30 Settembre Set 2018 0800 30 settembre 2018

«Quando mi diceva "puttana, io ti uccido"»: la storia di violenza di Grazia Biondi

Doveva stare zitta per non finire «seppellita nel giardino di casa»: nove anni di calvario per mano non solo di un uomo ma anche delle istituzioni. Perché la forza delle donne spaventa.

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Sentenza Grazia Biondi Modena

«Sta zoccola, tu non devi parlare più. Mo’ ti do un cazzotto e ti sfondo, quando sto così ti devi stare zitta». «Puttana, tu devi buttare il sangue».

Queste alcune delle frasi riportate nella sentenza del tribunale di Salerno nel processo contro un professionista denunciato dalla oramai ex moglie Grazia Biondi dopo nove anni di violenza psicologica, fisica ed economica. E anche verbale, appunto. Una sentenza che ho voluto leggere per intero dopo la pubblicazione di un estratto in cui si definiva la condizione della vittima ‘meno drammatica’ in virtù del tenore di vita agiato durante la relazione. Una sentenza firmata da una giudice, una donna, perchè il genere femminile non è di per sé una garanzia di riconoscimento della violenza maschile. Una sentenza in cui si legge che nelle sue minacce l’uomo diceva alla moglie che doveva stare zitta per non finire «seppellita nel giardino di casa». Eppure Grazia Biondi, dopo nove anni di soggezione inizialmente psicologica ed economica, poi anche fisica, ha deciso che zitta non voleva stare più. Una scelta che ha visto acuirsi la violenza dell’imputato che l’ha costretta a confrontarsi con un’altra violenza, quella di una cultura che colpevolizza le donne, che mette vittime e carnefici sullo stesso piano e che entra anche nelle istituzioni. A distanza di qualche mese dalla pubblicazione di una sentenza che sembra la cronaca di una prescrizione annunciata le abbiamo chiesto quali siano le sue riflessioni e i suoi sentimenti.

DOMANDA: Nella sentenza vengono nominati rinvii per impossibilità dei testi, dell’avvocato della difesa, dell’imputato, vengono citati dei cambi di giudice. Che è successo?
RISPOSTA:
Di tutto. Ti prendono per sfinimento. Io ho vinto perché lo dovevo a me stessa, ma è difficile non mollare, molto difficile. Avevo denunciato il mio ex marito nel 2011 ma non ero riuscita ad ottenere alcun allontanamento nonostante tanti certificati medici per percosse e un tentativo di strangolamento. Il dibattimento è partito nel 2013, siamo nel 2018. Per due volte è cambiato il giudice, e alla fine ne è stata nominata una terza. Inizialmente ero fiduciosa perché pensavo che una donna avrebbe capito, e devo ammettere che era partita con il piede giusto; poi i rinvii pretestuosi, le astensioni, l’allungarsi dei tempi processuali, hanno allineato la sua posizione a quella dei giudici precedenti. Tutto sembrava programmato per arrivare alla prescrizione, come poi è stato.

Perché? Il tuo ex marito è un uomo influente sul territorio?
Ti rispondo con una frase che lui disse a mio padre, ed è agli atti. Gli disse: «Io sono Dio, io ho i soldi... A me tutti, anche le autorità, mi stendono il tappeto rosso. Io sono la legge». Mio padre lo aveva considerato uno «spocchioso», ma in seguito a tutto quello che abbiamo patito, mi disse di aver capito che quel giorno gli aveva detto il vero.

La giudice ha ritenuto di considerare rilevanti il tenore di vita durante il matrimonio e le continue riconciliazioni con il tuo ex marito. Cosa vorresti dirle se avessi la possibilità di parlarle oggi?
Le direi che per poter giudicare la violenza bisogna conoscerla. Io ora so che non avrei dovuto credergli. Lo perdonavo, gli credevo quando si dimostrava pentito e piangeva. Non ho saputo riconoscere la violenza psicologica, non è facile quando sei all’interno di un meccanismo perverso in cui c’è anche la parola «amore». Quando è arrivata quella fisica ero stordita e terrorizzata. La soggezione psicologica accomuna tante donne che finché non arrivano i primi schiaffi. Pensano, come facevo io, che si tratti di un momento di difficoltà, e invece sono sabbie mobili perchè questi uomini non cambiano. Sulla questione del tenore di vita che debbo dirti, si commenta da sé.

