6 Luglio Lug 2018 1335 06 luglio 2018

L’ultimo ring di Valeria Imbrogno: «La mia vita senza dj Fabo»

Dalla passione per il pugilato al libro Prometto di perderti e l'approvazione del testamento biologico: «Fabiano ne sarebbe fiero».

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Valeria Imbrogno Fabo Pugilato

Quando parli con Valeria Imbrogno è lei a toglierti dall’imbarazzo, squarciando il velo di quel pudore che ormai solo i grandi dolori riescono ancora ad alzare. La voce di quella che tutti conoscono come la fidanzata di Dj Fabo è solare e ti fa credere che, forse, da certi abissi si possa anche rinascere, faticosamente, puntando su se stesse. Determinata e tostissima, tra le sue tante identità c’è anche quella di atleta con all’attivo diversi successi, come il terzo posto ai Campionati Europei di Pugilato nel 2006 e la conquista del titolo di Campionessa Italiana Assoluti 2007. Oggi per lei al Teatro Principe di Milano è in programma l’ultimo capitolo di questa parte di vita. Ad attenderla la sfida per il titolo di campionessa nel Mondiale per la Pace Wbc dei pesi mosca, in un evento organizzato da OpiSince82 in collaborazione con l’Associazione Luca Coscioni. L’abbiamo incontrata alla vigilia del match per farci raccontare le emozioni di una vita ancora tutta in divenire.

DOMANDA: Valeria, emozionata per la sfida che ti aspetta tra poco?
RISPOSTA:
Non tanto a dire il vero, sono talmente concentrata sulla preparazione che in realtà non vedo l’ora di salire sul ring.

D: Si tratta davvero dell’ultimo incontro?
R: Direi proprio di sì. Ho un sacco di progetti da portare avanti in questo momento della mia vita e credo sia giusto concentrarsi su quelli. E poi, a parte uno stop durante gli anni trascorsi in India con Fabiano, sono 20 anni che pratico questo sport e le mie emozioni belle e brutte me le sono vissute, quindi va bene così.

D: Come ti sei avvicinata a questo mondo e perché?
R: Sono sempre stata sportiva e da ragazzina dopo aver provato diverse discipline il mio fidanzatino dell’epoca che praticava boxe mi disse: «Perché non vieni in palestra al corso di kickboxing che sto facendo, ci sono un po’ di ragazze». Io sono andata e nel giro di due anni ho iniziato a fare competizioni.

D: La boxe è una disciplina ancora considerata prevalentemente maschile. Com’è invece il movimento femminile italiano?
R: Noi atlete che viviamo l’ambiente dall’interno non lo consideriamo uno sport da uomini ma facendo parte della prima generazione sono consapevole di come le cose siano migliorate soprattutto negli ultimi anni. Mi sono cimentata con i primi campionati di pugilato in Italia nel 2001 quindi si può dire che con alcune colleghe e amiche abbia fatto da nave scuola a tutte quelle ragazze, e sono tante, che oggi lo praticano.

D: In quanto donna hai mai avvertito qualche pregiudizio? O subito attenzioni di troppo?
R:
No, non ho mai vissuto sulla mia pelle situazioni ambigue o che mi portassero a sentirmi guardata con sufficienza o meno considerazione rispetto a un collega uomo. Credo sia dovuto anche al fatto che nel pugilato ci siano molto rispetto e umiltà, non si è uomini o donne ma atleti.

D: Fai parte anche del progetto Pugni Chiusi, che punta a interagire con i ragazzi del carcere milanese di Bollate proprio attraverso il pugilato.
R:
È un gruppo sportivo creato all’interno dell’Istituto Penitenziario, dove insieme un amico coach, Mirko Chiari, insegno ai detenuti. Essendo anche psicologa e avendo già svolto un tirocinio specifico a Bollate, mi occupo non solo della pratica sportiva, ma un po’ di tutti gli aspetti del progetto. Di solito aiuto i ragazzi ma devo dire la verità, adesso che in fase di pre gara sono sotto pressione, sono loro ad allenare me. In particolare una persona, un pugile preparatissimo che combatte fin da quando era bambino.

D: Lo sport è anche un veicolo di comunicazione con questi ragazzi.
R:
Indubbiamente. È molto diverso e credo più efficace rispetto a quello utilizzato quando interagivo con loro come psicologa perché in quel caso la barriera della professionista è molto forte. Il linguaggio del pugilato invece è più diretto, ci si capisce prima, si appartiene più in fretta al gruppo e si riesce a entrare più velocemente nel loro mondo, nei loro pensieri e nelle loro dinamiche.

D: Anche in questo caso nessuna difficoltà dovuta al fatto di essere una ragazza?
R:
No, la prima cosa che ho detto quando sono arrivata è stata: «Ragazzi io non sono una donna, sono un pugile», anche se in realtà forse non ce ne sarebbe stato bisogno visto che sono sempre stati tutti gentili, squisiti, educati e rispettosi, anche velatamente più della norma proprio per questo.

D: Quindi l’approccio è stato positivo fin dall'inizio.
R:
Sì. Subito c’erano solo rispetto ed educazione mentre adesso sono nate belle amicizie. Poche settimane fa ad esempio era il mio compleanno e quando sono arrivata in carcere mi hanno fatto trovare la torta. Si ride e si scherza molto proprio perché si parla la stessa lingua. Loro in questo momento sono molto presi dal mio obiettivo del Mondiale, avverto quanto ci tengano e facciano il tifo per me. Quando ci alleniamo insieme sotto il sole sento una grande responsabilità.

