Femminicidio

Femminicidio

31 Luglio Lug 2018 1140 31 luglio 2018

I genitori di Alba Chiara Baroni: «Ecco chi era nostra figlia»

Un anno fa la 22enne di Tenno venne uccisa dal fidanzato che si tolse la vita. Da allora mamma e papà si battono per tenere viva la sua memoria. A ogni costo. 

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ALBA CHIARA BARONI FEMMINICIDIO ANNIVERSARIO

Aggiornamento dell'8 agosto: la deposizione della stele per Alba Chiara è prevista per il 25 novembre 2018, in occasione dalla giornata internazionale contro la violenza sulle donne, in località Gron, a Tenno.

Alba Chiara Baroni, morta il 31 luglio 2017, è una vittima di femminicidio. Una delle 121 dello scorso anno in Italia. Una parola, femminicidio, che va specificata, perché non è solo una questione di genere, ma perché pronunciarla vuol dire spiegare le ragioni di una morte. Vale anche per Alba Chiara, 22 anni appena, uccisa dal fidanzato Mattia Stanga che non si capacitava del fatto che il loro amore fosse finito, e che dopo l’omicidio si è tolto la vita. Una storia che ha sconvolto la comunità di Tenno, in provincia di Trento, ma che l’ha anche divisa, per via di una stele dedicata ad Alba Chiara che la famiglia Baroni avrebbe voluto posare in un luogo simbolo della cittadina lo scorso 20 maggio, in occasione del compleanno della ragazza. All'ultimo momento la posa è stata rimandata proprio per la presenza di quella parola che alcuni preferiscono tacere che gridare.

LA FILASTROCCA DI ALBA CHIARA

«Io e mia moglie non siamo due megalomani che vogliono farsi la colonna di Traiano a Tenno», spiega a Letteradonna Massimo Baroni a pochi giorni dal primo anniversario della morte di Alba Chiara. «La cosa è andata così: quando è successo quello che è successo i miei colleghi di lavoro mi hanno portato una busta con 500-600 euro. Lo facciamo quando muore un padre e lascia moglie e figli. Non li ho voluti prendere, era morta mia figlia e non avrebbe avuto senso. Così è nata l’idea di usarli per una stele ricordo». Durante il funerale della ragazza, racconta ancora Baroni, «era stata letta una filastrocca che mi aveva insegnato mia madre e che poi ho insegnato ad Alba Chiara. Loro erano rimasti molto colpiti, da qui il desiderio di inciderla su questa stele. Mi hanno proposto di metterla in un luogo speciale, dove la luce del sole riflette quella del lago di Garda».

LA STELE DELLA DISCORDIA

Il progetto però non è stato realizzato perché proprio in quel luogo i genitori di Mattia hanno un terreno. «Sembrava una violenza», sottolinea Baroni, «e noi non vogliamo creare contrasti». Successivamente era stata indicata un'area dove, nei giorni del Natale, viene montata una stella cometa. Ma nulla. «Ci siamo sentiti dire che nemmeno lì era possibile», ricorda il padre di Alba Chiara, «perché si tratta di un luogo troppo turistico. Avevo anche pensato di metterla sulla collina della chiesa, che è isolata, ma molte donne mi hanno fatto notare che sarebbe una follia scegliere un posto così, perché si deve vedere, non va certo nascosta. La cosa che ci ha fatto più male è che per il 20 maggio avevamo tutto pronto, lo stop è arrivato due settimane prima, ci hanno tagliato le gambe».

FEMMINICIDIO, UNA PAROLA CHE DISTURBA

A creare problemi, continua, proprio quella parola: femminicidio. «Si gioca a nascondino da queste parti», aggiunge tradendo un certo fastidio, ma con un tono sempre pacato, mai sopra le righe. A casa Baroni per questo non c’è spazio. Alba Chiara resta la priorità. «Stiamo lavorando a un libro tratto dall’esperienza della serata del dolore (che si è tenuta in ricordo della ragazza, nel giorno del suo compleanno, ndr), sarebbe bello presentare il libro e sistemare finalmente la stele». Concorda Loredana, mamma di Alba Chiara, che al telefono racconta come «nessun parente si sia fatto vivo» alla sua porta. Anche se sono state comunque tante le persone vicine alla famiglia. «Le maestre, le amiche della squadra di hockey dove Alba Chiara giocava, ma anche altri del paese», dice la signora Baroni. «Persone che se prese singolarmente sono con noi, ma una volta in gruppo no. Prevale un sentimento diverso. Quando abbiamo fatto la serata del dolore c’erano sì e no 20 tennesi, erano più numerosi quelli arrivati da fuori, come alcuni amici di Ferrara. Un po’ in ritardo per via del lavoro, ma c’erano». Tra i più vicini ai genitori di Alba Chiara c'è Sandro Chisté, ex collega e amico di famiglia, che ha percorso l’Italia a piedi con la bandiera della pace nel centeneraio della fine della Prima guerra mondiale. Con lui, in ogni tappa, c'era anche una foto di Alba Chiara.

