17 Agosto Ago 2018 1659 17 agosto 2018

La cardiologa Tiziana Aranzulla: «Essere donna non è uno svantaggio»

«È un settore prevalentamente maschile, ma le cose stanno cambiando». Dalle discriminazioni alle molestie, a tu per tu con la professionista torinese tra le dieci migliori al mondo. Che scelse cardiologia dopo la morte di sua madre.

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Cardiologa Aranzulla Torino

È tra le dieci cardiologhe migliori al mondo, Tiziana Claudia Aranzulla, capelli scuri e sorriso composto. Quarantadue anni, da dieci lavora a Torino, all’ospedale Mauriziano. A fine giugno, in Florida, è stata selezionata durante il convegno internazionale «Complex Cardiovascular Catheter Therapeutic», che celebra il contributo delle donne nella Cardiologia Interventistica. Un mondo più maschile che femminile. Aranzulla è stata scelta per partecipare al premio e alla commissione ha deciso di presentare il tema delle tortuosità coronariche delle donne, portando un caso di angioplastica su una paziente ultraottantenne. «Ho deciso che sarei diventata una cardiologa quando mia mamma, che amavo e amo moltissimo, è mancata improvvisamente per un problema al cuore, sei mesi prima che mi laureassi. Diventare cardiologa è stata l’unica scelta che potesse dare un senso a quel tragico evento: non è stato un percorso facile ma io avevo una motivazione indistruttibile», ha spiegato Tiziana Aranzulla a LetteraDonna, commentando la selezione americana.

DOMANDA: Dottoressa Aranzulla, che effetto le ha fatto sapere di essere l’unica italiana tra i dieci migliori medici in Cardiologia Interventistica?
RISPOSTA: Una meravigliosa sorpresa. Mi hanno accolta benissimo, l’organizzazione è stata impeccabile e mi sono sentita a casa, già dal primo momento.

Si è trovata tra i grandi di quell’ambito.
È stato emozionante poter incontrare, a colazione o a cena, eccellenze cardiologiche mondiali. Sono rientrata a casa piena di gratitudine.

L’area in cui lavora è ancora considerata così «maschile» come appare ai profani? Ci sono Paesi più virtuosi di altri?
È un settore tradizionalmente maschile, sì. Tanti anni fa, invece, la Finlandia mi aveva colpito positivamente.

Perché?
Perché sapevo di tanti primari donne. Oggi, però, credo che le cose stiano cambiando in tutto il mondo.

In che modo osserva dei cambiamenti?
Vedo sempre più colleghe e giovani specializzande che vogliono intraprendere questa branca e mi chiedono consigli. E molte di loro sono belle ragazze, a dispetto di stereotipi del passato.

Le si è mai sentita discriminata in quanto donna?
Il riconoscimento ricevuto mi ripaga di tante delusioni. Non bisogna mai mollare: c’è tanto da fare e bisogna farlo sempre al meglio.

Spesso negli spot televisivi esiste una netta distinzione tra ciò che viene consigliato di fare alle bambine rispetto ai loro coetanei maschi. Che cosa vorrebbe consigliare lei alle «bambine del futuro»?
Di coltivare la propria bellezza interiore ed esteriore e di seguire sempre il proprio istinto, che non sbaglia mai. Da piccola io ero un maschiaccio. Mia madre provò solo una volta a vestirmi di rosa quando, alle scuole medie, ero il capitando della «superclasse» (una gara di cultura tra scuole trasmetta dalle TV locali). Le ho tenuto il broncio per un po’. Questo per dire che non esistono regole: siamo tutti diversi e unici: bisogna scoprire la propria unicità al di là di anacronistiche distinzioni di genere.

Si è mai pentita di una scelta così totalizzante come quella della medicina?
Al di là di ogni sacrificio, il mio lavoro è un privilegio. Sono consapevole che, per me, lavoro e vita saranno sempre uniti. Ma credo accada a chiunque ami il suo lavoro.

Ha mai pensato di non farcela perché donna?
Direi che ancora non ho capito perché essere donna dovrebbe essere uno svantaggio. Tra i pazienti operati e seguiti da me c’è, per esempio, il signor Antonio che, da sempre, sceglie deliberatamente medici donne. Quando ha bisogno di un nuovo specialista e mi chiede consiglio si premura sempre di ricordarmi che sia una donna.

Le hanno mai fatto sembrare il suo parere meno importante di quello dei colleghi?
Un vero professionista ascolta tutti i pareri e poi sceglie il migliore. Chi discrimina, probabilmente, non farà mai la scelta migliore.

Quali sono stati i momenti più difficili, in un mestiere così delicato?
Ci sono sempre momenti di gioia e altri complicati facendo questo lavoro che non diventa mai un’abitudine. Bisogna avere molta forza e saperla coltivare.

Pensa sia possibile coniugare una professione come la sua alla maternità?
Nella vita penso che nulla sia impossibile. La mia storia lo dimostra.

D: Nell’ultimo anno si è parlato molto di molestie sui luoghi di lavoro. Qual è la situazione in ambito medico-scientifico?
Credo che, come in tutte le aree, occorra sapere porre e mantenere distanze definite. Bisogna essere molto coraggiose, liberarsi di ogni desiderio di approvazione e saper difendere, a spada tratta, la propria dignità. Talora è sufficiente un’occhiata o un silenzio eloquente. Non è mai facile ma è l’unico modo per far sì che, sopra ogni cosa, risplenda la propria competenza.

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