16 Luglio Lug 2018 1514 16 luglio 2018

Sara Buson: «Vi spiego l'ultima scoperta sui neutrini cosmici della Nasa»

È partita dalla provincia di Padova. Oggi, a 38 anni, fa parte dell'equipe americana di cui tutti parlano. Il coronamento di un sogno fatto di tanti sacrifici in un settore prettamente maschile. 

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Sara Buson Neutrini Cosmici Nasa

Da piccola era appassionata di stelle. Le guardava nel cielo sopra a Pernumia un piccolo comune in provincia di Padova, senza immaginare che potessero diventare il suo lavoro. Eppure Sara Buson ce l'ha fatta. Ha macinato tanti chilometri e tanti anni di studio. A 38 anni, il suo nome dall'America è rimbalzato fino all'Italia. Merito della scoperta della prima sorgente di neutrini cosmici provenienti dalle vicinanze di un buco nero in una galassia lontana. Scoperta che porta la firma dell’equipe del Fermi Large Area Telescope della NASA, di cui l'astrofisica fa parte.
Certo il suo è stato un percorso fatto di sacrifici che però rifarebbe, come ci racconta nella lunga chiacchierata che abbiamo avuto a poche ore dall'annuncio dell'importante traguardo raggiunto dal team: «Non mi sono mai pentita delle mie scelte di vita, perché l’interesse e questa passione rappresentano una grande spinta. Certo, rinuncio a molto per continuare questo percorso».

DOMANDA: Un percorso che comunque le sta regalando belle soddisfazioni. Partiamo dall'ultima in ordine di tempo. La spieghi a noi comuni mortali.
RISPOSTA:
Vede, noi ce ne stiamo sulla Terra tranquilli e siamo abituati a questa serenità, che ci viene concessa dall’atmosfera. È uno scudo che, di fatto, ci protegge dall’universo, che è estremo, violento ed inospitale ('cattivo') a volte. Tra le minacce 'là fuori' ci sono i raggi cosmici. Vede, anche se noi non ce ne accorgiamo, ogni giorno, ogni minuto e ogni secondo, questi bombardano la terra ma vengono fermati dall’atmosfera. Possono diventare un problema per gli astronauti, per esempio, perché i raggi cosmici hanno un’energia talmente elevata da comprometterne la salute. Per riassumere: se noi consideriamo l’idea, in futuro, di intraprendere viaggi spaziali è bene conoscere le 'condizioni meteo' del nostro universo. I raggi cosmici vanno studiati meglio, ovviamente. E, per studiarli meglio, è necessario cercare di capire quale sia la loro origine e quali sistemi della natura permettono di crearli. La scoperta che abbiamo fatto tocca proprio questo tema: cercare di comprendere l’origine e la diffusione di queste radiazioni che permeano il nostro universo.

D: Ora che è decisamente più chiaro, facciamo un salto indietro nel tempo. Lei che cosa sognava di fare da bambina?
R: Probabilmente questo lavoro (ride, ndr): era un vero e proprio sogno. Ma per me era talmente distante e irraggiungibile che rimaneva tale.

D: Ci racconti il momento in cui ha capito che la scienza sarebbe diventata la sua strada.
R: Forse non c'è mai stato. Diciamo che mi ci sono ritrovata, quasi all’improvviso, in questo percorso. Dove, però, con «all’improvviso» intendo anni.

D: Com’è cominciata?
R: A Padova, mi sono formata in un ottimo ambiente universitario, con ricercatori e professori molto bravi. Grazie a loro sono entrata in contatto con il mondo della ricerca internazionale e poi, da subito, ho iniziato a far parte dell'equipe Fermi che, insieme ad IceCube, ha portato a questa scoperta.

D: Che effetto le ha fatto entrare alla NASA?
R: Una soddisfazione enorme. A livello «pratico», poi, è una cosa fantastica perché in questo luogo di ricerca si ha a che fare con eccellenze di tutti i campi. Per cui è anche «professionalmente comodo» (ride, ndr).

D: In che senso?
R: Le faccio un esempio. Quando non so qualcosa vado a bussare alla porta a fianco, oppure salgo al piano di sopra o scendo a quello di sotto e lì trovo l’esperto. In questo ambiente ci sono risorse uniche. Per dire, al terzo piano c’è il premio Nobel, John Mather. Qui lavorano colleghi che hanno contribuito, in prima persona, alla scoperta delle onde gravitazionali guidata da LIGO/Virgo. Tra l’altro, anche quella, è stata una scoperta fatta grazie al mio gruppo di lavoro. Perciò, tutto questo insieme di elementi ti fa sentire parte della ricerca e dell’avanguardia.

D: Insomma sembra tutto fantastico. Ci sarà qualche contro.
R: A volte, qui, è più difficile far valere la propria individualità.