D: Come sono le tue giornate?
R:
Tutte uguali, scandite da fatica, rinuncia e sacrificio. Quando si prepara una gara la routine non prevede molto altro se non allenamento, pasti bilanciati e riposo. Non avendo più 20 anni poi, se un tempo la sera dopo gli allenamenti uscivo con le amiche, adesso dolori e fatica si fanno sentire quindi non se ne parla. In questa fase è così ma è la parte più bella dello sport, che converge nell’evento. Ed è la vita da pugile che i pugili si scelgono.

D: Com’è la vita senza Fabiano?
R:
Senza accorgermene negli ultimi mesi non mi sono fermata un attimo. Sono andata in India per portare a termine alcune cose che avevo promesso a lui, poi in missione ad Haiti con Medici senza Frontiere, ho scritto il libro Prometto di perderti (Baldini + Castoldi) proprio sulla mia vita con Fabiano, e adesso sto preparando il match. Indubbiamente è stato un modo per sentirmi impegnata, compensare il vuoto della sua assenza e continuare a vivere come mi aveva chiesto lui. Dopo la gara però credo proprio mi fermerò un attimo.

«La parte più difficile del libro? La rilettura. È stata un po’ come rivedere tutti in fila i momenti di me e Fabiano, anche quelli che avevo messo nel cassetto».

D: L’idea del libro è nata con lui o dopo la sua scomparsa?
R:
Con lui, ci teneva tantissimo e mi ripeteva in continuazione: «Mi raccomando, dopo dovrai raccontare la nostra storia e mettere la vita più bella del mondo in un libro». Io gli ho sempre risposto che se me ne avessero dato l’opportunità l’avrei fatto senza dubbio, quindi spesso ci siamo fermati a chiacchierare della cosa e quando gli ho chiesto che titolo avrebbe voluto non ha avuto dubbi e con la sua solita sicurezza ha risposto: «Beh ovvio, Dj Fabo». Quindi questo progetto è nato per mantenere la promessa e credo di esserci riuscita, visto che nel bene e nel male in quelle pagine c’è quello che siano stati noi, nel modo più vero possibile.

D: È stato difficile ripercorrere tutto il vostro cammino e metterlo nero su bianco?
R:
Molto. Ma grazie alla bravura della giornalista Simona Voglino Levy, nonché moglie dell’amico Marco Cappato, sono riuscita a schematizzare tutto dando risalto alle cose più importanti, in modo da far emergere al meglio quello che siamo stati.

D: Qual è stata la parte emotivamente più complessa da affrontare?
R: La rilettura, perché è stata un po’ come rivedere tutti in fila i momenti di me e Fabiano, anche quelli che avevo messo nel cassetto negli ultimi periodi. Ricordi belli, di cose fatte insieme. Far riemergere ognuna di quelle è stato difficile ma si è rivelato anche un modo per dare una chiusa.

'Prometto di perderti' (Baldini+Castoldi).

D: Qual è, d’istinto, la prima immagine che ti viene in mente pensando a lui?
R:
L’India. Il nostro rapporto, la nostra storia e tutto il percorso insieme sono stati segnati tanto da quella terra, dove siamo andati in vacanza per casualità e di cui poi ci siamo innamorati follemente, tanto da cercare di impostare la nostra vita lì, a Goa. Abbiamo vissuto emozioni uniche e un senso di pienezza tale da farmi vedere il futuro con difficoltà e pensare: «Troverò mai una persona con cui condividere così tanto»?. Non lo escludo, anzi spero che arrivi e sia comunque meraviglioso, ma in modo diverso.

D: Com’è stato stargli accanto quando hai saputo della sua scelta?
R:
Io sono sempre stata d’accordo con Fabiano fin dall’inizio perché il percorso mentale l’abbiamo fatto insieme. Finché avevamo speranza nel credere in una possibilità o avevo qualcosa da fare per lui siamo andati avanti, ma quando ci siamo scontrati con la realtà le cose sono cambiate.

«Quando una persona dorme quasi 24 ore su 24, non riesce a fare nulla e ha davanti a sé solo il buio non si può più parlare di vita».

D: Quando avete capito che quel tempo fosse finito?
R: Di fronte all’evidenza che nemmeno le staminali stessero funzionando ho avuto chiaro che non avrei potuto più raccontargli nulla e che la conclusione sarebbe stata soltanto una. L’ho capito con certezza quando ho saputo che Fabiano era diventato cieco, quello è stato l’ago della bilancia, probabilmente se ci avesse visto per come amava la vita avrebbe scelto di rimanere.

D: Adesso che anche in Italia esiste una legge sul testamento biologico credi cambierà qualcosa?
R:
Non saprei ma è sicuramente una grande conquista e il merito è anche di Fabiano e della sua battaglia che ha voluto rendere pubblica. In un certo senso siamo tutti contenti perché è un modo per aver regalato uno spazio in più di libertà alle persone di poter scegliere per se stesse. Lui ne sarebbe felice.

D: Come vivi l’attesa della decisione della Consulta, prevista per il 23 ottobre, dopo che la Corte di Assise ha sospeso il processo a Marco Cappato, sollevando il dubbio di legittimità costituzionale sul reato di aiuto al suicidio, proprio per quanto riguarda il caso di Fabiano?
R:
Mi auguro con tutto il cuore che l’articolo 580 del codice penale (quello che parla del reato di istigazione al suicidio, ndr) venga abolito. Probabilmente non succederà, ma auspico almeno che si arrivi a una modifica perché posso garantire che quando una persona dorme quasi 24 ore su 24, non riesce a fare nulla e ha davanti a sé solo il buio non si può più parlare di vita. Fabiano non parlava più di vita.

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