10 Luglio Lug 2018 1856 10 luglio 2018

Come il Protocollo Eva aiuta a prevenire la violenza sulle donne

Con questa modalità operativa della Polizia di Stato si raccolgono tracce rispetto a ogni singolo caso tramite un sistema informatico e una processing card. Ce lo spiega il commissario Francesca Laboccetta.

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Si chiama protocollo Eva: un nome femminile, il nome della prima donna secondo la Bibbia, ma anche l’acronimo di Esame Violenze Agite. È una modalità operativa finalizzata al contrasto della violenza di genere messa a punto nel 2014 da Maria Josè Falcicchia, attuale dirigente dell’Upg (Ufficio prevenzione generale) della Questura di Milano, e dal gennaio 2017 è stata adottata in tutta Italia. Un progetto nato da una consapevolezza ben precisa: considerando gli episodi di violenza nei confronti delle donne (sempre troppi), puntualmente emerge che una proporzione notevole ha come scenario un interno domestico e vede nei panni dell’aggressore un marito, un convivente, in alcuni casi un figlio. Una persona, dunque, ben conosciuta dalla vittima e con cui molto spesso ha un forte legame affettivo. Legame che spesso, anche se in alcuni drammatici momenti si trova il coraggio di chiamare la polizia, poi conduce alla paura di parlare, di raccontare tutto. Ed ecco che gli agenti intervengono ma poi si trovano alle prese con silenzi densi di dolore e paralizzanti. Sembra quasi di sentirli quei pensieri grumosi e invasivi: «Non posso andare avanti, non posso mandarlo in carcere», «Da sola non sono in grado», «È comunque il padre dei miei figli».

DALLE TRACCE ALL'INTERA STORIA DI ABUSI

Fino a qualche tempo fa, in situazioni simili, i poliziotti erano impotenti. Adesso, proprio grazie al Protocollo Eva, le cose stanno in modo diverso. Perché si raccolgono tracce. E quelle stesse tracce permettono di ricostruire non solo un precedente, ma un’intera storia di abusi e maltrattamenti.
Il sistema, e questo è importante sottolinearlo, nasce anche dalla modifica al codice penale introdotta nell’ottobre del 2013 proprio per fronteggiare in modo più efficace il fenomeno della violenza di genere; si basa infatti sull’utilizzo di due strumenti giuridici forniti alle Forze dell’ordine che si stanno rivelando molto utili. Di questi, dell’intero progetto e dei risultati abbiamo parlato con Francesca Laboccetta, commissario capo dell’Upg di Milano.

DOMANDA: Partiamo dai due strumenti di cui disponete dal 2013 e che utilizzate proprio nell’ambito del Protocollo Eva.
RISPOSTA: Il primo è l’arresto obbligatorio in flagranza per i reati di maltrattamento e atti persecutori. Se non ci sono i presupposti per l’arresto, se ci troviamo dinanzi a ‘reati spia’ - per esempio lesioni e minacce gravi - possiamo procedere con l’allontanamento d’urgenza, quindi immediato, dalla casa familiare. Il che significa che ci chiudiamo la porta alle spalle con la certezza che la vittima non sia più in pericolo.

D: Cosa accade dopo l’allontanamento? Non c’è il rischio che il responsabile della violenza possa tornare a casa nel giro di pochissimo?
R:
Il provvedimento deve essere convalidato dall’autorità giudiziaria, che in base alla singola situazione decide se impedire non soltanto all’avvicinamento a una persona, cioè alla vittima, ma anche ai luoghi. Quindi la casa così come il posto di lavoro.

D: Di tutti gli interventi della polizia resta traccia in un archivio informatico.
R:
Esatto: si memorizzano i precedenti, gli interventi. Insomma, ogni aspetto riguardante la situazione. L’operatore intervenuto riporta tutto in ogni dettaglio: quando è entrato, cosa ha visto, cosa è stato detto ma anche cosa non è stato detto. Elementi come un segno sul corpo, un bambino spaventato, un cane che abbaia di continuo diventano fondamentali perché sono indici di allarme e ci consentono di capire costa stia succedendo veramente.

