7 Settembre Set 2018 1900 07 settembre 2018

La storia di Frieda Vizel, cresciuta in una comunità di ebrei ortodossi

Niente tv o Internet, pochi legami con l’esterno. E il ruolo femminile è solo quello di madre. «Non potevo più vivere così: mio marito voleva che fossi il tipo di donna che non potevo essere».

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Ebrei Ortodossi Chissidismo Donne

È cresciuta in una delle comunità chassidiche più inaccessibili degli Stati Uniti. Quella di Kiryas Joel, di Orange County, nello stato di New York. Niente televisione o Internet e, quando possibile, pochissimi legami con l’esterno. A lungo, ha osservato ogni regola del movimento legato all’ebraismo più ortodosso in cui si è formata. Per le donne capelli rasati e parrucche, nessuna scuola mista (perché ognuno ha il suo percorso), famiglie molto numerose e abbigliamento sobrio. Uguale per tutti. Poi, l’abitudine a leggere le insegne dei negozi quasi sempre soltanto in ebraico. Frieda Vizel ha condotto la vita che tutti si aspettavano da lei. Prima è stata figlia, in grado di aiutare genitori e accudire fratelli. Infine, è diventata moglie e madre. Poi, però, quella vita l’ha lasciata per sempre, portando con sé il suo bambino. «Non potevo più vivere in quel modo: mio marito voleva che fossi il tipo di donna che non potevo essere. È stato difficile lasciare, emotivamente orribile», spiega Vizel a LetteraDonna, alla quale racconta la vita femminile all’interno della comunità. Oggi, a New York, organizza tour all’interno di Williamsburg, quel quadrilatero di Brooklyn dove il tempo sembra essersi fermato e dove vive una nutrita comunità chassidica. Un mondo a parte.

DOMANDA: Vizel perché ha deciso di occuparsi di diffondere la cultura chassidica contemporanea? Da dove è nata questa esigenza?
RISPOSTA: Perché Williamsburg è un luogo affascinante. E perché, quando si visita quel posto, abbiamo la possibilità di ampliare la nostra comprensione delle culture diverse dalla nostra.

A Williamsburg si ha l’impressione di entrare in un’altra epoca storica. Può spiegarci il perché?
La mia comunità, quella di Kiryas Joel, visivamente, è ancora più sorprendente di Williamsburg. Lo Chassidismo crede che la ragione per cui gli ebrei furono tratti in salvo dall’Egitto (nella storia biblica dell’esodo) fu perché non cambiarono le loro abitudini. Così come non cambiarono i loro nomi, la lingua o i vestiti. Per esempio, nella comunità chassidica, l’intero concetto di abbigliamento è imbevuto di una sorta di sacralità: l’abbandono di questi segnali visivi sarebbe visto come un terribile tradimento.

Quali sono gli aspetti più complessi da far comprendere ai turisti?
Il fatto che non ci siano ragioni perfettamente logiche dietro ogni comportamento. Certi turisti vorrebbero spiegazioni razionali legate ai motivi di certe regole e usi. I viaggiatori più esposti al pensiero occidentali fanno fatica a capire un mondo pieno di misteri dove non tutto è compreso, dove si accetta che diverse cose vadano oltre alla nostra comprensione e vengono fatte soltanto perché è sempre stato così. E io capisco questo straniamento: è un modo totalmente diverso di vedere il mondo.

È per questo che lo Chassidismo appare così impenetrabile?
Le comunità ebraiche ultraortodosse, e quella chassidica è una di queste, temono l’assimilazione e l’abbandono dei vecchi costumi religiosi. Per resistere al cambiamento, la mia, quella di Kiryas Joel, ha schivato le influenze della modernità. Lo Chassidismo non si fida dell’esterno, sospettato di tentarli con il suo modo edonistico.

Che cosa ha significato, in termini pratici, questo stile di vita per lei?
Crescere senza tv, per esempio. Senza film, libri, educazione o ricorrenze laiche. Crescere separati, tra maschi e femmine, perché i ruoli di genere sono diversi. L’educazione serve a modellare un posto specifico nella comunità. Comunque quando ero bambina pensavo che tutti gli ebrei somigliassero a noi.

E invece?
Non è così. La nostra lingua ero lo Yiddish e le credenze sono spesso molto diverse. Molti ebrei laici hanno difficoltà a trovare elementi in comune con la comunità chassidica.

