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#MeToo

10 Agosto Ago 2018 1741 10 agosto 2018

#ScienceToo denuncia le molestie sessuali nella scienza

Il movimento è nato negli Stati Uniti sull’onda di #MeToo. Ma il fenomeno esiste pure in Italia. Come ci ha spiegato Sveva Avveduto, dirigente al Cnr.

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La scienza ha diversi problemi con le donne. A confermare una verità largamente immaginata sono prima di tutto i dati resi noti dal progetto europeo Genera, Gender Equality Network in the European Research Area, che attraverso diverse iniziative si pone l’obiettivo di contribuire al raggiungimento della parità di genere nel settore della fisica, dove le ricercatrici sono pochissime. E poi c’è #ScienceToo, il movimento nato negli Stati Uniti sull’onda di #MeToo, per squarciare il velo dell’ipocrisia sulle molestie sessuali nel buio dei laboratori. «Il settore non è puro nemmeno in Italia e non ci si può più nascondere», spiega Sveva Avveduto, direttrice dell’Istituto di Ricerche sulla Popolazione e le Politiche Sociali del Consiglio Nazionale Ricerche (Cnr) e dell’associazione Donne e Scienza, oltre che referente italiana del progetto Genera.

DOMANDA. Quante sono nel nostro Paese le lavoratrici in ambito scientifico?
RISPOSTA.
In media si può parlare di circa il 30-35% del totale, anche se ogni settore ha numeri e casistiche differenti.

Quali discipline, sia a livello di studi accademici che di ricerca, presentano maggiore presenza femminile?
In testa c’è Astronomia seguita da Biologia e, se pur ancora con numeri minori, Ingegneria, un tempo saldamente ed esclusivamente in mano agli uomini. C’è ancora tanto da fare, invece, per quanto riguarda la Fisica, soprattutto teorica, un mondo storicamente maschile e maschilista e che è rimasto tale, non solo in Italia.

Secondo il report recentemente stilato da Genera, che prende in esame la presenza femminile in due realtà italiane di primo livello come l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare​ (Infn) e il Cnr, il problema della disparità di genere non riguarda però solo la Fisica.
Purtroppo no e quello che è emerso non fa che confermare con i numeri una tendenza largamente toccata con mano da chi, come me, vive l’ambiente ogni giorno. All'Infn su 819 dipendenti solo il 20% è donna. Al Cnr, invece, le ricercatrici sono il 46% del totale. Anche se in questo caso la parità sembra quasi raggiunta non ci si deve far ingannare visto che il divario aumenta sensibilmente nelle discipline tecnico-scientifiche.

Numeri che si aggravano se si prende in esame l’avanzamento, mancato, di carriera femminile.
Esatto. All’Infn solo 9 donne su 100 sono dirigenti e al Cnr i direttori di Istituto sono per il 79% uomini. Inoltre nessuno dei sette Dipartimenti ha una direttrice e nella sua storia l’ente non ha mai avuto una presidentessa.

È più difficile per le donne accedere a determinati ambiti lavorativi?
Sicuramente, e soprattutto è meno incoraggiato.

C’entra anche l’educazione che diamo alle bambine e l’immagine che la società cuce loro addosso fin da piccolissime.
Senza alcun dubbio. Le ragazze in tutto il mondo sono spesso invogliate a orientarsi verso studi umanistici, molte volte anche inconsapevolmente attraverso i giochi che vengono loro proposti nel corso dell’infanzia. Fin dall’asilo ci insegnano che le femmine hanno una funzione di accudimento e famiglio-centrica, e devono divertirsi con pettinini e bambole, a differenza dei maschi che hanno a che fare prevalentemente con martelli e microscopi. Crescendo questo si tramuta facilmente in un’attitudine indotta a scegliere una facoltà piuttosto che un’altra. La tendenza sta cambiando fortunatamente ma il cammino è ancora lungo visto che anche nelle comunità o famiglie più progressiste se si vede un bimbo con in mano una Barbie ci si preoccupa un po’.

Sveva Avveduto.

Adesso lei ricopre un ruolo primario al Cnr, ma come è iniziata la sua carriera?
Quando mi sono affacciata al mondo del lavoro non c’era un precariato decennale come oggi e l’iter era molto più semplice: si entrava come borsisti e dopo un paio d’anni si poteva accedere ai concorsi per ricercatori, che venivano indetti spesso. Il mio cammino è stato quindi lineare e mi ha portato negli anni a progressivi avanzamenti di carriera, culminati ora con la direzione del laboratorio dove esercito.

