30 Agosto Ago 2018 1300 30 agosto 2018

Donatella Finocchiaro: «Voglio la parità, ma non chiamatemi femminista»

Dallo scandalo molestie alla manifestazione davanti alla nave Diciotti, dove ha protestato per i migranti, a tu per tu con Donatella Finocchiaro. Al cinema con la «fiaba sociale» Beate.

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Donatella Finocchiaro Film Beate

Realtà e finzione. Vita vera e cinema. Per Donatella Finocchiaro cambia poco. Il suo posto è in prima fila. Sempre. O quasi. Tiene in braccio sua figlia, Nina, quando la contattiamo al telefono ed è lì che rimarrà la piccola - ha quattro anni- per tutta la durata dell’intervista. Però c’era anche l’attrice catanese, 48 anni a novembre, presente alla manifestazione per i migranti a bordo della nave Diciotti cinque giorni fa nella sua città natale. Dal 30 agosto invece è nelle sale con il suo nuovo film, Beate, opera prima di Samad Zarmandili: una commedia che tocca, con leggerezza e intelligenza, temi attuali come la disoccupazione, la delocalizzazione delle fabbriche e le donne nel mondo del lavoro.

SOLO CINEMA D'AUTORE

È come se fosse il suo habitat naturale. Il cinema d’autore. Quello impegnato, in grado di denunciare, attraverso il linguaggio del grande schermo, un disagio sociale, un’ingiustizia, qualcosa che l’attualità porta prepotentemente in primo piano e sotto gli occhi di tutti. «Credo sia un rapporto in cui ci cerchiamo a vicenda» racconta l’attrice, romana di adozione. Che aggiunge: «Più semplicemente succede che registi e sceneggiatori mi scelgano per questi ruoli e io li accetto sempre volentieri. Per me lo sfondo sociale è un valore aggiunto rispetto allo spettacolo fine a se stesso». Proprio come la dignità umana, che deve venire prima di ogni altra cosa, intrighi o piani politici compresi. Ecco perché Donatella era lì, al sit in di protesta a Catania a favore dei migranti rimasti bloccati per giorni a bordo della Diciotti.

ATTRICE DELL’ANNO

Probabilmente Matteo Salvini è l’uomo politico del 2018, nel bene e nel male. Di sicuro, questo è anche l’anno di Donatella Finocchiaro. Perché dopo Beate sarà a Venezia per Capri Revolution di Mario Martone mentre in primavera l’abbiamo già vista nelle sale in Youtopia di Berardo Carboni e Nato a Casal Principe di Bruno Oliviero. Non è finita. A gennaio è stata la protagonista femminile dell’episodio numero 8 (diretto da Emanuele Crialese) della serie tv Trust, prodotta da Danny Boyle e mandato in onda su Sky Atlantic. Inoltre, in autunno la vedremo su Rai1 nel cast di L’Aquila, Grandi Speranze, fiction diretta da Marco Risi dedicata al terremoto che nel 2009 colpì il capoluogo abruzzese. Come detto però, oggi è il giorno di Beate, all’Anteo di Milano, al Nazionale di Torino, al Mignon di Mantova e al Nuovo Sacher di Roma, cinema di Nanni Moretti che ha ospitato anche l’anteprima qualche settimana fa, apprezzando evidentemente il film non solo in qualità di regista, ma anche da 'esercente'…

DOMANDA: Donatella, sei peggio di Pippo Baudo quando la Rai faceva fare tutto a lui: quattro film, un episodio di una fiction internazionale e una serie tv italiana in meno di un anno.
RISPOSTA:
Infatti ora mi trovo in una sorta di 'fermo biologico'. Diciamo che a febbraio ho staccato la spina e sarà così fino a settembre. Cerco di starmene tranquilla a Catania, Nina permettendo. Poi tornerò a Roma dato che ricomincia la scuola.

Hai iniziato a recitare al cinema nel 2002 con Angela, di Roberta Torre, per il quale hai vinto il Globo d’Oro, premio che hai rivinto nel 2006 con Il Regista di Matrimoni. Da allora hai una media di due film all’anno, in tutto sono 37 in 17 anni. Scegline uno, non per forza il più bello.
Mancherei di rispetto a tutti i registi con cui ho lavorato, che sono tanti e bravi, compreso Samad Zarmandili che ha diretto Beate come opera prima. Ma per non fare torto a nessuno ti dico: To Rome with Love di Woody Allen. Eravamo ai livelli di gambe che ti tremano senza mai fermarsi. Non sono mai stata così vicina a un attacco di panico come sul set di quel film. I miei film sono tanti? Lui ne ha girati una cinquantina in 45 anni. Era ora che si prendesse una pausa!

Tu invece non ti fermi. Ed eccoti in Beate, girato nel Polesine, in Veneto. Il regista lo ha definito una «fiaba sociale».
Ci abbiamo provato, anche perché si tratta di una commedia un po’ amara, ma sono certa che ci riusciremo, anche perché io la definirei 'un cortocircuito interamente al femminile'. Già il mio personaggio, Armida, è tutto un programma, nata con una malformazione al piede che la limita un po’ nei movimenti. Fa parte di un gruppo di operaie che rischia di ritrovarsi a spasso perché la fabbrica tessile in cui lavorano sta per licenziarle.