Quali sono i rapporti tra la comunità Chassidica e l’ebraismo più tradizionale?
Ci sono più connessioni con le altre comunità ortodosse rispetto a quelle riformate. La convinzione generale è che gli ebrei non ortodossi abbiano barattato la dura vita di adorazione a Dio per quella secolare, considerata più facile. Ma credono anche che se qualcuno è nato ebreo ci sarà sempre qualcosa di buono dentro in lui, in grado di condurlo a una vita pia.

Che ricordo ha delle sue giornate tipo?
Passavo quasi tutto il tempo libero fuori casa, con le mie amiche. Ma avevo anche alcune faccende domestiche da sbrigare, essendo la nostra una famiglia molto numerosa (siamo in 15). Le ragazze, per esempio, crescendo, devono stare in casa.

Per aiutare nei lavori domestici?
Sì, il giovedì era compito mio piegare cumuli e cumuli di bucato. Poi, con il mio fratellino nel passeggino venivo mandata in drogheria e questa forma di autonomia mi piaceva. Mi sentivo cresciuta e libera.

E a scuola?
Pregavo per la maggior parte del tempo e imparavo il concetto di devozione. Ma non vedevo l’ora che passasse il tempo per arrivare alla ricreazione.

Lei si è sposata molto giovane ed è diventata subito madre. Quella del matrimonio fu una sua scelta o più una circostanza?
Avevo 18 anni, l’età media per il matrimonio nella nostra comunità. Tutti i miei amici l’avevano fatto e già aspettavano i loro primi figli. Non l’abbiamo considerata una scelta ma una cosa ovvia. Era ritenuto l’apice delle nostre esistenze: passavamo la vita ad attendere quel momento.

Poco dopo il matrimonio, nel 2006, ha aperto un blog con lo pseudonimo di «Shpitzle Shtrimpkind» per scrivere, inizialmente, di vita coniugale e gestione della famiglia. Perché sentì quell’esigenza?
Lo usavo per scrivere di cose di cui non si poteva parlare apertamente. Certamente non mi aspettavo che il blog andasse da qualche parte o avesse delle conseguenze. Tutto derivava da una mia tremenda curiosità e dalla bramosia di parlare di questioni considerate tabù nel nostro mondo.

La sua famiglia sapeva del blog?
Mio marito sì e, all’inizio, era di supporto. La mia famiglia invece no: ho protetto il mio segreto più da loro che da chiunque altro. Ero terrorizzata all’idea di una loro reazione. Non hanno mai avuto un buon rapporto con i piccoli peccati e quello lo era.

Perché?
Internet resta una cosa proibita, perché può contenere materiale immodesto e inappropriato.

Fu per questo motivo che scelse uno pseudonimo?
Non avrei mai potuto parlare di certe cose. Non ho mai detto a nessuno chi fossi, per almeno un paio d’anni.

Il nome scelto aveva un significato?
Sì, doveva essere una parodia del nome di un tipo di copricapo chassidico molto conservatore, chiamato «Shpitzle». La seconda parola derivava dalle nostre tipiche calze che, in Yiddish, si chiamano Shtrimp. E Kind, sempre nella nostra lingua, significa ragazzino. Doveva essere divertente e avrebbe dovuto attirare l’umorismo per quanto era «pio».

Quindi qual è il rapporto tra comunità e tecnologia? Niente di ciò che è contemporaneo è utilizzabile?
Lo Chassidismo non evita la tecnologia ma la usa con cautela. È consentita solo quella che non porta con sé idee laiche. Quindi auto ed elettricità sì, tv no. Ciò che si tende a evitare sono i contenuti moderni, perché sposano idee considerate eretiche e pericolose per la fede.

Com’è la vita di una donna nella comunità chassidica?
Ruota attorno ad amiche, marito e bambini. Le donne sono molto vicine le une alle altre e danno tutte loro stesse alle loro famiglie. Hanno molti figli, spesso una decina, e li considerano il loro più grande orgoglio.

Può raccontarci la giornata tipo di una donna chassidica?
Le dirò cosa ricordo della routine di mia madre.

