5 Luglio Lug 2018 1854 05 luglio 2018

Melania Mazzucco ci ha raccontato il Premio Strega ai tempi di #MeToo

Ultima donna ad averlo vinto - nel lontano 2003 e presidente dell'edizione 2018, l'autrice di Sei come Sei ci ha parlato di letteratura, discriminazioni e molestie.

  • ...
Melania Mazzucco Premio Strega

L’ultima scrittrice donna a vincere il premio Strega è stata lei. Era il 2003 e Melania Mazzucco ottenne uno dei riconoscimenti italiani più prestigiosi con Vita, un romanzo che raccontava l’emigrazione italiana in America. La competizione letteraria, nata nel 1947 per volontà di un gruppo di amici che voleva sfuggire alla disperazione del Secondo dopoguerra, vede nell’edizione 2018 una cinquina dei finalisti a maggioranza femminile. Con Helena Janeczek e il suo La ragazza con la Leica, data per favorita. Se i pronostici fossero giusti, il riconoscimento andrebbe quindi a una donna dopo 15 anni di vittorie maschili e ad annunciarlo sarebbe proprio Mazzucco, oggi presidente della giuria.
Figlia d'arte, salita a 30 anni alla ribalta della scena letteraria fin dal primo romanzo (Il bacio della Medusa, ndr), oggi la scrittrice e giornalista 51enne usa toni gentili e chiede tempo per riflettere prima di rispondere. Sa infatti che le parole sono un oggetto da trattare con cautela, ma senza paura. Per lei sono state il mezzo per affrontare temi difficili come l'emigrazione di ieri (nostra) e di oggi (degli altri), l'omosessualità e l'adozione.

I PREMI CONTANO, MA FINO A UN CERTO PUNTO

«Sono solo una scrittrice», ha detto a LetteraDonna. Una scrittrice capace, tuttavia, di conquistare sia pubblico che critica e di tenere testa alle critiche feroci di chi, all'uscita di Sei come sei, l'ha accusata di pornografia solo per aver raccontato un amore fuori dagli schemi tradizionali. Il ruolo di presidente dello Strega è un riconoscimento in più a una carriera che in 20 anni ha collezionato parecchi successi. Ma in letteratura i premi contano fino a un certo punto: «Non credo che si debba leggere un autore perché ha vinto il Nobel», risponde a chi si chiede perché tutti conoscano Eugenio Montale mentre Grazia Deledda sia spesso trascurata. È un problema, però, quando si fa distinzione se chi ha scritto il libro è un uomo o una donna. Il fatto che in finale tre finalisti su cinque siano scrittrici è un buon segno ma, come ci ha raccontato Mazzucco, il lavoro da fare è ancora molto.

DOMANDA: Finalista nel ’96 e nel ’98, poi la vittoria e ora è dall’altra parte del tavolo. La sua carriera è legata allo Strega?
RISPOSTA:
Il premio ha accompagnato tutta la mia vita di scrittrice. La prima volta che ho partecipato avevo pubblicato il mio primo romanzo, Il Bacio della Medusa, da pochissimi mesi. Tutto era nuovo per me, e concorrere a quel riconoscimento, che associavo da sempre alla letteratura italiana con la L maiuscola, è stato un battesimo, in parte di fuoco.

D: Vincere il premio può cambiare la carriera?
R: Sì, anche se non necessariamente in meglio. Può facilitarla, certo, ma al tempo stesso ti espone e ti fa sentire molto vulnerabile. Oltre alla giuria degli Amici della Domenica, infatti, si è valutati dalla stampa, che a volte neanche ti conosce, e da chiunque legga del premio senza aver magari letto il tuo libro.

D: Nel 2018 in finale le donne sono in maggioranza: qualcosa sta cambiando?
R: In realtà i tempi sono cambiati da decenni ma l’ambiente culturale è stato riluttante ad ammetterlo. Del resto nessuno cede spontaneamente il potere che detiene e chi lo vuole deve conquistarselo. Il riconoscimento e la visibilità alle autrici di questa edizione sono solo la doverosa – e un po’ tardiva visto che alcune di loro sono attive da anni – conferma di una realtà di fatto.

D: Nel 2000 lei ha raccontato in Lei così amata la vita della fotoreporter svizzera Annemarie Schwarzenbac. Helena Janeczek gareggia ora con la storia della fotografa Gerda Taro, compagna di Robert Capa morta a soli 26 anni. Cosa le è piaciuto di La ragazza con la Leica?
R: Belle, ricche, indipendenti e libere, Annemarie e Gerda hanno molto in comune – anche la morte, assurda e precoce. Il libro di Janeczek mi ha interessato subito per la vita che racconta e per il modo originale con cui ha scelto di ricostruirla. Già nei suoi romanzi precedenti aveva dato buona prova di sè, e la sua storia (di origine tedesca naturalizzata italiana, Janeczek ha scelto di scrivere nella nostra lingua anche se non è quella ereditata, ndr) mi sembra particolarmente significativa nel panorama culturale di oggi nel nostro Paese.

