare con delle mentalità più tentate di lavarsene le mani che a prendere una posizione, basta vedere come vengono effettuate le indagini, al modo in cui ti guardano: c’è solo curiosità, nessuna consapevolezza, nessun desiderio di offrire un aiuto concreto. In questo modo che messaggio si dà alle donne che vogliono denunciare? E a un malato come il mio stalker? Che può tranquillamente fare quello che fa, tanto non ci sarà nessuna ripercussione. Le donne, alla fine, sono sempre quelle che se la vanno a cercare.

Questo come fa sentire?
Molto male, e io mi vergognavo pure, l’ho presa come un fallimento personale.

Perché? Non è colpa tua.
Lo so, ma a un certo punto perdi anche la concezione di quello che è giusto e di quello che è sbagliato.

Lo hai più rivisto?
No, del resto nell’ultimo periodo sono sempre stata in casa, lontana dai luoghi che lui frequenta.

Che tu sappia nella sua vita c’è un’altra donna?
So che ci sono state, anche quando mi tormentava con le telefonate, e so che con alcune si è comportato come ha fatto con me.

Avete provato a fare fronte comune?
Non ne hanno voluto sapere, le posso anche capire. Io sono andata avanti per la mia strada.

Ha fatto qualcosa di recente?
No, ma non sono tranquilla. È sicuramente arrabbiato perché si è dovuto difendere, non è certo contento di quello che ho fatto. Se si dovesse avvicinare sarebbe per far male.

Hai paura adesso?
Sì. Lui è armato, basta un attimo.

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