Nel tuo intervento alla Camera il 25 Novembre «In quanto donna», hai spiegato quanto sia importante essere unite per non tacere la violenza. Con il dibattito seguito al movimento #MeToo e #quellavoltache si comincia a chiarire che non è importante dopo quanto si denunci, perché in una cultura sessista oltre alla paura può prevalere un sentimento di vergogna.
Penso che la vergogna sia un sentimento iniziale. Quello che drammaticamente spaventa le donne è non essere credute. Sentirsi sempre causa della violenza, come se ricevere un pugno in pieno viso fosse il risultato di qualcosa che ti ha reso colpevole: ti colpevolizzano gli altri e ti colpevolizzi da sola. La violenza ti fa perdere il senso di te, non hai più identità ma solo tanta paura. Quando decidi di dire basta sai che in gioco c’è la tua vita. E una donna non dovrebbe mai arrivare a questo punto. Oggi so che tutto quello che ho subito non lo meritavo. Grazie alle persone con cui ho condiviso il mio dolore, i miei familiari e i miei amici, ho iniziato il mio percorso di rinascita e resilienza. È la cultura in cui viviamo che impedisce alle donne di riconoscere ai primi segnali la violenza, è una cultura che inverte i ruoli e fa sentire le donne colpevoli. E questa mentalità la incontri anche nei tribunali.

Cioè?
Voglio dire che anche alcuni rappresentanti delle forze dell’ordine, consulenti Ctu e giudici pensano, e vogliono continuare a pensare, che una donna che subisce violenza sia una cretina che in fondo si va a cercare situazioni difficili di cui poi non dovrebbe lamentarsi. E quando vedono che non è così fanno di tutto per cucirti addosso il ruolo di persona debole. Non si ammette che anche una donna forte possa subire violenza e non si chiede all’uomo violento di assumersi la piena responsabilità di quello che ha fatto. Io mi sono ricostruita una vita, sto cercando di guardare avanti, ma questo non piace, le donne forti non piacciono a certi giudici.

Che atteggiamento hai riscontrato?
Arrogante, nei confronti delle vittime della violenza, come se fossero in punizione per aver osato alzare la testa. Respiriamo anche in tribunale il giudizio moralista di una cultura che vorrebbe le vittime con lo sguardo abbassato e l’aria dimessa. Molte donne che ho conosciuto in questi anni hanno sentito il peso di questo pregiudizio e hanno respirato la stessa aria anche in tribunale.

La forza delle donne infastidisce?
Infastidisce e spaventa. Una donna che sopravvive a un uomo violento può sopravvivere anche all’ignoranza e alla cattiveria sociale. Conta essere consapevoli dell’orrore a cui si è sopravvissute e della forza che abbiamo trovare per rinascere.

Contro il tuo ex marito erano stati chiesti tre anni e la condanna è stata di 10 mesi. Provi più rabbia per la mitezza della pena o sollievo perchè comunque una condanna c’è stata?
Dieci mesi sono pochi per tutto quello che ha fatto, ma sentire e vedere scritta la parola «colpevole» mi ha in parte ripagata di questi anni di iter processuali nefandi che hanno causato tanta sofferenza a me e alla mia famiglia.

I tuoi genitori come hanno vissuto quello che ti è successo?
Hanno lottato con me ed è stato un grande dolore vedere anche loro subire le stesse minacce e le stesse umiliazioni. Mio padre è morto sperando in una giustizia, non ha fatto in tempo a vedere il mio ex marito condannato. Quello che più mi fa rabbia è la certezza, perché ne sono proprio certa, che se non avessi lottato resistendo a tutto, se non fossi stata così forte, in quella sentenza oggi ci sarebbe scritto «assolto». E penso che le motivazioni della mia sentenza celino un monito alle donne, un invito al silenzio, per destabilizzare o spaventare chi osa ribellarsi. Per questo vivrò e andrò avanti lottando con la mia associazione (Manden, ndr) perchè ad altre donne non accada lo stesso.

Come lo farai?
Aiutando le donne che subiscono violenza ad affrontare la denuncia e l’iter processuale con un sostegno emotivo e pratico, rendendole consapevoli di cosa le aspetta in tribunale affinché possano affrontare con forza le false accuse e i pregiudizi che incontreranno.

Che significano nuove violenze, una vittimizzazione secondaria.
Sì. Non ti uccidono solo una pistola o un coltello, ma anche le sottovalutazioni, l’indifferenza, le connivenze, il menefreghismo, l’omertà, l’inefficienza. Ti uccide chi ti mette sul banco degli imputati per giustificare il carnefice. Nei tribunali italiani va rimessa in discussione non solo la formazione degli operatori, ma anche la loro coscienza. Le cause che riguardano la violenza sulle donne dovrebbero essere affidate esclusivamente agli avvocati e magistrati specializzati su queste tematiche. Ci sono, ne ho incontrati. A loro dovrebbe essere affidata la formazione all’interno degli ordini, perché solo così si può cambiare l’intero sistema. È grazie a loro che nonostante tutto quello che ho subito credo ancora nella giustizia.

Domenica 30 settembre Grazia Biondi sarà ospite di Matilde D’ Errico nella puntata di Sopravvissute, il nuovo programma di RaiTre che esplora i molti volti della violenza intrafamiliare.

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