13 Luglio Lug 2018 1730 13 luglio 2018

La storia dell'ex sindaca antimafia Carolina Girasole

Una vita a lottare contro la 'ndrangheta, si è ritrovata agli arresti domiciliari con l’accusa di essere stata eletta grazie a voti sporchi a causa di intercettazioni trascritte in modo sbagliato.

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Carolina Girasole Sindaco Arresto Ndrangheta

Ha lo sguardo stanco, Carolina Girasole. Ma acceso, come sempre. Si siede al tavolino del bar con la sua consueta compostezza, la stessa che ha mantenuto anche mentre precipitava in un baratro fatto di ferocia e paradossi, vicende imprevedibili e accuse incomprensibili. Comincia a raccontare e subito è un fiume di parole: ricostruisce i fatti, snocciola dati, cita episodi, sentenze, provvedimenti con la memoria resa lucida dal dolore. E mentre ripercorre ciò che è accaduto, con le mani tormenta un fazzolettino. Senza sosta.
Carolina Girasole, professione biologa, aveva un laboratorio di analisi a Rocca di Neto, paesino con meno di 6 mila abitanti della provincia di Crotone. Lei, invece, è originaria di Isola di Capo Rizzuto. Un altro piccolo centro appartenente allo stesso territorio, che secondo i racconti omerici era la terra di esilio della ninfa Calypso e nella realtà è tenuto in ginocchio dalla ‘ndrangheta. Dagli Arena, per l’esattezza. Che sono tanti, potenti, e dominano su cose e persone.

QUANDO SI CANDIDÒ PER CAMBIARE LE COSE

Sposata con Franco Pugliese, madre di due ragazze che oggi hanno 17 e 23 anni, Carolina conduceva una vita tranquilla. Faceva la spola fra Isola, dove ha sempre abitato, e Rocca. Si divideva fra lavoro e famiglia. Poi un giorno, mentre accompagnava una delle figlie a scuola, un amico l’ha fermata per farle una proposta inaspettata. Le elezioni del 2008 erano imminenti e lui le ha chiesto di guidare una lista civica di centrosinistra. Lì per lì s’è rifiutata. L’amico e altre persone hanno però insistito: «Ho cominciato a rifletterci su», ricorda lei, «perché c’era comunque la possibilità di cambiare le cose a Isola, o perlomeno provarci. Ci lamentiamo di continuo, ma poi ci tiriamo indietro quando c’è da mettersi davvero in gioco. Così alla fine ho accettato». E ha vinto, diventando sindaca di Isola Capo Rizzuto. Durante i cinque anni del suo mandato si è schierata apertamente contro la criminalità organizzata, ha affidato la gestione dei terreni confiscati a Terre Joniche, cooperativa costituita con Libera, ha fatto passi concreti contro l’abusivismo edilizio che, si sa, insieme all’eolico e al centro migranti rappresentano i business principali degli Arena.

UNA SINDACA ANTIMAFIA, MA FINITA NEI GUAI

Una sindaca antimafia, Carolina, dal 2008 al 2013. E proprio nel 2013, a pochi mesi dalla fine di quell’esperienza, si è ritrovata agli arresti domiciliari con l’accusa di essere stata eletta grazie a voti sporchi. Cioè portati proprio dagli Arena, e in cambio dei quali avrebbe garantito una serie di «favori». Anche suo marito è stato arrestato, perché sarebbe stato parte attiva in questo scambio con la ‘ndrina (famiglia di 'ndrangheta, ndr). L’impianto accusatorio è crollato nel 2015, quando Carolina e Franco Pugliese sono stati assolti perché il fatto non sussiste. Perché le due intercettazioni su cui si era basato il provvedimento erano state trascritte in modo sbagliato: nella prima le parole «una vota» (espressione dialettale, «una volta») era diventate «mille voti», nella seconda i «trecento voti» di cui si parlava erano in realtà riferiti non alla Girasole ma a un altro candidato suo avversario. Cose assurde e inspiegabili. E non sono le uniche.
E non è ancora finita. Perché pochi giorni fa Carolina Girasole ha querelato gli estensori della relazione depositata dalla Commissione di accesso e di accertamento presso il Comune di Isola di Capo Rizzuto; una relazione nella quale, fra l’altro, le viene imputato di non aver fatto niente sui beni confiscati durante gli anni in cui è stata sindaca di Isola e sulla base della quale la Prefettura di Crotone ha chiesto la sua incandidabilità, accettata dal Tribunale di Crotone.

Carolina Girasole nel 2012.

