29 Settembre Set 2018 0800 29 settembre 2018

Carlotta Sami: «Le donne migranti vivono una routine di violenza»

Viaggi estenuanti, stupri, sfruttamento. È quello a cui vanno incontro coloro che lasciano la propria terra e prendono il mare. Ne parliamo con la portavoce per il Sud Europa dell'Unhcr.

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La routine delle giovani donne che vivono in Paesi del cosiddetto primo mondo si somigliano tutte e alternano soddisfazioni a drammi che per quanto grandi possano essere fortunatamente raramente conoscono l’orrore. Quello vero e nero dell’abisso dal quale non si riemerge mai. A rappresentare invece la costante delle rifugiate, che sperando in un’esistenza migliore, lasciano la propria terra, attraversano il deserto e poi prendono il mare. Luoghi-non luoghi di disperazione dove esistono solo orchi, pronti a violentarle senza pietà tutto il giorno, ogni giorno, spezzando le loro anime e riducendo al silenzio le loro voci. Voci «che solo rare volte riescono a raccontare» l'orrore subito, spiega a Letteradonna.it Carlotta Sami, dal 2014 portavoce per il Sud Europa dell’Unhcr, l'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati.

DOMANDA: L’Articolo 10 della nostra Costituzione recita: «Lo straniero, al quale sia impedito nel suo Paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d'asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge». A che punto siamo davvero in Italia con la sua attuazione?
RISPOSTA: A un buon punto. Il nostro Paese a livello di gestione dell’accoglienza ha fatto molti passi avanti negli ultimi 7-8 anni, basti pensare alla prima ondata migratoria dal Nord Africa che ha rappresentato una vera e propria emergenza ma dalla quale siamo usciti completamente visto che il numero di sbarchi da allora si è ridotto di circa l’80%.

La tanto urlata invasione che secondo molti sarebbe in corso, quindi, è una fake news?
Assolutamente sì. Non si specifica però che senz’altro molti migranti arrivati in Italia non si sono fermati nel nostro Paese e che il fenomeno è in costante diminuzione.

Quando si parla di immigrazione uno dei problemi principali è la superficiale conoscenza delle persone che hanno diritto a entrare nel nostro Paese. Facciamo chiarezza: chi sono i rifugiati e chi i richiedenti asilo?
Secondo la Convenzione di Ginevra del 1951 il rifugiato è colui che temendo a ragione di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza a un determinato gruppo sociale o per le sue opinioni politiche, si trova fuori del Paese di cui è cittadino e non può o non vuole, a causa di questo timore, avvalersi della protezione di questo Paese; oppure che, non avendo cittadinanza e trovandosi fuori del Paese in cui aveva residenza abituale a seguito di tali avvenimenti, non può o non vuole tornarvi per il timore di cui sopra. Della categoria dei richiedenti asilo, invece, fanno parte coloro che avendo inoltrato una richiesta di riconoscimento di status di rifugiato sono ancora in attesa di una decisione.

A volte però passa per rifugiato anche chi rifugiato non è.
Nonostante siano stati fatti importanti passi avanti, gli ostacoli nella determinazione dell’asilo sono ancora tanti. Il primo e più importante è che non esistendo in Italia un canale legale per l’immigrazione, spesso anche le persone che vorrebbero un visto di lavoro regolare non hanno possibilità di ottenerlo, quindi fanno domanda d’asilo e questo negli anni ha appesantito il sistema.

Cosa la preoccupa di più oggi?
Il linguaggio della politica, non solo in Italia ma a livello mondiale, che sta strumentalizzando moltissimo i migranti senza averne motivo. È un aspetto da non sottovalutare visto che da xenofobia e razzismo sono spesso nate fratture sociali sfociate in scontri gravissimi. L’Italia in questo non è da meno, in pochissimo tempo si è passati dai meme sui social network a episodi di violenza quotidiani nei confronti di persone che hanno una pelle diversa da quella dell’italiano medio. Già perché esistono anche italiani neri, solo che molti non lo sanno.

Ogni persona ha qualcuno che ama e che ha dovuto lasciare a casa, o che si è perso per sempre lungo il tragitto

Carlotta Sami

Prendiamo il caso della Diciotti. Poteva essere gestito meglio?
Dal nostro punto di vista non esistono deroghe al salvataggio di persone in mare e al loro sbarco nel primo porto sicuro in loro prossimità. Per questo ci siamo espressi in maniera molto chiara, sollevando la richiesta di uno sforzo coordinato da parte di tutti i Paesi europei. È chiaro che la questione non può incidere totalmente sui porti italiani: deve essere affrontata anche partendo dai Paesi di partenza, quasi sempre la Libia.

Lei ha incontrato le donne imbarcate dalla Diciotti. Cosa le hanno raccontato?
Tante storie, tutte accomunate da violenze terribili e per nulla straordinarie ma ordinarie per chi compie traversate estenuanti e soprattutto passa dal territorio libico, dove la situazione è inimmaginabile e i soprusi si consumano ovunque. Si tratta davvero di una routine subita senza possibilità di ribellarsi, spesso utilizzata per soggiogare le vittime o estorcere loro denaro. Alcune ragazze hanno addirittura disegnato la mappa dei luoghi in cui hanno subito stupri durante il viaggio, a partire dal deserto fino al porto di Catania.

Dagli abusi nascono spesso bambini, in condizioni disumane.
Un dramma nel dramma anche perché molte madri non sopravvivono. Le situazioni sono laceranti e di un’atrocità tale che mi chiedo come si possano ignorare. La verità è che nell’animo di molti non è rimasta neppure la decenza di fermarsi a pensare come sarebbe se anche solo una minima parte di tutto questo succedesse a noi.

Come vengono aiutate da un punto di vista sanitario le vittime di violenza una volta in Italia?
Con difficoltà purtroppo, nonostante l’accesso alla salute sia garantito a tutti. Il problema però è che spesso le strutture pubbliche sono affollate dall’utenza di routine italiana, quindi garantire alle migranti questo diritto è difficilissimo. Ad aggravare tutto ciò c'è il fatto che individuare uno stupro non è semplice, a causa delle barriere culturali delle vittime e dei loro continui spostamenti da un centro all’altro che rendono difficile l’attuazione di un percorso lineare.

Per questo avete coinvolto anche altre realtà come Aidos e DiRe?
Sì, con Aidos Italia cerchiamo di rafforzare il coordinamento del sistema di accoglienza per prevenire e rispondere alla violenza sessuale e di genere. Con la rete DiRe, invece, abbiamo allestito un percorso mirato a garantire alle vittime l’accesso ai centri antiviolenza dell’associazione e una mediazione culturale specializzata.

Anche i migranti minorenni sono vittime di violenza.
Purtroppo sì, anche in questo caso si tratta di violenze di ogni tipo. Ho sentito racconti di bambini molto piccoli torturati davanti alle loro madri.

C'è una storia che l'ha colpita particolarmente?
Direi tutte perché ciò che colpisce è la loro serialità, il fatto che non ne esista solo una ma che siano infinite, tutte apparentemente molto simili, anche se ognuna diversa nella propria drammaticità. Ogni persona ha qualcuno che ama e che ha dovuto lasciare a casa, o che si è perso per sempre lungo il tragitto.

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