Alba Chiara nella coppia era il capo, quella carismatica, anche nello sport gareggiava per vincere. Lui forse era più debole

Massimo Baroni

DOMANDA. Signora Loredana, per via della stele il sindaco di Tenno, Gian Luca Frizzi, si è dimesso.
RISPOSTA.
C’erano punti di vista divergenti all’interno della Giunta, complice anche la presenza di Ivo Stanga, zio di Mattia, che ha infervorato gli animi (in seguito anche lui si è dimesso, ndr). Tra quelli che hanno espresso parere contrario anche i quattro assessori donna, una cosa davvero brutta. Ho chiesto un confronto sul perché della loro posizione, ma non ho mai avuto risposta. Negli ultimi mesi la situazione poi si è sbloccata e la stele si realizzerà, anche se non si sa ancora quando verrà esposta.

Secondo lei a cosa è dovuto questo atteggiamento?
Rifiutano la verità, nella loro testa bisogna dimenticare, il dolore è una cosa privata che deve rimanere tale ed essere vissuto in famiglia, non sui giornali o in tivù. Io invece la penso diversamente. Non mi stancherò mai di parlare di Alba Chiara e di prendere iniziative in suo nome. Queste sono cose che sembrano lontanissime quando si leggono sui giornali, ma quando tocca a te non è facile. Io già prima mi mettevo nei panni delle madri delle ragazze uccise e stavo male. Ora so, quello che faccio sembra non andare mai bene, a volte mi sento davvero sola, ma questa è la direzione giusta.

Mattia e Alba Chiara stavano ancora insieme o si erano lasciati?
Nel novembre del 2016 ho scoperto di avere un tumore, è stato un momento difficile, tra intervento, chemioterapia e radio. Mattia in questo periodo è stato sempre presente. Girava per casa, aiutava; se avevo bisogno di fare una mammografia e nessuno poteva accompagnarmi, per esempio, veniva lui. Poi ho scoperto che da marzo 2017 erano in stand-by. Non mi sono mai accorta di nulla perché la sua presenza era costante, non me l’avevano detto. Mattia era il figlio maschio che io, madre di due ragazze, non avevo avuto, così come Alba Chiara lo era per gli Stanga, genitori di due maschi.
Aggiunge papà Massimo: Mattia, fino a quel 31 luglio, è stato il prototipo del genero perfetto. Si erano lasciati, lei me l’aveva detto, ma in quel momento non era la cosa più importante, mia moglie stava male. Loro poi erano ragazzi, capita di bisticciare. Poi si rivedevano, lui si fermava a pranzo, a cena, forse l’hanno gestita anche in modo poco maturo. Certo è che Alba Chiara nella coppia era il capo, quella carismatica, anche nello sport, gareggiava per vincere. Lui forse era più debole.

Loredana, Mattia prima non aveva mai dato segnali di aggressività?
No, guai se l’avesse toccata.

Non è stato nemmeno un momento di follia.
No, dai rilievi aveva pianificato tutto. Aveva il porto d’armi per uso sportivo, ma non un’arma sua, l’ha comprata apposta, con in testa ben chiaro quello che avrebbe fatto. Mio marito li aveva lasciati da appena 10 minuti. Con Alba Chiara avevano l’abitudine di fumare una sigaretta insieme dopo pranzo e quel giorno Massimo l'aveva raggiunta a casa di Mattia. Lui era normale, nessun segnale che potesse far presagire quello che sarebbe successo. Alba Chiara stava mettendo in auto le cose che portava con sé quando andava da lui, Mattia ha sparato un colpo, in casa, attirando l’attenzione di lei. Mia figlia è entrata, lui era dietro la porta e l’ha costretta a entrare in bagno, non ha avuto possibilità di fuga.

