19 Agosto Ago 2018 1000 19 agosto 2018

Due operatrici umanitarie ci hanno raccontato la crisi dei migranti

Il 19 agosto è la Giornata istituita dall'ONU dedicata al loro mestiere. Hannah Wallace Bowman e Jade Leigh ci spiegano quanto è difficile e allo stesso tempo gratificante.

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Giornata Operatori Umanitari Migranti

L'Assemblea Generale dell'ONU ha istituito il 19 agosto come la Giornata mondiale degli operatori umanitari dedicata a tutti coloro che lavorano intorno al mondo per ricordare che anche loro sono attori necessari nel contesto dei conflitti internazionali e nelle situazioni di crisi. E sempre l’ONU rilancia anche quest’anno la campagna #NotATarget - ovvero ‘Non un Bersaglio': insieme ai civili, negli ultimi decenni, molti operatori sono scomparsi a causa di attentati e conflitti. E stima che negli ultimi 20 anni 1653 operatori umanitari siano stati uccisi, nel 2017 quasi il quadruplo rispetto al 1998. Ultimamente però, e specialmente in Italia, gli operatori umanitari e le NGO sono stati bersaglio non di attacchi da arma da fuoco, ma mediatici e politici, additati addiruttura come criminali. Vogliamo invece ricordare che tra le loro attività giornaliere ci sono quelle di salvare le vite, riabilitare persone e curare ferite, sia psicologiche che fisiche. Nella giornata dell’operatore umanitario abbiamo deciso di farci raccontare la crisi migratoria da chi la vive ogni giorno, ma che non viene mai interpellato a riguardo.

Hannah Wallace Bowman.

LE STORIE DI HANNAH E JADE

Hannah Wallace Bowman è direttrice del programma della NGO Refugee Rescue, che ha quartiere generale sulla Costa settentrionale di Lesvos, in Grecia. Il suo lavoro si svolge sulla nave da salvataggio 'Mo Chara' ,ed il team di pronto intervento a terra è disponibile 24 ore al giorno, pronto ad aiutare chi arriva sull'isola dalla Turchia, via mare. L'organizzazione è stata fondata nel 2015, in risposta al significante aumento dei rifugiati in arrivo in Europa e all'inadeguata infrastruttura di ricerca e soccorso. Refugee Rescue è infatti adesso l’unica organizzazione umanitaria e professionale di ricerca e soccorso nella regione.

Jade Leigh.

Jade-Leigh Tenwick invece è addetta alla Comunicazione e Sviluppo della NGO SB Overseas. L’organizzazione si concentra sul dialogo interculturale e integrazione dei rifugiati minorenni non accompagnati che si trovano sul territorio belga, che viaggiano da soli. «Uno di loro, all’età di 16 anni ha impiegato un anno a compiere la traversata verso l’Europa». I ragazzini vengono affidati a due centri, uno in cui vivono per due settimane per poi spostarsi in quello che sarà la loro casa per circa due anni. SB Oversea si occupa di instaurare un dialogo attivo con loro attraverso attività di inclusione.

DOMANDA: Sei ogni giorno in prima linea e a contatto con migranti, ma soprattutto a contatto con emozioni come dolore, tristezza, gratitudine. Quanto è duro essere un operatore umanitario?
RISPOSTA:

Hannah: Quando lavori in questo contesto penso che le risposte emotive possano essere facilmente amplificate, ma nella foga dell’atto di salvataggio non ci si fa caso. Quando riesci a trovare un momento per riflettere su di esse allora ti colpiscono i momenti di estrema bellezza, così come quelli di profonda tristezza. Ma per me, lavorando sul tema delle migrazioni in questo momento, la frustrazione è una delle emozioni dominanti con cui ho a che fare. E penso che sia la ragione per cui il burn-out è un problema molto comune per le persone che lavorano in questo contesto. Perché questo non è solo un problema umanitario, ma è intrinsecamente politico.

Jade: La difficoltà principale è che devi stare attento alle tue emozioni. Diventi sempre più coinvolto nella loro vita e vuoi aiutarli in ogni modo possibile. Come vogliono fare lo stesso con te. Loro vogliono mostrarti quanto tu sia importante per loro. Vanno al di sopra e al di là delle tue aspettative per aiutarti. E’ una sensazione molto bella, ma in un contesto che rattrista.

Cosa vuol dire essere un operatore umanitario donna?
Hannah: Nella fase del primo arrivo, trovo sia utile essere una donna. Ho scoperto che le persone tendono a trovarmi meno minacciosa e posso infondere un senso di calma più rapidamente di alcuni colleghi maschi. Siamo sempre attenti a garantire che ci sia sempre un membro femminile nell’equipaggio, a bordo della nostra barca di soccorso, in modo che si possa occuparsi di altre donne e bambini, e osservare le sensibilità culturali anche in situazioni di alto numero di ottani.

Jade: I ragazzini con cui lavoro ti identificano immediatamente come loro figura materna: ragazzi e ragazze che sono orfani oppure i loro genitori vivono ancora nel paese di origine, in zone di conflitto. Quando inizi ad essere intorno a loro per un po’ di tempo, tendono ad aprirsi, parlare di più, soprattutto delle loro emozioni e iniziano a fare affidamento su di te, perché a quest’età hai bisogno di qualcuno che ti protegga.

Un momento importante e decisivo del tuo percorso di operatore umanitario?
Hannah: Penso che non dimenticherò mai la prima volta che ho partecipato a quello che chiamiamo "l’atterraggio", ovvero il momento in cui arriva un 'barcone'. Aiutare le persone a uscire da un gommone leggero nel cuore della notte, e farsi consegnare i bambini piccoli e ai bambini bagnati fradici dall'attraversamento del mare, è stata un'esperienza difficile.

Jade: Credo che trai i momenti più importanti ci sia stato condividere con loro una Iftar (cena del ramadan, ndr): tutti i ragazzini con cui lavoro erano radiosi, scherzavano e ridevano nonostante quello che avevano passato. In quell'occasione credo di essere rimasta sbalordita dalla loro capacità di provare gioia, che ha infuso anche su di me una sorta di apertura del cuore.

Alla luce della narrazione che esiste al giorno d'oggi, credi ci sia una parte del discorso sulle ondate migratorie e i migranti che viene omesso?
Hannah:
«Proprio come le bombe seguono il petrolio e i droni seguono la siccità, le imbarcazioni seguono entrambi; imbarcazioni piene di profughi che abbandonano le loro case nella linea dell’aridità devastata da guerre e siccità. E la stessa capacità di de-umanizzare l’altro che ha giustificato le bombe e i droni oggi viene esercitata su questi migranti, dipingendo il loro bisogno di sicurezza come una minaccia alla nostra, la loro fuga disperata come una specie di esercito invasore» . È una citazione dell’attivista Naomi Klein che penso descriva perfettamente come il problema sia trattato dai media, che non forniscono alle persone gli strumenti di cui hanno bisogno per contestualizzare o interrogarsi sulla cosiddetta crisi dei rifugiati, che scaturisce da eredità coloniali, interessi neoliberisti e cambiamenti climatici.

Jade: Non vengano mai trattati i temi dell’inclusione e della necessità di un dialogo interculturale, per fermare invece la narrazione della vicenda come una battaglia del 'noi contro loro’, una separazione tra comunità che rispecchia la paura di ciò che non si conosce. Ma per conoscersi e capire bisogna dialogare. Si può fare attraverso atti molto semplici, come scambiare una parola o un pomeriggio insieme.

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