D: Il Protocollo Eva, però, non è soltanto una banca dati.
R:
No, è un modo di procedere molto strutturato e che va molto oltre a questo, mirando anche a un cambiamento culturale.

D: In che modo?
R:
Tramite il sistema informatico e un’apposita processing card, come dicevo, gli operatori delle volanti lasciano traccia di ciò che hanno visto e fatto, fornendo informazioni che si rivelano preziose in caso di una successiva aggressione e che possono permettere l’arresto anche se la vittima non denuncia. I poliziotti vengono inoltre adeguatamente formati per acquisire la sensibilità necessaria nella gestione non solo della situazione, ma anche del dolore altrui. Devono interagire in modo efficace con le parti ma anche, in molti casi, con bambini che hanno assistito alle violenze; devono conquistare la fiducia della vittima e al contempo mettere insieme tutti gli elementi utili.

D: Un ruolo fondamentale ce l’hanno anche gli operatori del 113.
R:
Loro devono essere molto abili a comprendere il livello di gravità, a tranquillizzare chi ha fatto la chiamata, che spesso sta vivendo un momento drammatico. È una guerra che si combatte in casa, l’aggressore non è un estraneo, e questo rende tutto ancora più complesso. L’operatore del 113, dicevo, deve rassicurare la vittima, raccogliere più informazioni possibili e restare in linea fino all’arrivo della volante. Ci tengo a dire che non di rado le telefonate arrivano non dai diretti interessati ma dai vicini che sentono grida e rumori. E volevo sottolineare un altro aspetto.

D: Prego.
R:
La violenza di genere è trasversale, non conosce distinzioni sociali. E non è solo fisica ma anche psicologica: ti faccio sentire una nullità, un oggetto che non serve più, faccio di te quello che voglio. Purtroppo la mancanza di indipendenza economica, che è principalmente femminile, ha un suo grande peso. La vittima accetta i maltrattamenti e gli abusi perché altrimenti non saprebbe cosa fare, dove andare.

D: Il protocollo Eva di recente è stato ampliato con una speciale lista contenente i numeri di cellulare di vittime o ex vittime.
R: Sì, è una novità ancora in fase di sperimentazione. Sempre grazie alla tecnologia, in situazioni gravi è possibile inserire un allarme in relazione al numero di telefono di una persona che già in passato è stata vittima di abusi e maltrattamenti.

D: I dati relativi al Protocollo Eva ne dimostrano l’efficacia.
R:
Esatto. Qui a Milano, per quanto riguarda l’anno in corso, al 10 luglio sono stati fatti oltre 2 mila interventi e circa 50 persone sono state arrestate. Nel 2017 sono stati realizzati oltre 4.300 interventi e in 92 casi è stato necessario procedere con l’arresto per reati di maltrattamento e atti persecutori. Rispetto al passato, è aumentato il numero di donne che denunciano e queste stesse donne trovano operatori più qualificati, preparati ad affrontare al meglio questo tipologia di interventi.

D: Diverse donne che hanno denunciato, e di alcune abbiamo raccolto la testimonianza, raccontano però che una volta fatta la denuncia si sono ritrovate sole. Nel momento in cui, tra l'altro, l'aggressore era ulteriormente incattivito per la denuncia stessa.
R: Sì, da quando ‘lui’ sa. E questo può aumentare il pericolo. Per quanto ci riguarda, noi cerchiamo di essere presenti anche nelle fasi successive alla denuncia, esortiamo a chiamare nel caso in cui si verifichino ulteriori episodi di violenza e parallelamente informiamo l’autorità giudiziaria circa la maggiore esposizione della vittima. In più diamo tutte le informazioni relative agli apparati, i centri antiviolenza, in cui è possibile trovare assistenza psicologica, supporto morale e un ambiente protetto.

D: Lei pensa che lo Stato italiano potrebbe fare di più per arginare il fenomeno della violenza di genere?
R:
Credo che questo protocollo rappresenti un grande passo avanti. Se ben applicato, può davvero permettere di ridurre quell’escalation di violenza che poi si conclude troppo spesso con il femminicidio. E può aiutare ad affrontare anche altri contesti molto delicati: perché generalmente la vittima è una donna, ma non mancano casi in cui sia padri che madri vengono maltrattati dai propri figli.

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