9 Agosto Ago 2018 1524 09 agosto 2018

Sara Dossena agli European Championships con la maratona nel sangue

«Solo quando si smetterà di parlare di sport femminile si raggiungerà la parità dei sessi», ci ha detto in attesa della gara prevista per domenica 12 agosto a Berlino. 

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European Championships Sara Dossena Maratona

Si chiama Sara Dossena la triatleta con la corsa nel sangue veloce come il vento che, il 4 novembre 2017, balzò agli onori delle cronache per essersi classificata sesta su 53 mila partecipanti alla Maratona di New York. E che, dal 30 giugno, può dirsi nuovamente orgogliosa di aver portato la bandiera italiana sul gradino più alto del podio ai Giochi del Mediterraneo con una mezza maratona tutta d’oro. E ora, come direbbe Jack Kerouac, non si può che puntare avanti verso la prossima pazzesca avventura sotto i cieli. Laddove tutto è possibile. Laddove non esistono gerarchie. Laddove tutto è più democratico perché tutto è sogno. A sentir lei, la strada è quella giusta. A sentir lei, bisogna solo continuare a lavorare verso la prossima corsa, verso il prossimo sogno: gli Europei di Berlino (qui tutte le medagliate italiane) in programma dal 6 al 12 agosto. E proprio il 12 agosto è prevista la sua gara. A proposito di sogni, per realizzare i suoi, la 33enne, ci ha impiegato 16 lunghi anni e lo ha fatto a suon di chilometri e di delusioni, morendo e risorgendo dalle sue stesse ceneri più e più volte proprio come un’araba fenice. Non è un caso che il suo libro di fresca data s’intitoli Io, Fenice (Fenice Sas Edizioni). Eppure, la Dossena, nonostante abbia sempre volato alto, così brava non ci si è mai sentita, neppure poche ore prima di correre la maratona più importante al mondo: «Mi guardavo allo specchio e vedevo solo gambe che avevano corso troppo poco e piedi di cristallo da fare invidia a Cenerentola. Ma davvero pretendi di essere all’altezza delle altre atlete?». All’altezza delle altre non ci si è mai sentita ma all’altezza delle sue aspettative sempre e comunque. Anche se per raggiungerle ha dovuto sudare parecchio, qualche volta facendosi male, molto male.

DOMANDA. Nel tuo piccolo hai sempre sognato in grande. Già all’età di sette anni sapevi quale fosse la tua strada.
RISPOSTA.
È vero, guardavo le gare in TV e m’identificavo nelle campionesse. Volevo diventare una di loro. E chiedevo ai miei genitori come potevo fare per raggiungere quell'obiettivo, ma non essendo nata in una famiglia sportiva loro tergiversavano continuamente dicendomi che avrei dovuto iniziare ad allenarmi molto prima. Non a torto visto e considerato che la corsa l’ho scoperta tardi. Anche se con il senno di poi mi viene da dire meglio tardi che mai. Non ho mai smesso di sperare, e neppure di immaginare il giorno in cui sarebbe capitato proprio a me di essere dall’altra parte dello schermo.

E nonostante quel giorno sia già arrivato, ti capita di stupirti. Stupirti di correre così forte. Lo hai scritto nel tuo libro. È successo anche ai Giochi del Mediterraneo?
Di solito mi meraviglio ma in quell'occasione è stato diverso. È stata una competizione dove dovevo solo testare la mia condizione fisica perché era da tanto tempo che non gareggiavo. Inoltre, il livello di difficoltà non era altissimo, quindi non è stata una gara combattuta e non ho tirato fuori nulla di straordinario. Ma sono comunque felice di avere portato a casa una medaglia d’oro.

A proposito, proprio durante quell'evento è nato un caso mediatico attorno alla foto che ha immortalato le tue colleghe italiane (con origini sudanesi, nigeriane e cubane). Uno scatto è diventata un simbolo nel giorno del raduno leghista di Pontida.
Non nascondo che tutto quel commentare mi abbia infastidito. Il motivo? La medaglia d’oro l’hanno vinta le mie colleghe ma l’ho vinta anch’io come moltissimi altri atleti. Ma poi ho riflettuto e mi sono detta che in fin dei conti di atletica se ne parla sempre poco e se questo pretesto ha fatto sì che se ne parlasse, ben venga. L’importante è che se ne parli.

Parliamo di Berlino, allora!
Mi sono allenata, e mi sto allenando. Spero di sorprendermi e di sorprendere. Di fare qualcosa che non mi aspetto neppure io.

La copertina del libro di Sara Dossena intitolato Io, Fenice.

Nella tua autobiografia brindi a te stessa, alla tua maratona, ai chilometri fatti ma soprattutto a quelli che verranno.
Scrivere un libro è stato un po’ come correre un’altra maratona. È servito a me e spero servirà a qualcun altro come incentivo motivazionale per non mollare mai. Ho deciso di stendere queste pagine soprattutto per capire meglio me stessa. È stato solo rimettendo in fila le fatiche e le delusioni archiviate nei vecchi diari d’allenamento che, a distanza di anni, sono riuscita a metabolizzarle. Se sono diventata la Sara di oggi, più adulta, più donna, più consapevole e maggiormente pronta ad affrontare nuove competizioni, è stato proprio grazie a quegli insuccessi.

