22 Settembre Set 2018 0800 22 settembre 2018

Benedetta Barzini: «La bellezza è un inganno»

Non ha paura di niente, tanto meno di invecchiare. E, nonostante il passato da modella e le copertine di Vogue, del suo aspetto non si è mai interessata, perché «nasci come nasci, e non è merito tuo». L'intervista.

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Benedetta Barzini

Per prima cosa chiede una spremuta d’arancia con ghiaccio e appoggia la sua sigaretta elettronica al tavolino. È vestita di blu scuro e indossa una collana sottile, con le pietre verdi. Da un lato scivola un ciondolo, due dita che tengono una stella. Niente trucco e capelli raccolti, senza elastici né fermagli. Ha qualche lentiggine sparsa e nessuna finzione sul viso. Da bambina era appassionata di Cina e aveva tre sogni: fare la ballerina, la cantante lirica e il disegno. Qualche conoscente, nel bar sotto la sua casa milanese, la saluta. Lei risponde con il sorriso che la rende così riconoscibile. Benedetta Barzini è stata molte cose. Una «bambina molto silenziosa che ricopiava le dinastie degli imperatori cinesi senza capirci nulla e che amava Michelangelo», una celebre ex fotomodella che finì su Vogue più per caso che per scelta, una femminista atipica e una docente universitaria. L’ultimo lavoro da fotomodella l’ha fatto per Rodo. «La mia infanzia è stata sballottamenti tra Sud America, Nord America e Svizzera, scuole interrotte, compagni persi per strada, abitazioni vaghe e molteplici, nessun nonno, nessuno zio, nessun parente e nessuno punto di riferimento. Questo non ha certo aiutato a creare un po’ di sicurezza. A un certo punto ho smesso di sognare», spiega Barzini. Che a LetteraDonna ha raccontato il viaggio di una vita, nel giorno del suo compleanno.

DOMANDA: Barzini, com’era a 20 anni?
RISPOSTA: Francamente molto confusa, ci ho messo un sacco di tempo per capire «l’Abc».

In che senso?
Non parlavo l’italiano, avevo fatto le scuole in francese, sapevo l’inglese ma di tutte queste lingue non ho mai studiato l’ortografia e la grammatica. Ho interrotto le scuole presto, scappando da quella situazione familiare. Però il fatto di avere avuto la possibilità di esistere in questo lavoro, per Vogue, è stato l’inizio della costruzione di me, ma non in qualità di fotomodella ma di persona.

Perché?
Mi ha aiutato l’essere apprezzata da coloro che mi davano il lavoro e non dal mondo esterno. Oggi alcuni parlano di «icona», col cavolo! All’epoca era importante fare bene ciò che ti veniva chiesto dal tuo capo. Per me significava molto perché non era mai mai accaduto nella mia vita che qualcuno mi dicesse «Bene, apprezzo quello che fai. Ti richiamo, brava».

Che effetto fece finire in copertina su Vogue?
Non me ne sono mai occupata perché per me era talmente importante essere stimata dalle persone per cui lavoravo che il risultato finale non mi riguardava: io non andavo a vedere le copertine, non me ne fregava niente. Per mia fortuna, non ero invaghita di me stessa, ma neanche un po’. Ero molto presa dal fare bene la cosa che mi veniva richiesta.

A New York, dove negli Anni '60 faceva la fotomodella, ha conosciuto le personalità più importanti dell’arte contemporanea. Chi le rimase più impresso e perché?
Jasper Johns, che è un grande pittore, che non parlava, non si dava arie e che non comunicava. L’ho apprezzato molto. Ero diventata amica, non per opportunismo ma per simpatia, della segretaria del gallerista Leo Castelli e, ogni tanto, la accompagnavo nei posti. Però mi ricordo la sensazione, entrando nello studio di Jasper Johns, di una qualità diversa. Lui non era preoccupato di essere alla moda o di essere parte della pop-art. Poi, sicuramente, persone come Warhol e Dalì mi hanno insegnato molto.

Per esempio?
Non ho ammirazione per questi signori, ma devo dire che mi hanno insegnato dei lati della fama molto interessanti.

Cosa la fece avvicinare, negli Anni '70, al movimento femminista?
Nel 1972, per la prima volta, sono venuta in Italia e avevo due gemelli di 18 mesi che mi tenevano con i piedi per terra. Mi sono rimboccata le maniche e ho realizzato che, nel curriculum, potevo solo scrivere «ex modella», perché non avevo finito le scuole. E non era un granché. Dovevo trovare una via d’uscita.