D: La scrittrice Sara Rattaro ha scritto su Repubblica che nelle scuole italiane si leggono troppe poche opere di autrici donne. È d’accordo?
R: Le poetesse, le romanziere, le biografe - così come le saggiste o le storiche dell’arte - sono marginalizzate o assenti dalla nostra tradizione letteraria. In questi anni ho frequentato moltissime scuole superiori e solo Elsa Morante sembra entrata nel canone nazionale dei libri di testo. Nessuna autrice del Settecento o dell’Ottocento, raramente Sibilla Aleramo, Matilde Serao, Anna Banti o Maria Bellonci (ideatrice del Premio Strega, ndr). E quasi sempre con un breve brano, usato come commento alla condizione femminile e mai analizzato per la sua qualità artistica. Non ho mai trovato Vittoria Colonna, Antonia Pozzi, Amelia Rosselli, Patrizia Cavalli, Dolores Prato, o Jessie White Mario, Amy Bernardy, Annie Vivanti, Mary Pittaluga. È così che si spezza la catena della memoria e si costruisce una falsa tradizione.

D: Cosa pensa del movimento femminista #MeToo che sta travolgendo, uno dopo l’altro, tutti gli ambiti professionali?
R: I movimenti d’opinione che coinvolgono così tante persone sono sempre benvenuti, perché possono cambiare la sensibilità e i comportamenti collettivi. Rompere il muro del silenzio e denunciare è un bene: nessuna donna abusata o umiliata si deve sentire colpevole o sola.

D: Nel mondo dell’editoria le è mai capitato di essere vittima di molestie?
R: Personalmente mi è capitato spesso di incontrare uomini di potere che erano convinti, per via della loro posizione, di risultare attraenti per una ragazza giovane o all’inizio della professione. Ricordo chi mi disse, bonariamente ma non troppo, che senza la protezione di un uomo non sarei andata da nessuna parte. Non ho mai preso sul serio né le manine né le allusioni, però non ho mai avuto paura di loro. Le mani e i piedi ho dovuto usarli invece per difendermi sui mezzi pubblici: gli autobus di Roma sono stati la scuola di autodifesa per tutte le ragazze della mia generazione.

D: Ancora oggi sono poche le professioniste che arrivano ai vertici. Secondo lei dove si interrompe la carriera di una donna?
R: L’editoria è uno dei pochi ambienti professionali in Italia dove negli ultimi 30 anni le donne hanno sfondato il tetto di cristallo. Sono editrici, direttrici di collane e di uffici stampa, amministratrici delegate e consigliere di amministrazione. In molte però hanno pagato un duro prezzo per riuscirci, rinunciando a volte alla vita personale e familiare. La carriera di una donna che non è benestante di nascita ma solo grazie al suo lavoro si interrompe di solito alla nascita del secondo figlio. La maternità in Italia è un privilegio sociale.

D: Se fosse stata un uomo crede che avrebbe incontrato meno difficoltà nel suo mestiere?
R: Certamente sì. Ho sempre pensato che avrei firmato i miei libri con uno pseudonimo maschile e non solo per facilitarmi la vita, ma perché ritenevo che quella fosse la personalità dominante nella mia scrittura. Non l’ho mai fatto perché abito il mio nome e la mia storia, e la rivendico.

D: Nel 2013 in Sei come sei ha raccontato l’amore fra persone dello stesso sesso e il libro è stato accusato di pornografia. Per l’attuale ministro della Famiglia Lorenzo Fontana le famiglie gay «non esistono». Perché accettare l’omosessualità in Italia è così difficile?
R: Nel libro raccontavo il legame tra un padre e una figlia uniti dall’amore e non dalla biologia, il fatto che i genitori fossero due gay lo ha trasformato in un romanzo politico. L’attacco squadrista che hanno subito il romanzo, i docenti del Giulio Cesare e di tanti istituti italiani che lo avevano proposto come lettura agli studenti, così come i bibliotecari che lo esponevano negli scaffali e io stessa, ha rivelato quali umori omofobi, retrogradi e violenti avvelenino ancora la vita quotidiana di milioni di persone. Che sono costrette a vivere la loro condizione come fosse una colpa o uno sbaglio. Un ministro dovrebbe garantire che tutti i cittadini abbiano gli stessi diritti, doveri e opportunità, non negare l’esistenza di chi vive e pensa diversamente da lui.

D: A Brigitte, infermiera arrivata dal Congo senza nulla, lei ha dedicato l’ultimo libro Io sono con te (Einaudi) in cui racconta le difficoltà di chi arriva in Italia. Per il ministro dell’Interno Matteo Salvini la situazione dei migranti clandestini, invece, è «una pacchia».
R: Non commento le frasi dei politici perché non è il mio mestiere. Cerco semmai di riflettere sulle ragioni di chi le pronuncia, sugli scopi che lo muovono e sulle conseguenze che possono avere delle parole offensive o contundenti. Quello che devo fare io è testimoniare, se mi viene chiesto, e raccontare con verità quando scrivo. La storia di Brigitte è una vicenda reale, che racconta le contraddizioni del nostro sistema di accoglienza e non nasconde le difficoltà quotidiane di inserimento e recupero. So che chi ha letto il libro ha fatto un’esperienza non inutile, che in qualche caso ha perfino cambiato il suo modo di stare al mondo. Così come vivere con Brigitte e scrivere con lei ha cambiato il mio.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Correlati

Potresti esserti perso