Prego.
Si svegliava prima di tutti i figli, andava in cucina e diceva le sue preghiere quotidiane. Ognuno di noi andava scuola a orari diversi. Quando tutti eravamo fuori tornava mio padre dall’ufficio e mia madre gli preparava la colazione: la ricordo appoggiata al bancone chiacchierare con lui, nel tinello.

Poi?
Passava le ore successive preparando la cena o facendo la lista delle cose da fare. Parlava al telefono con sua madre e le sue sorelle. Dal primo pomeriggio fino alle 7 di sera serviva la cena, a turni. Ci aiutava a fare i compiti, risolveva le liti, curava i bambini, serviva e puliva. La sera le figlie più grandi portavano i fratellini a letto. Qualche volta, a fine giornata, parlavamo un po’ ma spesso era così stanca che voleva solo dormire. Però era la persona più felice quando tutto riusciva senza intoppi.

A che punto è la parità di genere all’interno della comunità chassidica?
Non si tratta di una società femminista: si pensa che le donne abbiano un ruolo e gli uomini un altro. Le donne, spesso, sono schernite, viste come isteriche e deboli di mente dagli uomini, che immaginano che le ragazze non riescano a studiare i loro testi religiosi perché troppo complessi. Perché non le ritengono altrettanto intelligenti. In ogni caso, però, posso dire che anche la vita degli uomini può essere molto pesante e piena di pressioni.

Camminando per le strade di Williamsburg si nota, infatti, una netta separazione tra maschi e femmine, già dall’infanzia. Si vedono diverse scuole maschili e meno edifici dedicati all’educazione delle bambine. Com’è organizzata la loro istruzione?
I generi sono separati da subito, è vero. Inoltre devi essere molto fortunato per imbatterti in una scuola femminile: non si trovano nelle strade principali come quelle dei maschi, ma esistono e sono simili. Le ragazze imparano molte più materie laiche e seguono un tipo più moderno di struttura scolastica, mentre i bambini studiano ancora nella tradizione «cheydar» preolocausto, che era la scuola chassidica.

Le donne della comunità chassidica quindi non sono emancipate.
Questo concetto non esiste in una società che non ha alcun vocabolo per definire il femminismo. La comunità non aspira a quei valori. E no, le donne chassidiche di Williamsburg non sono sicuramente emancipate.

Vizel, lei è ancora credente?
No. La mia intera comprensione del mondo è molto umanistica, razionale e femminista adesso. Non penso più come un credente.

Lo Chassidismo rispetta le sue donne?
Per la maggior parte sì. La comunità crede che svolgano il lavoro più importante crescendo i figli. Ma parliamo comunque di un gruppo molto represso sessualmente, il che porta molti uomini a oggettivare le donne e a pensare alla loro sessualità in modo irrispettoso.

Ha lasciato la sua comunità nel 2010 perché non si sentiva più la donna che tutti si aspettavano di vedere. A distanza di otto anni, riprenderebbe la stessa decisione?
Sono rimasta più a lungo di quanto volessi perché avevo paura delle conseguenze del mio gesto, ma alla fine è stato giusto e sono stata fortunata. A volte mi chiedo se sarei stata in grado di trovare un modo per far funzionare quel tipo di vita se non avessi avuto un’altra scelta. Sono sicura che avrei avuto molti altri figli e mi sarei concentrata sulla loro crescita per distrarmi da fastidiosi appetiti. Ma credo non mi sarei accontentata a lungo. Oggi sono grata della libertà che ho.

Come si è abituata a una vita così diversa dalla sua?
Integrarsi in una società laica è difficile. Ho imparato tante lezioni molto dure, però mi sono abituata molto bene: sto meglio in un mondo dove le persone non si fingono ciò che non sono e danno meno importanza alle apparenze.

Ha ancora rapporti con la sua famiglia?
Sì, assolutamente. Loro hanno fatto davvero un grande sforzo per accettarmi e io, da parte mia, forse, non ho fatto abbastanza per cercare di guarire le ferite. Ma spero che il tempo migliorerà la situazione.

Cosa le manca di Kiryas Joel?
Non ho nostalgia della comunità: pressione e competizione erano diventate insopportabili. Però mi manca l’eccitazione di quando impari qualcosa di nuovo o di quando scorrevo le dita sulle pagine dei libri laici. Oppure, ancora, quando avevo una discussione con qualcuno con la mentalità aperta. Quel sentimento non lo provo più.

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