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7 Luglio Lug 2018 0900 07 luglio 2018

Malagò: «Lo sport femminile? Il governo ci dia ascolto»

Il presidente del Coni sferza la politica: «Vogliamo cambiare la Legge 91 e loro lo sanno, ci aiutino». L'obiettivo? Dare lo status di professionisti anche alle atlete. Come le ragazze del basket.

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Malago Sport Femminile

Non è ancora finita la gloria per le atlete italiane che a giugno hanno vinto la Coppa del Mondo di basket 3x3, nelle Filippine. Lo scorso 4 luglio, insieme al loro staff tecnico, sono state accolte a Palazzo Chigi dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega allo Sport Giancarlo Giorgetti, che ha rivolto alle ragazze i complimenti a nome di tutto il governo, ricevendo in regalo, lui che da sempre si definisce grande amante della pallacanestro, una canottiera della nazionale e un pallone firmato.

Con loro erano presenti anche il presidente della Federazione Italiana Pallacanestro (Fip), Giovanni Petrucci, e il presidente del Comitato Olimpico Nazionale Italiano (Coni), Giovanni Malagò. E proprio a quest'ultimo, 59 anni, romano, abbiamo voluto rivolgere alcune domande sullo status professionistico di queste atlete. O meglio, sullo status non professionistico, dato che, come abbiamo già scritto in passato, le azzurre Marcella Filippi, Raelin D’Alie, Giulia Ciavarella e Giulia Rulli non godono della Legge 91 del 1981 che regola il professionismo sportivo, e quindi, pur essendo campionesse del mondo, rimangono nient’altro che dilettanti, al contrario dei giocatori di basket, che possono contare su un contratto di lavoro, una pensione, la tutela infortunistica e dei diritti collettivi.

Le atlete italiane che a giugno hanno vinto la Coppa del Mondo di basket 3x3.

DOMANDA: La visita a Palazzo Chigi è stata l’ultima celebrazione per queste ragazze?
RISPOSTA:
Nient’affatto. Le riceveremo nuovamente durante la consueta cerimonia di fine anno del Coni, per consegnare loro i collari d’oro al merito sportivo, massima onorificenza del Comitato assegnata alle atlete che hanno vinto una medaglia olimpica o un campionato del mondo.

D: Non crede sia quasi un controsenso assegnare un premio così prestigioso ad atlete che di fatto sono considerate “solo” delle dilettanti?
R:
Se mi permette, ci terrei a fare una premessa. Forse un po’ lunga, ma necessaria.

D: Prego.
R:
Partiamo dal presupposto che per il grande pubblico, il tre contro tre del basket come disciplina è una novità. I primi Mondiali si sono giocati nel 2012 e due anni dopo è stata la volta degli Europei. In questo senso il programma olimpico di Tokyo 2020 prevede l’inserimento di cinque nuove categorie rispetto a Rio 2016.

D: Quali sono?
R:
Il surf, lo skateboard e l’arrampicata sportiva, più il baseball (softball per le donne) e il karate. Queste ultime due discipline sono state in realtà ripescate perché già presenti in passato prima di essere messe da parte, su decisione del Comitato Olimpico Internazionale (Cio). Si tratta di un’offerta dettata da tanti fattori, in primis l’interesse sempre più forte da parte dei giovani e dei network televisivi nei confronti di queste categorie, senza dimenticare che dietro possono esserci anche grandi sponsorizzazioni, è il caso del surf e dello skate.

D: A tal proposito come si colloca allora il basket 3x3?
R:
Insieme a queste nuove opportunità di offerta, sono state inserite, all’interno delle federazioni e di altri sport già riconosciuti dal Cio, discipline che mai hanno partecipato alle Olimpiadi, e quindi, per certi versi, inedite a questo tipo di palcoscenico. Una di esse è proprio il 3x3, che possiamo quindi paragonare, per fare un esempio, al beach volley della pallavolo.

D: Da dove nasce secondo lei questa esigenza di inserire il tre contro tre del basket?
R:
Il Cio cerca il più possibile di allargare i cosiddetti sport minori, anche se il basket non lo è di certo, a più nazioni possibili. Perché il calcio è così popolare? Semplicemente perché lo giocano tutti. Basta un pallone, o al massimo, due felpe per formare la porta. La pallacanestro è diversa. Inoltre, a determinati livelli, è condizionata dalla necessità di avere una certa prestanza fisica oltre a un minimo di altezza. Ecco, nel 3x3 non c’è questa indispensabilità. Tre giocatori o tre giocatrici normalissimi possono iscriversi e vincere un campionato (dal 27 al 29 luglio ci saranno le finali a Riccione, dove parteciperanno tutte le squadre vincitrici dei vari tornei 3x3, in cui effettivamente è sufficiente iscriversi per gareggiare, ndr).

