27 Settembre Set 2018 1525 27 settembre 2018

Susanna Tamaro: «La mia vita di scrittrice con la sindrome di Asperger»

L'ha definita una «sedia a rotelle interiore», perché le ha impedito di fare molte cose. Ma è riuscita a usarla come ispirazione. Il tuo sguardo illumina il mondo è il suo ultimo libro.

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Susanna Tamaro

Al telefono risponde direttamente lei, non ci sono assistenti o collaboratori. Ha una voce squillante e pronta. Con tono pacato mi chiede quanto tempo occorrerà e dedica a ogni domanda lo stesso spazio. Susanna Tamaro è precisa. Nel cercare le parole più giuste, per esempio. Cesella le immagini, probabilmente per deformazione. Il 20 settembre è uscito il suo ultimo libro, Il tuo sguardo illumina il mondo, edito da Solferino. È una lettera all’amico e poeta Pierluigi Cappello, scomparso l’anno scorso. E in occasione della pubblicazione, per la prima volta, la scrittrice triestina ha scelto di raccontare l’impatto che nella sua vita ha avuto la sindrome di Asperger. «Ho sofferto moltissimo, fin da bambina. Di fragilità, paure, ansie e ossessioni: non dormivo mai, camminavo di notte per casa, contavo, facevo tante cose che, all’epoca, non erano spiegabili perché nessuno sapeva che cosa fosse. Venivo considerata una bambina squilibrata. Dopo mi sono chiusa in un grande silenzio e non ho parlato per anni», ha spiegato Tamaro a LetteraDonna, raccontando la sua malattia e il suo rapporto con letteratura, libri e fede.

DOMANDA: Ha definito l’Asperger la sua «invisibile sedia a rotelle»? Che cosa intendeva dire?
RISPOSTA: Io sono nata con questa malattia e quando ero piccola nessuno sapeva che esistesse. L’ho definita così perché, nella vita, non sono riuscita a fare tante cose che avrei voluto fare a causa di questa «sedia a rotelle interiore». Tutta la vita mi sono colpevolizzata perché, non capendone l’origine, è come se avessi avuto un ospite sgradito con me. E non riuscivo a dargli un nome, anche perché non c’erano psicofarmaci che potessero migliorare la situazione.

E poi, quando invece l’ha scoperto, che cos’ha capito?
È stata una grande liberazione perché sono riuscita a leggere la mia vita passata attraverso questa chiave, che ha risolto tutti i vecchi misteri.

È difficile convivere con l’Asperger?
È una sindrome che dà grande fragilità: nei maschi è più evidente, nelle bambine e nelle ragazze è più difficile da vedere immediatamente, perché noi, in quanto esseri femminili, sappiamo mascherare. Ma se non è capita e seguita può dare problemi, addirittura fino al suicidio perché, se sei così solo e disperato, non riesci a comunicare. Tante persone che si sono tolte la vita, e magari non erano depresse, l’hanno fatto per mancanza di una diagnosi, per esempio.

In che modo la malattia può diventare un’ispirazione per uno scrittore? Nel suo caso è andata così?
Sì. Questo tipo di patologie danno una grandissima capacità di concentrazione e una grande capacità «ossessiva».

In che senso?
Se ti applichi su una cosa ti ci applichi in maniera totalizzante. L’importante, quando si soffre di questo disturbo, è trovare una passione alla quale dedicarsi. Questa è la chiave di liberazione. Io ho avuto la fortuna di riuscire a farlo con le parole, ma con molta fatica. Però, poi, ce l’ho fatta e mi sono liberata. In qualsiasi situazione di limite è importante trovare un qualcosa che ce lo faccia superare.