Delocalizzazione…
Esatto, in Romania per la precisione. I metodi classici di protesta però servono a poco, un po’ come nella realtà. Nel senso che fare picchetto contro il sistema si rivela inutile. Per fortuna siamo donne tutte d’un pezzo, e quindi escogitiamo un modo per restare a galla, con l’aiuto un po’ inaspettato di un convento di suore che si trovano in una situazione simile, e una linea di lingerie non propriamente di ispirazione… religiosa.

Nessun rapporto proibito tra datore di lavoro e dipendente, come ci è capitato di leggere in questi ultimi tempi.
Credo nella parità dei sessi, aspiro a un mondo in cui tutti abbiano le stesse possibilità ma non mi considero femminista tout court. Anche sul tema delle molestie. Credo sia sbagliato che un uomo prometta un ruolo cinematografico in cambio di un rapporto sessuale tanto quanto una donna che sia disposta a offrire il proprio corpo in cambio di una parte. Il sistema è malato e riguarda qualsiasi campo, non solo il mondo dello spettacolo. Le donne dovrebbero recuperare la propria stima e il proprio valore. Personalmente se ottenessi un ruolo di un film andando a letto con qualcuno non avrei stima di me stessa.

Beate, già premiato come miglior film e come migliore interpretazione femminile al XIV Santa Marinella Film Festival, dedicato alle opere prime della stagione, rimane molto legato all’attualità. La perdita del posto di lavoro, le donne, e i centri religiosi che stanno acquisendo un ruolo sempre più centrale nell’accoglienza dei migranti.
Mi auguro davvero che qualcosa cominci a cambiare. La speranza è che questo governo inizi finalmente a occuparsi anche e soprattutto del problema dell’occupazione. È evidente che, almeno per il momento, la sua agenda è dedicata quasi esclusivamente al fenomeno della migrazione.

Nanni Moretti vi ha 'adottato' presentando il film in anteprima nel 'suo' Nuovo Cinema Sacher, a Roma. Evidentemente ha intuito le potenzialità di questa opera.
C’erano tantissime persone, più di 600 in una sala da 550 posti. Con Nanni peraltro non ho mai lavorato. Potrei fare una battuta: spero mi abbia notata.

Come ha fatto il Times? Per l’episodio 8 di Trust ha scritto: «Magnifica interpretazione».
Hanno anche elogiato Crialese se è per questo, che ha diretto l’episodio, valutato dalla stampa il migliore dell’intera fiction ispirata a una storia vera che riguarda una cosca mafiosa. Io ho interpretato la moglie di uno dei componenti, una donna che non accetta di stare in disparte, che chiede conto e ragione di tutto ciò che accade.

Dopo Beate tocca a Capri-Revolution di Mario Martone, in concorso a Venezia.
Una storia vera che si ambienta agli inizi del Novecento. Due mondi che si incontrano, quello contadino di una comunità del Nord Europa e quello, appunto, di Capri. Una grande esperienza, non posso negarlo.

Mario Martone è un importante regista, anche teatrale. E tu hai lavorato con i più bravi che ci sono in Italia. Crialese, Pupi Avati, Giuseppe Tornatore, Marco Bellocchio, Giovanni Veronesi. Chi ti è rimasto dentro, più degli altri?
Ma allora lo fai apposta! Prima sono riuscita a sviare con Woody Allen. Ora però non posso che rispondere con il nome del mio regista preferito, Matteo Garrone. Per me lui è il numero uno, lo amo dai tempi de L’imbalsamatore. Il suo modo di raccontare le cose, di soffermarsi sulle espressioni del viso dei vari attori, Dogman compreso, è unico. Tra quelli con cui ho lavorato non ti nascondo che ho un rapporto speciale sia con Bellocchio che con Crialese.

Per il cinema italiano è un momento florido. Tanti riconoscimenti, gli ultimi al Festival di Cannes (miglior sceneggiatura e miglior attore con Dogman, miglior documentario con La Strada dei Samouni di Stefano Savona).
Il problema del cinema nostrano non sono gli attori o i registi, e nemmeno la qualità dei film. Gli ostacoli veri sono la produzione e la distribuzione. È qui che le difficoltà diventano enormi. Sono questi i temi che bisogna affrontare. Come i nove euro e mezzo che gli italiani pagano oggi per vedere un film e la crisi del sistema economico da cui tutto ha origine. Oggi le difficoltà sono doppie se non triple o quadruple rispetto agli Anni ’70, quelli di Fellini e De Sica erano altri tempi. Basti pensare all’overbooking dei film che arrivano dall’America che chiudono ogni spazio, specie nei fine settimana. Ma è un discorso lungo, complesso.

Chiudiamo allora con un classico, sicuramente più leggero: attore preferito.
Macché leggero. Sono in difficoltà anche qui. Diciamo che mi divido tra Elio Germano e Luca Marinelli.

Attrice?
Cate Blanchett, geniale. E poi Valeria Golino.

Valeria ha vinto la Coppa Volpi in: Per Amor Vostro, film di Giuseppe Gaudino nell’edizione del Festival di Venezia di tre anni fa. La casa di produzione, Eskimo, è la stessa di Beate. Della serie: adesso tocca a te.
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