«Le donne, storicamente, sono sempre state considerate meno rispetto agli uomini»

D: Cambiamo argomento. Nonostante gli slogan, ho l'impressione che la scienza sia ancora una cosa per uomini.
R: Purtroppo è così. Non è un’opinione la mia, ma un dato di fatto, una statistica. Sono numeri su cui non si può mentire.

D: Maledetto «gender gap».
R: Nel mio gruppo, in realtà, ci sono molte donne. Però questa è proprio un’eccezione che non si registra quasi mai, da nessuna parte. Personalmente, io non ho avuto problemi in quanto donna. Sono riuscita, abbastanza facilmente, a dimostrare le mie qualità, la mia esperienza e il mio valore. Però, senz’altro, è più difficile. Il mondo scientifico sta cercando di far qualcosa, siamo ancora distanti ma gli esempi positivi non mancano, come é il caso di Maryam Mirzakhani prima donna a vincere la medaglia Fields pochi anni fa, cioé il Nobel per la matematica.

D: Quindi il mondo scientifico non è così illuminato come si pensa.
R: Non è illuminato affatto. Come dicevo, adesso sta cambiando, ma è la storia che ci racconta che in alcuni casi i premi Nobel non sono stati assegnati alle donne perché erano donne. È una questione culturale che va indietro nel tempo. Oggi si fanno passi avanti, è vero, ed è per questo che mi ritengo di una generazione fortunata, di una cultura fortunata. Il fatto è che le donne, storicamente, sono sempre state considerate meno rispetto agli uomini. Io mi auguro che questo cambi, ma quando sento un eurodeputato (Korwin Mikke, ndr) affermare che il genere femminile è di livello inferiore ho paura.

D: E non è nemmeno stato punito.
R: È stata considerata la libertà di parola. È questo che mi spaventa, quando si lasciano passare argomentazioni simili. Dovrebbe essere un diritto dell’umanità accettare che le donne, a livello di mente, sono esattamente uguali ai loro colleghi maschi. Quando leggo queste notizie mi rendo conto il perché la statistica è la statistica. Non mi sorprende, sebbene mi senta fortunata perché non ho mai avuto questa difficoltà.

D: Quali sono le difficoltà maggiori per una scienziata?
R: Come ho sempre avuto a che fare con ambiente «women friendly». So di persone che hanno avuto problemi per il loro genere. Per il resto, posso dire che è più complicato farsi una famiglia, per esempio.

«In America il congedo di maternità è di poche settimane dopo il parto, e senza paga»

D: Perché?
R: Le faccio un esempio dall’America. Qui, il congedo di maternità è di poche (circa due) settimane dopo il parto, e senza paga. C’è gente che viene a lavorare fino al giorno prima di entrare in ospedale e ritorna al lavoro dopo due settimane. È ovvio che le condizioni non sono uguali: in una circostanza del genere non si può produrre agli stessi livelli di un compagno maschio. Questo non può avvenire, eppure ci viene richiesto. Sicuramente la cultura americana è diversa da quella europea, però io ho notato questo. E il fatto mi ha lasciato molte perplessità.

D: In chiusura. Che cosa consiglierebbe alle bambine del 2018, le donne di domani, per il loro futuro?
R: È una domanda complicata. Credo sia molto importante che persone che hanno intrapreso un percorso come il mio diano un certo tipo di messaggio: io non sono un granché, cioè, ho fatto del mio lavoro questo grande successo ora ma per me è stata quasi una cosa normale. Perché questo so fare, sono brava in questo, perciò svolgo questo mestiere. Ma come io sono brava in questo ambito, una bambina può esserlo in qualsiasi altra cosa: che sia suonare uno strumento, giocare a pallavolo, fare la segretaria se le piace o la parrucchiera. L’importate è che capiscano cosa vogliono essere nella vita. Senza essere troppo condizionate da chi dice loro cosa possono o non possono diventare. Qui negli Stati Uniti il dibattito, in questo senso, è per certi aspetti migliore.

D: Perché?
R: Perché gli individui per certi aspetti sono più aperti al sognare concretamente e, a volte, allo spingersi un po’ oltre i limiti imposti dal mondo che ci circonda. Ed è sia un bene che un male, perché a volte osano anche troppo. Però, d’altro canto, io vedo proprio la differenza rispetto a noi, europei, che invece tendiamo a rimanere nello schema della società. Posso farle un esempio personale?

D: Certo.
R: Io sono nata in un piccolo comune. Le mie probabilità di arrivare qui alla NASA erano infime, chiaramente, ma ho avuto la fortuna di avere a che fare con persone più aperte di mentalità. I primi? La mia famiglia, persone molto aperte e non limitate dalla vita quotidiana. Poi, oltre a loro, anche altri hanno sicuramente influenzato la mia crescita culturale, personale e scientifica. Tutto questo, molto spesso, manca in Italia. Credo che la scuola potrebbe avere un ruolo maggiore.

D: Come, per esempio?
R: Dando esempi concreti di obiettivi che si possono raggiungere ogni giorno nel mondo.

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