"Più tutele per le donne di sport"

La ricorrenza dell' 8 marzo è stata anche l'occasione per riflettere sul ruolo delle donne nel mondo dello sport. Un ruolo ancora marginale che si potrebbe definire, visto l'argomento, di ' serie B'. La legge 91/81 stabilisce che è compito delle singole federazioni sportive regolare lo status di professionista e, a distanza di 35 anni, le sportive italiane vivono in una condizione di ' dilettantismo imposto'.

D: In sostanza, le Olimpiadi hanno inserito nuove discipline il cui regolamento non vieta agli atleti di partecipare, anche se non sono professionisti.
R:
Noi siamo stati bravi a cogliere quest’occasione, anzi, le ragazze sono state brave. D’altra parte le conosciamo bene. Nessuna di loro è una superstar della pallacanestro, in questi giorni si parla tanto di Cecilia Zandalasini che, dopo aver vinto il titolo negli Stati Uniti, ha firmato un contratto con il Fenerbahce per puntare l’Eurolega, che è la Champions League del basket. Ecco, lei non faceva parte della spedizione. Inoltre alcune delle ragazze mondiali giocano in Serie A2 e lo stesso meccanismo vale per il beach volley: in alcuni casi troviamo giocatori che una volta hanno fatto parte del circuito indoor. Ma, di fatto, la pallavolo e la sua versione sulla sabbia sono due sport ben distinti tra loro.

D: Rimane il fatto che nessuna giocatrice di basket gode della Legge 91 che regola il professionismo nello sport. Al contrario degli uomini.
R:
L’Italia è normata da una legge che ha 37 anni e che effettivamente riconosce con lo status di professionisti solo ai giocatori di calcio e basket. Questo perché, di fatto, all’epoca non c’era né interesse, né coinvolgimento, né un livello che giustificasse questo riconoscimento. Chiaro che oggi si deve rivedere tutto quanto. Ma non esiste alcuna discriminazione. Il problema non riguarda solo le donne.

D: Cioè?
R:
È importante che tutti capiscano un concetto. La legge di cui stiamo parlando è valida anche per i golfisti, per i piloti di auto e moto e per i ciclisti. Senza considerare che nel basket solo i giocatori di Serie A1 sono professionisti, già dalla A2 in poi diventano dilettanti. E allora è evidente che si tratta di un problema molto più profondo, legato a tutti gli altri sport.

D: Facciamo qualche esempio allora: il nuoto.
R:
Perfetto. Secondo voi è giusto che Federica Pellegrini abbia lo status di dilettante, rispetto un’eventuale calciatrice o anche a un giocatore di LegaPro? E questo discorso si può fare anche per i maschi, ad esempio, Gregorio Paltrinieri, un altro grande nuotatore che ha vinto un oro alle Olimpiadi: anche lui è un dilettante. E potremmo continuare con lo scherma, il tennis…

Quello che però servirebbe però è una cosiddetta legge quadro dove inserirci tante altre cose, per far sì che il mondo dello sport abbia lo spazio adeguato al contesto storico

Giovanni Malagò

D: In buona sostanza, la Legge 91 del 1981 non discrimina solo le donne, ma tantissimi sport declinati sia al maschile che al femminile.
R:
Credo che la parola “discriminare” sia un po’ forte, ma il concetto è questo. Il Coni, che fa tante cose, vuole cambiare questa legge, ma il problema è che noi non abbiamo potere legislativo. Per poter cambiare ci serve uno strumento che è il Parlamento e i vari governi che si sono alternati, gliel’assicuro, conoscono questa richiesta a memoria. La nostra attività di “moral suasion”, noi, non l’abbiamo mai fatta mancare. Quello che però servirebbe però è una cosiddetta legge quadro dove inserirci tante altre cose, per far sì che il mondo dello sport abbia lo spazio adeguato al contesto storico che stiamo vivendo.

D: Intende dire che l’articolo 91 non è l’intervento più importante di cui lo sport ha bisogno?
R:
Non dico questo. Dico che la sua modifica è fondamentale. Ma per cambiare le cose, di sicuro, non è sufficiente.

D: Mi dica allora quale può essere un altro intervento necessario.
R:
Gliene dico due, che a livello legislativo sono emblematici. Lei sa che la parola “sport” non esiste all’interno della nostra amata Costituzione? Non c’è mai. I nostri padri costituenti, che sicuramente hanno fatto un ottimo lavoro, non l’hanno inserita, e sappiamo quanto è difficile modificarne il testo. Ma oggi si può pensare di vivere senza sport, che peraltro vale il 3% del Pil?

D: Inserire lo sport nella Costituzione innanzitutto, dunque. Secondo esempio?
R:
Nello statuto del Coni non esiste la parola “scuola”. Si parla tanto dell’importanza dell’educazione dei nostri figli e di come aggiornarla ai tempi che corrono e credo che lo sport sia quanto mai necessario, da questo punto di vista, purtroppo per noi, molti altri Paesi europei sono decisamente più avanti rispetto all’Italia. Ma non è tutto. Potrei andare avanti per ore, non si aprirebbe un mondo, ma una galassia.

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