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12 Settembre Set 2018 1229 12 settembre 2018

Laura Luchetti: «Il movimento #MeToo? Ne avevamo bisogno»

Preferisce parlare di meritocrazia che di quote rosa. A tu per tu con la regista romana, che ha presentato a Toronto Film Festival Fiore Gemello.

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Laura Luchetti Fiore Gemello

Bene. Brava. Bis. Dalla Laguna all’Ontario il passo è breve. O quasi. Nove ore di volo non sono poche, ma nemmeno così tante se si tratta di mettere la propria firma prima sul Festival del Cinema di Venezia e subito dopo sul Toronto International Festival. Lo ha fatto proprio in questi giorni Laura Luchetti, regista romana, con due film molto diversi tra loro, un lungometraggio e un corto che però, dice, «hanno un importante punto in comune». Love Sugar è un corto animato selezionato tra gli Eventi speciali della Settimana della Critica, sezione parallela della Mostra di Venezia. Non il solito cartone animato, non la solita storia d’amore. Perché i protagonisti, doppiati da Pierfrancesco Favino e Anna Ferzetti, sono due statuine di zucchero che decorano una torta nuziale. Fiore Gemello invece, presentato a Toronto, opera seconda della Luchetti dopo Febbre da Fieno del 2011, racconta l'amore tra un ragazzo africano arrivato in Italia su un barcone e la figlia di un trafficante di migranti. Una storia sulla carta impossibile, ma attualissima.

DOMANDA. Fiore Gemello racconta una storia che ha molto a che vedere con il tessuto sociale dell'Italia di oggi.
RISPOSTA:
Sono due ragazzi, Anna e Basim, che fuggono per dimenticare il proprio passato e conquistarsi il loro futuro. Appartengono a mondi diversi, non parlano la stessa lingua eppure il loro incontro è fatale. Crea qualcosa di unico che li rende inseparabili.

Ammetterà che questo film si ricollega anche all'attualità politica e alle priorità di questo governo, che ha dichiarato guerra ai trafficanti.
In verità ho iniziato a scriverlo diversi anni fa. La sceneggiatura era stata selezionata all'Atelier del Festival di Cannes nel 2015 e al Sundance Screenwriters Lab dello stesso anno. Quindi c’è molta casualità in tutto questo. Però una cosa la voglio dire.

Prego.
L’Italia sta cambiando colore ed è una cosa che va accolta con gioia. Fino a 30 anni fa il nostro era un Paese «monocromatico». Oggi vado a prendere mia figlia a scuola e ci sono decine di ragazzini africani, mediorientali, asiatici, che all’uscita parlano e urlano con un forte accento romano.

Che effetto le fa?
Bellissimo! Sono loro sono i nuovi Italiani. Nuove tradizioni, arricchimento culturale, spesso anche scontri, sicuramente. Ma non credo si debba temere il nuovo, cerchiamo piuttosto di inglobarlo nella nostra cultura, ovviamente senza perdere i nostri riferimenti ma arricchendo il nostro patrimonio.

Anna e Basim in 'Fiore Gemello'.

Da dove nasce l’idea della storia?
Dal desiderio di raccontare un incontro fra due mondi distanti e spesso in contrasto. C’è un ragazzo che approda clandestinamente nel nostro Paese, pieno di speranze per il futuro e pieno di ferite del passato, e questa ragazza che invece appartiene al mondo dei trafficanti di migranti. Così lontani e così vicini, quindi. Perché entrambi cercano una sola cosa, e cioè il diritto a un futuro lontano dal mondo da cui provengono. Fiore Gemello è proprio la storia di questo incontro.

Una storia d’amore decisamente diversa da quella di Sugar Love. No?
La coppia Gemma e Marcello protagonista del cortometraggio, a cui hanno le dato le voci Anna Ferzetti e Pierfrancesco Favino, e la coppia Anna e Basim hanno in realtà una cosa in comune. Entrambe sono storie di Innocenza tradita. Un'innocenza che si frantuma, da cui poi però ha inizio la ricerca della sua riconquista.

