29 Agosto Ago 2018 1407 29 agosto 2018

Milvia Marigliano: «Che dolore interpretare la madre di Stefano Cucchi»

Attrice di teatro alle prime armi con il cinema, in Sulla mia Pelle, presentato al Festival di Venezia il 29 agosto veste i panni di Rita Calore: «Ho cercato di creare una mamma universale».

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Milvia Marigliano Sulla Mia Pelle

Il palcoscenico come una seconda casa, a volte la prima, perché quando la passione si fonde completamente con l’anima e il corpo è impossibile pensare di avere scampo. La vita e la storia di Milvia Marigliano sono state e sono questo, legate a filo doppio con quelle dei più prestigiosi teatri italiani. Milanese di nascita ma con la valigia sempre pronta per necessità, una delle attrici teatrali di maggior spessore del nostro Paese dopo aver dato vita a spettacoli pluri premiati come Il mercante di Venezia o Romeo e Giulietta ha deciso di puntare dritto verso una nuova sfida: il cinema, che al momento «è diventato il mio chiodo fisso». A seguito del debutto tutt’altro che in sordina con Paolo Sorrentino e dell’esperienza davanti la macchina da presa di Duccio Chiarini che l’ha voluta nel film L’ospite, l’artista arriva a Venezia per la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, dove il 29 agosto a inaugurare la sezione Orizzonti sarà la pellicola Sulla mia pelle di Alessio Cremonini. Il film sulla storia di Stefano Cucchi in uscita il 12 settembre che la vede tra le protagoniste in un ruolo complesso - quello di Rita Calore, la madre - che promette di non fare sconti alle emozioni ma di arrivare a colpire là dove fa più male: nella coscienza.

Il cast composto da Max Tortora, Jasmine Trinca, Alessandro Borghi e Milvia Marigliano al Lido di Venezia.

DOMANDA: Come’è stato girare un film così intenso?
RISPOSTA:
È stata un’esperienza fortissima e a tratti travolgente. La narrazione è scandita dalle violenze subite da Stefano e dall’impotenza della famiglia che non è riuscita a fare nulla per salvarlo, nonostante gli sforzi incessanti. In quel breve lasso di tempo si sono inanellati un susseguirsi di eventi che suscitano emozione e pietà come i genitori che cercano invano di consegnare al ragazzo in carcere un borsone con alcuni affetti personali. Girare quelle scene, così come quella del riconoscimento del corpo all’obitorio, è stato straziante e mi ha portato spesso a chiedermi se fosse davvero impossibile fare di più o diversamente, ma la verità è che a volte la vita va così e non ci si può fare nulla.

Quanto è stato impegnativo calarsi nei panni della madre di Stefano?
Tantissimo e sotto diversi aspetti, a partire dall’accento. Io sono milanese di padre napoletano e per interpretarla ho imparato un po’ di romano, un lavoro di ricerca e fatica che tuttavia amo perché come dico sempre noi attori siamo artigiani dell’anima e delle cose.

La parte più difficile?
Quella di lavorare sul dolore di questa donna. Quando si interpreta un personaggio immaginario i sentimenti che lo caratterizzano si possono costruire a piacimento ma in questo caso la persona che li prova esiste, è viva, e toccarli sembra quasi una violenza, quindi va fatto con il massimo rispetto. Questa è la vera sfida ma anche il bello dell’arte, la capacita di rendere il dolore qualcosa dove ognuno possa rispecchiarsi. Ho cercato di creare una mamma universale, spero di esserci riuscita.

Che idea si era fatta di questa vicenda prima di girare il film?
Solitamente provo un po’ d’imbarazzo verso i grandi dolori e diffido da quelli mediatici, proprio per questo avevo seguito solo superficialmente la vicenda. Ho sempre pensato che certi drammi vadano vissuti privatamente ma ora ho capito che non è sempre così, se la sorella Ilaria avesse smesso di lottare e gridare a gran voce la voglia di giustizia il caso non sarebbe mai stato riaperto.

Ha incontrato la famiglia Cucchi?
Personalmente no, ma lo ha fatto il regista Alessio Cremonini in fase di sceneggiatura.

Come’è stato lavorare con lui?
Molto bello, Cremonini si sofferma sui particolari e questo per noi attori di teatro è fondamentale. Chi lavora nel cinema sostiene, a ragione, che i teatranti spesso esagerino nella ricerca della perfezione mentre al contrario chi fa teatro crede che nel cinema ci sia poca attenzione. Un pregiudizio che avevo anch’io ma che negli anni ho imparato a domare, e che Cremonini ha smontato.

Com’era il clima sul set?
Ottimo, mi sono trovata bene con tutti, a partire da Alessandro Borghi e Jasmine Trinca, professionisti straordinari, fino ai giovani attori appena usciti dalle accademie.

Ha già visto l’opera finita?
Non ancora, a Venezia per me sarà una sorpresa ma posso già dire che si tratta di un film duro, alla Ken Loach dove non c’é scampo per lo spettatore che non può fuggire dalla realtà che si trova davanti.

Sicuramente farà molto discutere, è pronta alle possibili polemiche?
Credo che una pellicola debba essere giudicata in quanto tale, in base alla bravura del regista, degli attori e di chiunque vi abbia lavorato ma sono consapevole che in questo caso si tratti di un film-documentario su un fatto di attualità che come pochi altri ha generato ed è destinato a generare scontri politici. Si toccano le Istituzioni e alcune dinamiche che in un altro periodo storico sarebbero state interpretate in un determinato modo, dicendo che il cinema italiano finalmente torna ad occuparsi di tematiche sociali forti. Dubito però che Salvini dirà che è un bel film.