DOMANDA: La sua querela non deriva dalla volontà di ricandidarsi.
RISPOSTA:
No, assolutamente. Non ne ho alcuna intenzione. Ma voglio e devo difendermi perché in questa relazione ci sono affermazioni gravissime e diffamanti. Hanno scritto addirittura che io avrei concesso alla cosca degli Arena il mantenimento di fatto del possesso dei terreni confiscati, come è possibile disconoscere in questo modo il mio operato da sindaca e la sentenza del 2015, la quale dimostra che è vero l’esatto contrario? Quei terreni erano andati al Comune nel 2005, ma per tre anni non è stato fatto nulla. Sono stata io ad affidarli a Terre Joniche, nell’ambito di un percorso cui ha preso parte la Prefettura, oltre a Libera.

D: E proprio la Prefettura, adesso, ha chiesto la sua incandidabilità.
R:
Già. E non capisco come sia possibile. La Prefettura, ripeto, è stata pienamente coinvolta nel mio operato. Sanno del bando emanato per la formazione dei ragazzi in relazione proprio alla gestione dei terreni confiscati; sanno di tutte le attività che ho portato avanti e che non riguardano solo i terreni ma anche diverse strutture tolte alla ‘ndrangheta e completamente trasformate: due sono state adibite a ostelli, una è diventata la Casa della Musica, una è diventata una scuola dell’infanzia, un’altra un orto botanico e un’altra ancora un capannone agricolo. Alla querela ho allegato ben 27 fra determine e delibere che testimoniano tutto il lavoro fatto. Un lavoro che si è tradotto anche nell’organizzazione di convegni, incontri, confronti. Io non accetto che venga tutto rinnegato.

D: Lei ha anche fatto abbattere una villa abusiva a Capo Piccolo.
R:
Combattere l’abusivismo edilizio significa anche questo, cioè andare oltre la parte burocratica. Le assicuro che non è stato facile abbattere quel manufatto, infatti operazioni simili accadono molto di rado. Tra l’altro il proprietario era appena uscito dal carcere ed è imparentato con gli Arena. Non stiamo parlando esattamente di un signore.

D: E la Prefettura ha partecipato anche a questo intervento.
R:
Esatto. La Prefettura, devo ribadirlo, è stata spesso presente. Anche nella persona del Prefetto stesso o del suo vicario, anche in occasione di eventi e conferenze stampa.

D: Perché, allora, cambiare totalmente atteggiamento?
R:
Me lo chiedo anche io: perché? Mi sembra schizofrenia allo stato puro. Sono andata contro tutto e tutti quando ha deciso di assegnare i terreni a Libera, ho vissuto gran parte dei miei anni da sindaca circondata da odio e tensioni, eppure mi hanno accusata di essere collusa con gli Arena. E adesso scrivono quella relazione senza darmi nemmeno la possibilità di difendermi tramite gli atti oppure a voce. Perché?

D: Durante il Suo mandato ha ricevuto diverse minacce e intimidazioni, anche molto pesanti.
R:
Sono stata minacciata e isolata, sì. Offesa e diffamata. Mi hanno bruciato tre automobili e una casa al mare. Io e le persone che lavoravano con me siamo stati costretti a vivere in un clima perennemente ostile perché parlavamo di ‘ndrangheta e abbiamo fatto anche cose concrete. E questo era inaccettabile.

D: Nel maggio del 2013 ci sono state nuovamente le elezioni, lei si è candidata con un’altra lista civica ma non è stata eletta. La casa gliel’hanno incendiata dopo due giorni, nonostante la sconfitta.
R:
Era una lista di giovani coraggiosi, ma abbiamo perso in modo eclatante. Perché mi hanno bruciato la casa? Per punirmi. E per impormi di tacere nel futuro. Durante gli ultimi giorni del mio mandato ho chiesto le copie di alcune pratiche che riguardavano questa gente e contenevano richieste da me bloccate. Me le sono portate dietro nella speranza di poter fare ancora qualcosa come consigliere comunale. E loro sapevano anche questo.

D: Lei e Suo marito siete stati arrestati dalla Guardia di Finanza nel dicembre 2013. Cosa ricorda di quella notte?
R: Ci siamo ritrovati la casa invasa da finanzieri. Ho subito pensato a un errore, mi sentivo sicura. Ricordo che ripetevo a quegli uomini che non era possibile, elencavo loro tutto quello che avevo fatto, ma loro nemmeno mi rispondevano.