Lei è l'unica donna italiana a Toronto, e il suo film parla di un amore per certi versi impossibile. Non si sente un po' sola?
No, per niente. Anzi, mi sento molto fortunata perché qui con me ci sono quattro grandissimi registi italiani (Paolo Sorrentino con Loro, Matteo Garrone e il suo Dogman, poi Edoardo De Angelis e Roberto Minervini, ndr). Credo sia molto importante che il nostro cinema viaggi all'estero. Cinque film italiani in un Festival cosi importante sono un bellissimo segno che le nostre storie riescono a viaggiare.

È un po' il momento delle registe donne italiane. Tu, Susanna Nicchiarelli, apprezzatissima l’anno scorso a Venezia per la sua Nico, ma anche Anne Riitte Ciccone, anche lei in Laguna nel 2017 con il suo: I'M in 3D. Tutte indipendenti. Un caso?
Ci sono tanti registi indipendenti in Italia, uomini e donne, così come ci sono registi non indipendenti ma che hanno alle spalle delle grandi produzioni. Non credo si possa fare una rilevazione statistica di gender sull'indipendenza delle produzioni maschili e femminili. Personalmente posso dire che le due principali produzioni che mi hanno permesso di realizzare il film sono state la mia piccola società e quella di un mio amico e collaboratore.

D: Recentemente ha dichiarato: «Le registe italiane sono come dei coleotteri».
Sì, l’ho detto a Venezia. Considerata l'apertura alare e la frequenza del battito delle ali, i coleotteri non potrebbero volare. Però lo fanno. E vanno avanti, senza curarsene. Lo stesso si può dire di noi registe.

Può spiegarci meglio?
Credo nel lavoro e nella meritocrazia. E in particolare modo nel lavoro femminile. Preferisco parlare di questo che di quote rosa. Siamo grandi lavoratrici, piano piano sarà la qualità a fare la differenza, non il gender: è solo una questione di tempo. La mia fiducia nelle donne è smodata, in tutti i campi.

Crede che il caso Weinstein e il movimento #MeeToo abbiano dato a questo processo una spinta più o meno importante?
Il caso Weinstein ha dato un bello scossone, direi necessario al sistema. Sicuramente ha aiutato, e, a dirla tutta, ci voleva proprio un movimento come #MeToo. Ha messo tutto in una prospettiva migliore che aiuta a far sentire meglio le nostre voci.

Cos’è più difficile: emergere e farsi notare come regista donna o realizzare un film italiano, tra produzione e distribuzione?
Questa è la domanda più facile: senza dubbio la realizzazione di un film!

Ultima curiosità su Fiore Gemello: l’hai girato in Sardegna, ed è anche il luogo dove realizzerai il tuo prossimo lavoro. C'è un legame speciale con questa isola?
Il legame è di cuore. La Sardegna mi ha dato e mi sta dando tantissimo. Direi che è stato un colpo di fulmine. Una terra che non conoscevo e che ora ho solo voglia di esplorare sempre di più. I collaboratori che ho trovato su quest’isola e Nevina Satta (il 'boss' della film Commission, come la chiamo io) mi hanno sostenuto come nessuno mai.

Cosa ci puoi anticipare allora del tuo prossimo lavoro?
Si tratta di un progetto che riguarda la video arte. Di più non mi sbilancio, per ora.

Domande finali: il film che avresti voluto girare.
Il Bell'Antonio di Mauro Bolognini.

C'è un regista preferito, o perlomeno qualcuno a cui si ispira particolarmente?
Elio Petri, Stanley Kubrick, Linne Ramsey, Alejandro Inarritu… ce ne sono tanti. Nominarne uno solo è difficile.

L'attore e l'attrice che vorrebbe dirigere.
Gli attori sono un mondo a parte, e nel momento in cui inizio un percorso con uno di loro diventa lui, o lei, l’unico attore, o l’unica attrice, con cui vorrei lavorare. Sotto c'è sempre una forma di innamoramento.

Diplomatica.
Sincera.

Secondo lei è giusto pagare nove euro e mezzo per andare al cinema?
Per una famiglia andare al cinema è diventato un investimento. Non è giusto, ma non succede solo in Italia. È così anche all’estero. Cerchiamo piuttosto di fare allora il miglior film possibile, perché dopo una spesa tale i nostri spettatori non escano delusi.

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