La sua prima esperienza recitativa extra teatrale è stata con Paolo Sorrentino che l’ha voluta in un episodio della serie The Young Pope e poi in Loro 2, che idea si è fatta del regista?
Ho riscontrato immediatamente in lui una napoletanità aristocratica, affascinante e un po’ altezzosa. È una persona arguta, sarcastica e che non ama perdere tempo, oserei dire anche un filo misogino visto che non aiuta molto le donne belle e giovani a emergere. A volte può sembrare un uomo brusco, ma in realtà è solo estremamente concentrato sul proprio lavoro e con me è sempre stato gentilissimo, anche perché rispetta molto gli attori di teatro, che cerca e dai quali pretende il massimo. È un visionario, ha un’allure unica che lo circonda sempre e attraverso la quale guarda il mondo in modo distaccato.

Che ruoli ha scelto per lei?
In The Young Pope sono una suora vecchia e cattiva e ho avuto l’opportunità di recitare in inglese con Jude Law. Il cinema di Sorrentino si basa molto su immagini e luci e questo lo rende unico, ricordo una scena in Sud Africa girata innumerevoli volte prima che fosse fermata la luce perfetta riflessa su un frigorifero, in grado di catturare la potenza degli eventi. In Loro 2 invece ho interpretato una lunga scena con Toni Servillo, realizzata in concomitanza con il film di Cucchi ed è stato quasi surreale passare da un’ora all’altra a due tipi di narrazione cinematografica così diversi.

Cosa pensa delle molestie nel mondo del cinema e del movimento #MeToo?
Non conosco ancora così bene l’ambiente per sapere con certezza come vadano le cose ma in generale credo che, da una parte ben vengano le denunce perché nessuno non si deve permettere di superare certi confini, ma dall’altra si corre il rischio di esagerare e scambiare per molestie ciò che non sono. A volte si cavalca l’onda per vantaggi personali e questo è orribile, soprattutto nei confronti di chi vittima lo è sul serio.

Vittime che però rispetto al passato hanno più spesso il coraggio di parlare.
Senza alcun dubbio questo è un bene, fino a poco tempo fa solo le vere e proprie violenze erano, a volte, denunciate, in tutti gli altri casi una ragazza o sceglieva di starci oppure sistemava la faccenda da sola. Se vado indietro con la memoria anch’io da adolescente ho incontrato diversi uomini che mi facevano 'la mano morta' sull’autobus e se pur la cosa mi inorridisse come tutte le ragazzine non ho mai avuto il coraggio di girarmi a dare loro uno schiaffo, mi sono sempre limitata a scendere alla prima fermata anche se non era la mia e a tacere con tutti per vergogna.

Ha mai avuto a che fare con atteggiamenti ambigui nel corso della sua carriera?
Mai con casi eclatanti, ma essendo stata una bella ragazza non posso dire non sia esistito il collega che passava dal camerino e mi dava una pacca sul sedere o in auto tentava di baciarmi, oppure il regista sposato che ci provava insistentemente. Non credo però che in questi casi si possa parlare di molestie, dipende molto come vengono fatti certi gesti e sta sempre alla donna dire «Ma smettila». A volte si estremizza tutto, tanto che molti uomini adesso hanno quasi paura di corteggiare.

Se dovesse per forza scegliere: Cinema o Teatro?
Vengo dal Teatro o lo amerò sempre ma è molto stancante e in questo momento mi piacerebbe andare in scena solo con due-tre progetti importanti all’anno e per il resto dedicarmi al Cinema, dove porterei le esperienze di una vita, senza quell’esuberanza teatrale che avrei messo anni fa e che per il grande schermo non è adatta.

Dopo il Festival del Cinema di Venezia il 7 settembre la aspetta un altro importante impegno.
Sì, sono in nomination come attrice protagonista per lo spettacolo teatrale Lunga Giornata verso la notte di Eugene O’Neill al premio Le maschere del teatro italiano che si svolge al Teatro Mercadante di Napoli.

Poi dal 24 ottobre all’11 novembre sarà al Teatro Nazionale di Genova con lo spettacolo Alda – Diario di una diversa, cosa dobbiamo aspettarci?
Non lo so ancora nemmeno io. Inutile dire che poetessa di altissimo livello sia stata Alda Merini ma non si può nemmeno negare quanto fosse tosta, narcisa e compiaciuta di se stessa e a volte della propria condizione mentale, per questo narrarla sarà una bella sfida. Il regista Giorgio Gallione mi ha coinvolto in un progetto che punta soprattutto sull’immagine, con una scenografia di sabbia nella quale si muovono quattro danzatori che replicano i miei gesti. In scena non ci saranno solo le poesie ma principalmente i suoi scritti di prosa, poco conosciuti ma che ne raccontano in modo impeccabile la vita, intervallati anche da qualche canzone malinconica di Adriano Celentano, che Alda amava molto.

Quali altri impegni la aspettano?
Riprenderò con la Trilogia Americans, della quale il 24-25-26 novembre al Teatro Menotti di Milano faremo una maratona comprensiva di tutti e tre i titoli: Lo zoo di vetro di Tennessee William, Chi ha paura di Virginia Woolf di Edward Albee e Lunga giornata verso la notte. Poi andrò in tournée con quest’ultimo per il secondo anno consecutivo e riporterò a Torino il mio amato monologo Ombretta Calco, per la regia di Peppino Mazzotta.

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