Che cosa accadde?
Conobbi, all’asilo dove portai i miei bambini, Bianca Beccalli, sociologa, che all’epoca insegnava all’università di Salerno. Mi introdusse nelle 150 ore, un programma di studio che ora non esiste più. Lei si occupava di corsi sulla salute in fabbrica per le donne. Questo è stato il primo approccio al movimento femminile italiano ed è stata in qualche modo la mia scuola.

Di cosa si occupava?
Coordinamento dei corsi, che significava trovare le persone da chiamare a fare chiarezza su com’è fatto il corpo umano. Diciamo che da quel momento iniziai a ragionare sulla sfera delle problematiche femminili dalla quale non sono mai uscita. Ma sono sempre rimasta imparziale.

In che senso?
Non ho mai fatto parte di un gruppo di autocoscienza, anche perché spesso non capivo cosa dicevano, tipo quei giornali un po’ sofisticati con questa lingua pseudoaccademica, io non mi ci ritrovavo per niente. Poi ho pensato molto al lavoro di modella che avevo fatto.

«Ho riflettuto a lungo sul concetto di bellezza. Nasci come nasci, hai merito se diventi un grande pianista, perché studi sette ore al giorno, ma la bellezza o ce l’hai o non ce l’hai».

E che cosa ne è emerso?
Ho riflettuto a lungo sul concetto di bellezza, una cosa di cui tu non hai alcun merito, perché nasci come nasci, hai merito se diventi un grande pianista, perché studi sette ore al giorno, ma la bellezza o ce l’hai o non ce l’hai. Comunque, pensavo al corpo al servizio della vendita di prodotti per le donne dentro quello che, piano piano, ho chiamato «grande inganno», prodotto dalle donne. Oggi abbiamo raggiunto una fase storica di denuncia e di consapevolezza, ma vedi, alla base, c’è la posizione e la questione femminile. Ci vorranno anni.

Che cosa intende?
Le donne non sono presenti in questo discorso: è molto più facile cercare di non pensare e tirare dritto. Siamo prese nella gabbia dei comportamenti maschili. La differenza è che oggi puoi pensare. Vorrei dire una cosa che ho detto tante volte, ma la ripeto volentieri. Posso?

Prego.
In inglese si dice «to shoot», quando ti devono fotografare, tu sei l’oggetto sparato. In altri termini: c’è un cacciatore col fucile e una preda, che sei tu. E questo lo vedi in tante cose. Una donna è costretta a essere una pin per l’uomo, un po’ sexy e finché sarà così, fino a quando noi siamo al servizio del piacere dell’uomo, anche solo visivo, non esistiamo. E non esistiamo perché non abbiamo un pensiero, non abbiamo avuto un Platone, un Socrate, non abbiamo una tematica di pensiero e non ce l’abbiamo perché da milioni di anni, molto prima dei Greci, siamo state impedite: tu stai a casa, nell’ombra.

«La tua bellezza è opera del fotografo, del truccatore, del parrucchiere. È un’opera, una costruzione, un inganno. Chiunque conciato in quel modo lì è sublime».

Quindi lei intendeva dire questo quando, parlando del movimento #MeToo, ha detto che le donne non contano e non esistono.
Non esistono anche per un altro motivo molto semplice: non abbiamo un linguaggio genealogico femminile, noi portiamo il cognome di un padre o di un marito, in tutte le società. Non è una critica la mia ma un’osservazione, la differenza è questa. Io non sono incazzata perché porto il cognome di mio padre, ma cosa vuol dire? Che non entri nelle strutture della società del mondo che conta, che crea e che fa, non hai bisogno di avere un cognome e questo fa riflettere.

Si è mai sentita in colpa per il fatto di essere così bella?
Francamente non me ne sono mai interessata, come puoi vedere non passo il mio tempo a stirarmi le rughe o la pelle. Non me ne sono mai occupata, neanche a 20 anni. Poi sai qual è il fatto? Se prendi qualsiasi persona, la trucchi con i diamantini ai lati, chiami un parrucchiere che fa un grattacielo in testa, chiami uno stilista, Oscar de la Renta, con un vestito incredibile, chiunque è meraviglioso. Allora la tua bellezza è opera del fotografo, del truccatore, del parrucchiere. È un’opera, una costruzione, una fantasia, un inganno. Chiunque conciato in quel modo lì è sublime. Quando mi dicevano «Divine!», «Fantastic», io mi ripetevo che stavano osannando loro stessi e che io avevo i calzini sporchi e che non potevo montarmi la testa.