Lungo il percorso ha mai avvertito ostilità in quanto donna?
Anni fa l’atmosfera era un po’ più cupa ma ho avuto la fortuna di frequentare il liceo nel 1968, quando molte rivoluzioni ebbero inizio e le ragazze potevano, facevano ed erano tutto. Forse proprio per questo non ho mai riscontrato difficoltà eclatanti pur percependo quel leggero snobismo che ogni donna in qualunque ambiente di lavoro sente e che si traduce nel collega che ti guarda o tratta con sufficienza o ti sopporta per forza perché sei una superiore ma in cuor suo non ti riconosce affatto l’autorità.

Qual è invece l'obiettivo dell'associazione Donne e Scienza?
Nel nostro piccolo cerchiamo di far crescere la consapevolezza della piaga della disparità di genere negli ambiti di ricerca, facilitare l’accesso alle carriere scientifiche delle giovani, sostenerle nella loro scelta e organizzare attività che ne aumentino l’autostima. Al nostro interno ci sono ricercatrici, docenti universitarie o di scuola superiore e altri tipi di professioniste e proprio questa varietà arricchisce enormemente il contributo che l’associazione può dare alla società.

Siete attive ormai da anni.
Quindici. Per questo mi piace dire che siamo delle adolescenti che come tali sono ricche di sogni, crisi e problemi.

Parliamo di molestie, quelle in ambito scientifico sono più che mai sottovalutate, ma si tratta di un fenomeno che esiste eccome. Tanto che è nato il movimento #ScienceToo​.
Il problema c’è e non si può nascondere sotto il tappeto. Il rapporto Sexual harassment of Women, realizzato dal National Academies of Sciences, Engineering and Medicine, parla chiaro: considerando tutte le facoltà universitarie il 58% delle statunitensi è stata vittima di molestie di tipo sessuale e la maggior parte di queste nelle facoltà di scienze, ingegneria e medicina. In Italia è tutto molto più taciuto anche se il fenomeno è più diffuso di quanto si creda.

Proprio per questo avete organizzato #WeTooInScience2018, in programma il 20 e 21 settembre a Pisa.
Ci è sembrato il momento giusto per far cadere il velo dell’omertà e testimoniare come purtroppo nemmeno le aule accademiche e i laboratori siano immuni da certe dinamiche agghiacciati. Il convegno, durante il quale sono previsti interventi sia di relatori italiani che esteri, è diviso in tre parti: la prima è dedicata all’analisi dello scenario mondiale, la seconda si occupa di quanto è stato fatto fino ad ora e la terza di quali azioni si possono mettere in atto per prevenire o intervenire tempestivamente in situazioni del genere.

Quindi qualcosa si può fare.
Si tratta di un problema molto complicato e dalle diverse facce che non può essere affrontato in modo univoco. Un punto di partenza però potrebbe essere il potenziamento dei punti d’ascolto nei luoghi di lavoro, uffici con persone di fiducia dove recarsi per chiedere consigli o aiuti. Oppure l’organizzazione di momenti di dibattito nei quali si infonda nelle donne maggior autostima e consapevolezza di sé. Uno dei nodi primari infatti è che spesso anche nei casi di massima violenza, le vittime si sentano loro stesse colpevoli, si vergognino e tacciono, facendo restare i carnefici impuniti. Per provare a scardinare questo meccanismo assai noto una delle leve potrebbe essere la certezza dell’aiuto e soprattutto della pena, troppo spesso inesistente o inadeguata.

Le molestie possono avere diverse sfumature però, a volte anche difficilmente riconoscibili o denunciabili, e presentarsi sotto forma di mobbing, battute sessiste o altro.
Esatto. L’apice è rappresentato dai reati sessuali ma esiste un mondo nemmeno troppo sommerso in cui si esprimono attraverso altri linguaggi. Uno dei più frequenti è quello della prevaricazione di superiori uomini, perpetuata soprattutto a danno di persone indifese come giovani precarie o ai primi passi della loro carriera che si trovano a fare i conti con angherie di ogni tipo. Violenze sia fisiche che psicologiche che a volte portano alcune di loro ad abbandonare la carriera scientifica pur di porre fine all’agonia.

Le è mai capitato di essere vittima di molestie o episodi quanto meno dubbi?
Fortunatamente no ma molte colleghe non possono dire la stessa cosa, come una socia di Donne e Scienza che dopo aver subito attenzioni pesanti è stata costretta a lasciare il laboratorio nel quale lavorava.

Cosa suggerisce a una bambina appassionata di scienza che sogna un futuro al Cnr o alla Nasa come Sara Buson?
Il mio consiglio è di portare avanti il proprio sogno, facendo quello per cui si è portate. Indubbiamente quella scientifica non è una carriera semplice, l’impegno e lo studio sono costanti e sedersi è impossibile. Sceglierla però conduce a una vita ricca di soddisfazioni, costellata di scoperte continue e relazioni umane anche internazionali molto forti, che aprono la mente o il cuore come nient’altro.

Insomma ne vale la pena.
Assolutamente sì.

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