17 Settembre Set 2018 1916 17 settembre 2018

Storia di una vittima di revenge porn: «Dopo 20 anni ho ancora paura»

Una relazione durata un paio di mesi, ai tempi dell’università, che però resta indelebile. Colpa di alcune foto finite in Rete. Che in qualsiasi momento potrebbero far crollare tutto.

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Revenge Porn

Di solito sono i giornalisti che cercano le persone, ma oggi che il web ha accorciato le distanze e rimpicciolito un po’ il mondo capita anche che siano gli altri a trovare noi. È successo così con una donna di 38 anni, autrice di Niente da nascondere, blog che racconta un’esperienza di revenge porn, ossia la diffusione in rete di materiali a sfondo sessuale pubblicati da ex partner senza il consenso di entrambe le parti; di solito vengono resi pubblici per vendicarsi della fine di una storia. Un problema quantomai attuale: è solo di pochi giorni fa la notizia che a due anni dalla morte di Tiziana Cantone, suicida proprio perché alcuni video che la ritraevano erano online senza il suo consenso, sono ancora di dominio pubblico. A Leraffall, la chiameremo così, con lo pseudonimo che ha scelto per scrivere la sua storia e farla conoscere al maggior numero di persone possibile, è andata meglio, sebbene resti la paura costante che quel materiale possa venire fuori da un momento all’altro, mandando all’aria tutto quello che nel frattempo ha costruito.

QUANDO SI TRASFERÌ A ROMA PER L'UNIVERSITÀ

La sua storia inizia nei primi anni Duemila. La Rete non ha invaso le case (e la vita) delle persone come accade oggi, i social non esistono e per scattare foto e fare video si usano ancora strumenti tradizionali. Nulla è live o direct, a meno che non sia per lavoro. I ventenni sono più o meno gli stessi di oggi. Vanno all’università per passione o semplicemente per uscire di casa, si ritrovano insieme, fanno le loro prime esperienze, amorose e sessuali. Leraffall arriva da una città del Sud a Roma per frequentare Sociologia. È la prima della sua famiglia a fare l’università, non senza qualche pensiero, economico soprattutto, perché la sua è una famiglia umile e il padre preferirebbe vederla in abito bianco piuttosto che sui libri. Prende casa con altre ragazze, una prassi in qualsiasi città che abbia un ateneo, e in istituto conosce «lui», una manciata di anni più grande, avezzo a hashish e marijuana, un giro di amicizie con le stesse passioni. Un giro «non buono», racconta Leraffall lucida, come fosse ieri e non più circa 20 anni fa, eppure allontanarsi non è semplice.

DOMANDA: Quando ti sei resa conto che non faceva per te?
RISPOSTA: Ero come in una bolla, una sensazione strana, mai provata prima. Anch’io fumavo, non sono mai stata una santa, ma conoscevo i miei limiti, non mi sono mai spinta troppo in là, non ero mai strafatta. C’era qualcosa che non andava, però ho continuato a frequentarlo, è stato questo il vero campanello d’allarme.

Com’era il vostro rapporto?
Parlavamo poco e facevamo tanto sesso, anche in un modo che a me non piaceva. Era come se per lui fosse uno sfogo e basta. Però ci stavo, mi dicevo: «Ok, abbiamo questo rapporto fisico, poi arriverà anche il resto». Lui non mi faceva entrare davvero nella sua vita, non mi presentava le persone che gli stavano intorno, i suoi amici. Quando stai con qualcuno diventa normale allargare anche il proprio giro di conoscenze, con lui invece non era così, non mi includeva nella sua vita. Non riuscivo a uscirne, pur rendendomi conto che non si trattava di un rapporto sano. Quello che fumavamo, poi, per me era sempre troppo, non finivo mai quello che comprava. Per via del senso di blocco che avevo ho iniziato a pensare che mischiasse altro in tutto ciò che mi dava.

Come mai?
Mi ricordo che mi stava addosso, succedeva di tutto quando eravamo insieme, ma io non percepivo realmente le cose. Era uno stupro, non più una relazione.

Quando ti è sorto il dubbio che quegli incontri potessero essere stati ripresi?
Una volta mi ha portata in una stanza dove c’erano un computer e un mixer, io non avevo idea di come si usasse un pc, lo avevo visto solo a scuola, e quando entravo in classe era già acceso. Lì ho iniziato a sospettare, perché quella volta mi fece vedere dei filmati porno con protagoniste alcune ragazze che conosceva. Non erano perfettamente riconoscibili, era come se le teste fossero attaccate su corpi non propri, ritoccate, tetre, un’atmosfera da inferno, colori cupi. C’era anche una ragazza sua amica che poi ho rivisto in un programma televisivo. «Chissà se lei lo sa», mi sono chiesta. Di un’altra, invece, mi parlava spesso. Gli piaceva tantissimo. Diceva di averla fatta sentire una divina per poi schiacciarla in quel modo, con quelle immagini deformate che la ritraevano in modo tanto diverso da come era in realtà. A un certo punto mi sono chiesta: «Ma con chi stai?». Così me ne sono andata.

Esiste del materiale su di te?
Sì, ci sono arrivata per caso, molti anni dopo i fatti, seguendo una serie di link online. Alcune foto caricatura con la mia faccia deformata. I carabinieri mi hanno detto che valgono e non valgono, perché non sono riconoscibile.