Quando parli di nuove competizioni immagino tu alluda alle Olimpiadi di Tokyo?
Questa è la meta e vorrei arrivarci con molta più esperienza. D’altronde la maratona della Grande Mela è stata la mia prima e maratonete non lo si diventa in una volta sola. C’è bisogno di tempo, di allenamento, di chilometri e soprattutto di altre sfide così. L'appuntamento è nel 2020, questo significa che ho tutto il tempo per arrivarci più strutturata e nel mio stato migliore.

Ti definisci un’araba fenice.
Lo siamo tutte nel nostro piccolo. Abbiamo tutti una storia da raccontare. Io la mia araba fenice ho deciso di portarla sempre con me. È incisa sulla mia pelle. Mi definisco così perché il mio percorso è stato un susseguirsi d’infortuni, incidenti che hanno intralciato gran parte della mia carriera: era un continuo passare da uno specialista all’altro, da un plantare all’altro o da una scarpa all’altra, ma la forza di volontà mi ha sempre portato a guardare oltre. Ne è valsa la pena perché finalmente posso dire di avere trovato la mia dimensione. Non è detto che andrà tutto liscio, perché non ho la bacchetta magica, ma sono contentissima del punto in cui mi trovo.

Hai dichiarato: «Di solito sono una predatrice, punto le avversarie sbranandole una dopo l’altra. Alla maratona di New York temevo di essere io quella preda».
La 42 chilometri era composta da un parterre di atlete molto quotate. Pluricampionesse. Ero io quella alle prime armi, ero io la debole, ero io quella che aspettava di essere mangiata. Invece, inaspettatamente, i giochi si sono capovolti e mi sono ritrovata a essere protagonista fin da subito.

Pratichi uno sport maschio, il triathlon. Da donna, senti di scardinare i confini simbolici di genere?
Certo! La parità dei sessi si è evoluta in tutti i campi e pian piano si è fatta strada anche in campo sportivo: attualmente ci è concesso fare sia Triathlon sia gli Iroman (4 chilometri a nuoto, 180 in bici più maratona finale).

«Essere donna è un atteggiamento che non s’identifica necessariamente in una minigonna o in un tacco. Anche una tuta da ginnastica o una scarpa da running possono essere seducenti»

Lo sport femminile in passato è sempre stato demonizzato, molto probabilmente perché le atlete andavano a minacciare quell’ideale di donna consacrato alla famiglia. È ancora così?
Il compito del gentil sesso è sempre stato quello di procreare e di occuparsi della sfera domestica. Come sappiamo le cose stanno cambiando da pochi anni. Grazie al livellamento dei sessi questa disuguaglianza si sta invalidando e le donne che praticano sport, anche di resistenza, sono in ascesa.

Se nell’uomo lo sport è esaltazione di forza e virilità, per Sara Dossena è esaltazione di…
Passione e femminilità. Non per forza le ragazze che praticano un’attività fisica faticosissima sono maschiacci. Personalmente mi curo molto anche durante gli allenamenti e a un filo di trucco non ci rinuncio mai. E poi sono convinta che l'essere donna sia un atteggiamento che non s’identifica necessariamente in una minigonna o in un tacco. Anche una tuta da ginnastica o una scarpa da running possono essere seducenti.

L’idea che lo sport potesse mascolinizzare l’aspetto della donna favorendo tendenze omosessuali, è stato uno dei maggiori deterrenti alla diffusione dell’atletica. Sei mai stata vittima di questo cliché?
Faccio movimento da quasi vent’anni e non mi è mai capitato di incappare in questa mentalità, ormai sorpassata.

Lo sport femminile è sottopagato e svalutato. Ti risulta?
Per quello che mi riguarda, nella maratona i premi gara si equivalgono, ma non è la regola. Pensa al ciclismo. Quello maschile è molto più riconosciuto anche a livello mediatico. Però io sono convinta di una cosa.

Dicci.
Solo quando si smetterà di parlare di sport femminile, solo allora, si raggiungerà la parità dei sessi. Ma c’è bisogno di tempo.

Nonostante i controlli serrati, c’è ancora chi fa uso di droghe?
Il doping è diffuso nell’atletica come in qualsiasi altra disciplina agonistica. Le verifiche sono parecchie ma non sempre si riesce a controllare tutto e tutti. Utilizzare quelle sostanze vuol dire imbrogliare anche se stessi. Per questo certa gente non meriterebbe neppure di essere considerata. Ciò che mi rattrista è che diversi colleghi riescono a farla franca perché seguiti da professionisti che sono sistematicamente un passo avanti rispetto agli esami antidoping.

Si parla tanto di anche di anoressia atletica.
Oggi è una malattia globale, diffusa non solo in campo sportivo. Sono convinta che i disturbi alimentari possano essere curati anche con l’ausilio dell’attività fisica che ha valore terapeutico perché funge da ottima valvola di sfogo.

Se non avessi fatto questo percorso di vita che cosa avresti voluto fare?
Sinceramente non lo so perché lo sport è la mia vita. Tempo fa sono stata costretta ad abbandonarlo e per un periodo ho fatto la commessa ma ero profondamente infelice perché la mia indole era un’altra. Senza quello che faccio sarei una persona diversa, ma sicuramente realizzata: svolgerei un mestiere che amo come amo correre. Non so dire che tipo di lavoro però! Forse la psicologa.

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