Io e mio marito siamo orgogliosi di quello che stiamo facendo. Chi è con noi è il benvenuto, altrimenti andremo avanti da soli, ma non diteci di fermarci

Loredana Baroni

I genitori di Mattia come hanno reagito?
Loro non c’entrano, ci siamo abbracciati, sono venuti al funerale di Alba Chiara e noi siamo stati a quello di Mattia. A casa mia sono stati solo una volta, io sono andata spesso da loro, anche se entrarci è stato come morire ogni volta. Ora tutto è cambiato, non salutano più, è un’altra cosa che fa male.

Forse è sopraggiunto un senso di colpa.
Forse, del resto hanno perso il figlio che ha ucciso mia figlia. Però c’è da dire anche che tutto è stato archiviato. Non abbiamo preteso nulla da loro, nessun risarcimento. Quel poco che invece era di Mattia andrà all’altra nostra figlia, Aurora.

Di questo ragazzo si è scritto di tutto, di Alba Chiara pochissimo.
E mi dispiace. Aveva frequentato l’Istituto d’arte Depero a Rovereto, e poi aveva studiato a Vicenza come disegnatrice orafa. Già da piccola si vedeva che quella era la sua strada, il suo mestiere. Qui abbiamo trovato tutte le porte chiuse, non conoscevamo nessuno che potesse darle una mano. Io stessa avevo fatto il giro delle gioiellerie per vedere se qualche orafo potesse prenderla a bottega: «Se impara ci toglie il lavoro», mi sono sentita rispondere.

Non ha mai pensato di trasferirsi?
Aveva fatto degli stage in due fabbriche orafe, ma era molto legata alle sue radici, e poi era fidanzata. A pensarci adesso…

Quale è la prima cosa che le viene in mente quando la pensa?
Era una ragazza solare, sempre felice. Gli ultimi tre anni aveva lavorato come barista in un hotel. La aspettavo sveglia, lei si fermava a prendere le pizze e mangiavamo insieme alle due di notte. Ricordo con molto affetto quei momenti.

Alba Chiara come la canzone...
Sì, però è scritto staccato. Non si trattava di un primo e di un secondo nome, ma un nome unico. Da fidanzati a me e Massimo piaceva molto. E dire che a lei non lo amava, si faceva chiamare solo Alba o Alby, eppure tutti le facevano i complimenti.

Ci ha detto che era una sportiva. Aveva altre passioni?
Sì, giocava a hockey, e amava viaggiare, per vedere gli animali. Era stata a Sharm el-Sheikh per cavalcare i cammelli e a Tarifa, in Spagna, per visitare lo zoo. Sarebbe dovuta andare in Thailandia per gli elefanti: un viaggio che ha fatto una sua amica, mi aveva portato un piccolo elefantino che tengo vicino alla foto di Alba Chiara. Mia figlia amava anche le carte, portava sempre un mazzo con sé, era un modo per stare in compagnia. Ed è per questo che il primo settembre faremo un torneo di briscola a coppie in suo nome: i vincitori avranno una foto di un quadro di Alba Chiara.

Cosa dipingeva Alba Chiara?
Paesaggi, soprattutto, cose che vedeva solo lei. C’è un quadro, per esempio, che ha impiegato due anni a finire perché le serviva un colore che non esisteva, l’ha dovuto creare. Io lo chiamo "quadro Alba Chiara".

Quanto servono per lei le inziative nel nome di sua figlia?
Tantissimo. Come genitori ci dobbiamo attaccare a qualcosa. Non eravamo lì a salvarla, non abbiamo potuto proteggerla, lei è scappata, aveva paura. Per esempio il Progetto Alba Chiara nasce in collaborazione con Famiglia Materna di Rovereto, che dal 1919, anno della sua fondazione, accoglie donne maltrattate, madri in difficoltà, emarginati, immigrati. Serve a salvare le ragazze. Voglio conoscere la prima che salveremo nel nome di mia figlia, perché sarà come se avessimo salvato lei. Io e mio marito siamo orgogliosi di quello che stiamo facendo. Chi è con noi è il benvenuto, altrimenti andremo avanti da soli, ma non diteci di fermarci.

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