Quindi hai preferito evitare.
Voglio muovermi in maniera intelligente, anche la persona che ha più ragione davanti alle persone sbagliate finisce per avere torto. Ho scelto di concedere il meno possibile di me perché mi sono detta: «Metti che poi mi sbranano?».

All’epoca invece non hai pensato di cautelarti in qualche modo?
No, ho avuto paura. Lui aveva contatti importanti, se ne vantava sempre, poi era pieno di soldi, in una sera aveva addosso quello che io spendevo sì e no in un mese.

Ci sono stati altri episodi di violenza oltre quelli che ci hai raccontato?
No, non è successo niente di preciso, nessun evento scatenante. Lui spesso si sfogava, piangeva, si mostrava debole, ma sempre per conto suo. Lì scatta anche lo spirito da crocerossina, ti dici: «Forse è buono, sta solo male».

E dopo? Ha fatto qualcosa, ti ha cercata?
No, nemmeno per chiedermi come mai fossi sparita o per frequentarmi di nuovo. Nei mesi successivi però ho spesso ricevuto delle telefonate. Si sentiva baldoria, voci di uomini. Una cosa fatta chiaramente per creare disturbo. Nessuna minaccia, nessun video o immagine di me. Poi hanno smesso.

Poi cosa è successo?
Un incubo nuovo. Mi sono chiusa in casa, non volevo parlare con nessuno, non uscivo più dalla mia stanza. Mi stavo dissociando. Sono stata ricoverata di forza in psichiatria, mi hanno prelevata a casa e portata in pronto soccorso, in una stanza dove c’era una dottoressa intenta a sistemare delle carte. All’improvviso sono entrati quattro uomini che mi hanno afferrata, due davanti e due di spalle, e mi hanno stesa su una barella. Sono stata diversi giorni in uno stato di incoscienza. Quando mi sono svegliata la prima cosa che ho pensato è stata che dovevo cambiarmi perché avevo il ciclo, invece non ce l’ho fatta, ero pesante, intontita dai farmaci. Poi mi sono accorta di essere pulita, avevo persino un pigiama non mio, così ho realizzato che era passato del tempo perché non avevo più le mestruazioni. Dopo il TSO a Roma ho fatto altre due settimane nella mia città. Anche su questo fronte ci sarebbe tanto da dire, nessuno psichiatra ha parlato con me, mi hanno semplicemente imbottita di medicine.

Ai medici hai parlato di questa storia?
Sì, ma non mi hanno creduta, dicevano che era una mia suggestione. «Tranquillizzati, ritrova la strada», ripetevano. Solo che io non avevo perso la strada, ero una vittima.

I tuoi in tutto questo come hanno reagito?
Sono stati impagabili. «Qualsiasi cosa succeda noi non ti abbandoniamo», mi hanno detto. Se non fosse stato per loro e per mio fratello che mi hanno fatto da ovatta starei ancora buttata da qualche parte imbottita di psicofarmaci.

E gli amici invece?
Alcuni mi hanno abbandonata, a 20-25 anni si è concentrati sulla propria vita, non si bada troppo a una persona che all’improvviso vuole stare per conto suo, altri invece sono rimasti. Io ho fatto una scuola femminile, quando le mie amiche di allora l’hanno saputo se la sono presa perché non ho parlato prima, ma non era facile.

Oggi si parla tanto di problematiche di questo tipo, ma 20 anni fa no.
E per me era una cosa così grande che non sapevo come fare.

Spesso si accusano le donne perché denunciano tardi, tu da vittima cosa vorresti rispondere?
Fanno benissimo, io sono con Asia Argento e le altre. Quando vedo manifestazioni contro le violenze sento di farne parte, è anche la mia storia. Nessuno dovrebbe spingere una persona a fare una cosa che non sente di fare, a fare di più. Quando arrivi al pieno reagisci, così è anche per le denunce. E chi giudica o è cieco o fa parte dello stesso schifo.

Il blog è stato solo un modo per far conoscere la tua storia o anche una valvola di sfogo?
Entrambe le cose. Oggi ho ricreato una mia identità, mi sono detta: «Vuoi che questa storia resti un tuo errore o vuoi che sia conosciuta per quello che è, una cosa che capita a tante?».

Oggi la tua vita com’è?
Sono tornata a vivere con i miei, abbiamo un rapporto nuovo, che completa quello vecchio. Stare a casa mi fa bene. Dopo esserci tanto scontrati, come succede a tutti i figli con i genitori, ora che vanno verso l’età anziana non abbiamo più artigli. Sono più dolci, riflessivi.

Quanto questa vicenda ha condizionato il tuo rapporto con gli uomini?
È un test per tutti quelli che mi si avvicinano. Quando vedo che un uomo si muove nello stesso spettro, anche se diluito al massimo, mi allontano. Oggi che ho 38 anni faccio selezione, sono io che scanso le persone che non fanno più per me.

Qual è la cosa che ti fa arrabbiare di più?
Gli uomini spesso non si rendono conto che esagerano. Quando per strada sento espressioni tipo: «mamma che le farei», o «troia», mi sale un nervoso… Si usano sempre due pesi e due misure. Uomini, siamo uguali a voi.

Toglimi una curiosità, lo pseudonimo che hai scelto che vuol dire?
Nel dialetto della mia città significa: «Lo dovevo fare».

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