Di chi è la colpa?
Intanto la colpa andrebbe scartata e semmai io ci metterei la parola responsabilità. Non esiste un atomo centrale che riguardi la nostra differenza e la nostra complementarietà al maschio. Secondo me la responsabilità sta lì, ma non è né tua né mia ed è per quello che è già tanto se oggi si riescono a mettere a fuoco delle problematiche.

Che cos’è, per lei, uno stereotipo? E in che modo si allontana?
Le vetrine dei negozi di giocattoli, reparto maschi e reparto femmine. Come ci si allontana? Non cercando di cambiare le cose, perché non ce la fai, ma cercando di introdurre degli elementi, delle piccole cose, anche nella quotidianità. Come rifarsi il letto la mattina o cucirsi un bottone. Nella semplicità del tuo piccolo potere di non fare delle distinzioni dove non servono. Fare il letto o cucirsi un bottone fanno parte del vivere civile. L’uomo di casa non lo cancelli, lo devi cancellare nel tuo modo di pensare.

Ha mai detestato il suo lavoro, anche solo per un momento?
Sono 50 anni che non faccio più quella professione. Non l’ho mai detestato perché mi è servito molto per tutto ciò che non si vede: arrivare in orario, che vuol dire essere professionisti, non lamentarsi. Insomma, la disciplina.

Che rapporto ha con l’idea di invecchiare?
Io non vedo l’ora di morire (ride, ndr). Veramente, giuro. Mi spiacerebbe se dovessi finire in ospedale con dei tubi.

Cosa la spaventerebbe di più?
Non avere più un progetto, perché sono vecchia per il sistema, perché ce l’ho davanti, nel senso che d’ora in poi le cose possono solo peggiorare. Spero solo non mi capiti un semi-ictus (ride, ndr), non vorrei essere dipendente da un figlio. Più invecchi, più si avvicina un qualcosa che non sai che cos’è.

Non le fa paura?
È totalmente inutile avere paura. Magari un bell’infarto, che è la morte migliore (ride di nuovo, ndr). Ma perché voler vivere tanto avendo passato molto del proprio tempo a lamentarsi? Perché devi voler vivere fino a 90 anni magari sdentato? La vecchiaia è bella perché rappresenta l’intelligenza, mentre la giovinezza è spensieratezza.

Perché?
Perché hai tanto tempo davanti, rimandi a domani, perché c’è tempo. La vecchiaia è la consapevolezza che non si ha più tempo.

Oggi compie gli anni. Sente di potersi definire una donna libera?
No, la libertà non esiste. L’unica libertà che abbiamo è quella di pensiero, perché lì nessuno può confinarti. La libertà è nel tuo pensiero, altro che Internet, lì puoi andare dove vuoi e come vuoi.

In un’intervista recente a Elle ha dichiarato che la bellezza può essere un «handicap» quanto la bruttezza.
Tutti gli estremi sono disperanti, l’estrema bellezza così come l’estrema bruttezza. Naomi Campbell, per esempio, mi ha sempre detto che non ha mai avuto nessuno che la amasse per come fosse davvero lei ma per la bella figura che faceva. Gli estremi sono nocivi.

Che cosa pensa della chirurgia estetica? È un antidoto che esorcizza la fine di qualcosa, secondo lei?
Penso che se tu ti guardi allo specchio e ti chiedi perché lo vuoi e ti dai una risposta sincera, tipo «perché mi cago sotto, perché sto invecchiando», «perché ho paura che mio marito scappi con la segretaria», «perché sono invidiosa della mia vicina di casa che ha 10 anni più di me e ne dimostra meno», se tu hai il coraggio di dirti la tua verità allora vai anche a rifarti. Ma se tu ti racconti balle, mi dispiace ma fai parte delle donne che non hanno consapevolezza. Ma non sono contro, sono per la verità interiore che ognuno dovrebbe dirsi.

Parlando di maternità surrogata, che cosa pensa della gestazione per altri?
Il mio vero pensiero non va tanto sulla maternità surrogata ma sul fatto che gli uomini, che sono gli scienziati, vorrebbero sbarazzarsi dall’esigenza di avere una donna che concepisce.

Però nella gestazione per altri c’è una donna che partorisce.
Infatti è una fase intermedia. Il vero obiettivo, forse nel subconscio, è di fare a meno di una donna e di concepire tutto in laboratorio. Ma non voglio dare giudizi moralistici, io lo vedo nell’ambito della scienza e del tempo storico in cui viviamo.

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