D: Poi ha saputo delle due intercettazioni telefoniche.
R:
Lì per lì ho pensato che fossero state organizzate dagli Arena, che avessero detto quelle cose nella consapevolezza di essere intercettati e quindi per farmela pagare. Poi, quando le ho ascoltate a casa, con un semplice pc, realizzando che in realtà si sentivano benissimo, per cui era assai improbabile, se non addirittura impossibile fare errori nella trascrizione, ho avuto davvero paura. Ho capito che qualcosa non andava. In altre occasioni sono stata assalita dai timori. Ma non avevo mai avuto paura come in quel momento.

D: Ci sono stati altri errori ed altri episodi strani.
R:
Nella trascrizioni si cita un mio incontro con gli Arena che non c’è mai stato. Ed è sparito un atto fondamentale: l’ordinanza del Questore che sospendeva la frangizolatura dei finocchi. La dimostrazione che non ero stata io ad ometterla per favorire il clan, come invece sosteneva l’accusa. Per fortuna siamo riusciti a recuperare il documento chiedendo l’accesso agli atti, ma c’è da dire che la Guardia di Finanza era in possesso di una copia. E non è stato detto nulla.

D: È rimasta ai domiciliari per 162 giorni.
R:
Aspettavo la sera tardi per uscire sul balcone. Per evitare che qualcuno mi rivolgesse la parola, visto che non potevo parlare con nessuno. Mi mancava l’aria, sempre. Ricordo ancora bene quella terribile sensazione.

D: Aveva mai messo in conto una situazione simile?
R: Quando ti muovi in un certo modo e ti opponi a certa gente metti in conto altre cose: che ti sparino, che piazzino una bomba da qualche parte, magari facendoti saltare in aria. Ma non puoi mettere in conto che ti arrestino, che lo Stato ti tratti all’improvviso come una criminale, una nemica. Non riesco ad avere pace, continuo ancora a chiedermi come sia stato possibile accusarmi di averli agevolati e aiutati.

D: Adesso si sente isolata come negli anni in cui è stata sindaca?
R:
No, anzi. Dal 15 maggio 2017, giorno in cui è scattata l’Operazione Jonny (che ha svelato l’infiltrazione dei clan di Isola nella gestione del Cara, il centro di accoglienza per migranti di Sant’Anna, e ha condotto all’arresto, fra gli altri, dell’ex parroco del paese don Edoardo Scordio, ndr), l’atteggiamento nei miei confronti è cambiato nettamente. Finalmente la gente ha capito.

D: Vien difficile credere che prima non avesse capito: sapevano tutti che il centro era in mano alle ‘ndrine.
R:
E allora diciamo che la gente non voleva capire. O che non era libera di pensare con la propria testa. Improvvisamente, comunque, i motivi di molte mie decisioni sono apparsi chiarissimi. A cominciare dalla scelta di affidare la gestione dei terreni confiscati a Libera piuttosto che alla Misericordia.

D: Carolina, ha mai pensato di andar via? Di lasciare Isola?
R: Certo, più volte. Però mio marito ha qui la sua attività. Ed entrambi abbiamo qua i genitori anziani.

D: Dove ha trovato la forza per affrontare tutto ciò che le è successo?
R: Nella voglia di dimostrare che non era vero. Nella sicurezza in ciò che è stato e che ho fatto.

D: E se alla fine riuscisse a convincere tutti, si sentirebbe riscattata?
R: No. Niente potrà mai cancellare quello che mi hanno fatto. Quando sono stata arrestata, mia figlia – la più piccola, che allora aveva 13 anni – mi ha detto: «Ecco, adesso tu te ne stai qua a casa. Io invece devo comunque uscire e andare a scuola». La grande, invece, cercava di mettersi in contatto telefonico da Cosenza con mio marito e non ci riusciva. E mia suocera non sapeva come spiegarle che eravamo stati arrestati. Sono cose che rimangono. Ma la verità, finalmente la verità completa, sarebbe un enorme conforto.

D: Lei e la sua squadra avete resistito al ‘Sistema Jonny’.
R: E siamo stati gli unici, quando era nel pieno della sua potenza e plasmava tutta la comunità. Non li abbiamo mai assecondati, non abbiamo assegnato a loro i terreni confiscati né soddisfatto altre richieste. Il prete voleva un pezzo della piazza per farci un cinema, io ho detto di no. Perché sapevo che, a parte la sala cinematografica, ci sarebbero state attività – bar, ristoranti – che avrebbe ulteriormente foraggiato la malavita organizzata. Pretendevano che io facessi eccezioni per loro perché loro erano i ‘potenti’. Ma così non è stato. E le forze dell’ordine, le istituzioni non hanno capito chi stava da una parte e chi dall’altra. Possibile?

D: Cosa vorrebbe fare adesso?
R:
Innanzi tutto dimenticare. Avere pace. Poi qualcosa mi inventerò.

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