Lei ha scritto: «Le persone con questa sindrome vivono immerse in un innato candore. Non sono capaci di immaginare il male nelle persone con cui entrano in relazione, non comprendono le loro intenzioni e questo ci rende le vittime naturali di ogni bullo, di ogni sadico e di ogni pervertito». Le è mai capitato di vivere una di queste circostanze?
Sempre. Perché noi non siamo in grado di leggere i sentimenti degli altri e, dunque, li attribuiamo ai nostri, che sono ingenui. Non sapendo leggere la mimica facciale delle persone, non sappiamo capire cosa sta succedendo. Come in Pinocchio, quando il gatto e la volpe gli fanno seppellire le monete (sorride, ndr).

Ha scelto di parlarne adesso perché l’ha scoperto di recente?
Sì. Anche se in realtà volevo scrivere proprio un piccolo libretto ad hoc sull’argomento, per aiutare le altre persone. Però, scrivendo a Pierluigi, mi è venuto spontaneo tirarlo fuori. È stato così che ho capito che quel limite, appunto, era la mia «sedia a rotelle interiore».

Il suo ultimo libro si intitola Il tuo sguardo illumina il mondo. Perché quel titolo?
Il titolo è sempre molto difficile da scegliere: a volte viene in mente prima di scrivere il libro, a volte durante, altre dopo che si ha terminato la scrittura. In questo caso l'ho scelto verso la fine, parlando della poesia. Ho pensato che la poesia, in fondo, illumina il mondo e dunque lo sguardo di Pierluigi Cappello, da poeta, è uno sguardo che illumina il mondo.

Qual è il suo libro preferito?
Pinocchio. L’avrò letto tre mila volte e lo leggerò altre tre mila. Non a caso è il testo più venduto dopo la Bibbia. In quel libro c’è tutta la vita dell’essere umano.

E, invece, tra i suoi, qual è il suo romanzo preferito?
Naturalmente «Va’ dove ti porta il cuore» è quello che mi ha dato più successo. Però amo molto «La tigre e l’acrobata», il penultimo che ho fatto, che è una fiaba, e quest’ultimo. Che, veramente, mi è costato enorme fatica ed enorme dolore. Però sono molto contenta di com’è venuto (sorride, ndr).

Che rapporto ha, oggi, con la fede?
Sono una persona credente, dunque credo che l’eternità ci avvolga: noi viviamo sospesi nell’eternità e, se vogliamo nella vita una certa serenità e una certa profondità, a un certo punto, dobbiamo imparare a rapportarci, a regolarci e a dialogare con lei.

C’è qualcosa che, nella vita, le è mancato di più? O che vorrebbe fare e non ha fatto?
Mi sarebbe piaciuto viaggiare molto di più, ma quando ero giovane non avevo soldi. Poi, quando si ha l’Asperger, è un po’ difficile viaggiare. Comunque l’ho fatto un po’ ma avrei voluto vedere più cose del mondo.

Qual è stato il giudizio che nella vita l’ha ferita di più?
Ce ne sono stati talmente tanti che non saprei proprio quali scegliere (sorride, ndr). Io poi non leggo le cose che mi riguardano, perciò non lo so. Mi è stato detto di tutto e di più, non c’è che l’imbarazzo della scelta tra le tante spazzature. La lascio a voi (ride, ndr).

Qual è, invece, la cosa più bella che le è stata detta e che porterà sempre dentro?
Anche questo, in realtà, mi lascia abbastanza indifferente, nel senso che non bado molto alle cose esterne. Per me, la cosa più bella è il grande rapporto con i miei lettori, con le persone che incontro per la strada, tutti i giorni, sugli autobus, sul treno, con cui parlo di tante cose. Il rapporto con le persone reali.

Quando era piccola sapeva sarebbe diventata una scrittrice?
Sognavo di fare delle cose: la zoologa, la naturalista, lavorare con gli animali. Poi l’ufficiale di marina, infatti ero molto turbata all’idea che, in quanto bambina, non avrei potuto partecipare all’accademia militare. Adesso invidio molto le ragazze che lo possono fare. Insomma, non avevo mai pensato al mestiere della scrittrice. Mai nella vita.

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