27 Giugno Giu 2018 1251 27 giugno 2018

Giulia Beccari ha raccontato il lavoro della onlus Avvocato di strada

Da anni offre assistenza legale gratuita a chi non se la può permettere. Come L., giovane richiedente asilo fuggito dal Gambia perché omosessuale. Un caso che sembrava impossibile.

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Avvocato Di Strada Giulia Beccari

Quando racconta la storia di L., al telefono, ha la voce squillante. E, anche se è una vicenda complicata, con minuzia descrive tutti i particolari, non dimenticando nemmeno un passaggio. Giulia Beccari ha 30 anni ed è nata e cresciuta a Milano, in zona Porta Genova. È un avvocata civilista, specializzata in Diritto dell'immigrazione, lavoro e famiglia. Dal 2012 è entrata a far parte della onlus Avvocato di strada, l'associazione che, da anni, offre assistenza legale gratuita a chi non se la può permettere, principalmente ai senzatetto.
Giulia ha sempre saputo di voler diventare un legale e quando ha scelto questo percorso di studi l'ha fatto per aiutare le persone in difficoltà. Per lo sportello milanese dell'associazione ha seguito il caso di L., un giovane richiedente asilo, fuggito dal Gambia nel 2007 perché omosessuale. Un caso che sembrava impossibile.
«Ho sempre desiderato tutelare le persone più in difficoltà. Quando mi sono trovata di fronte a che cosa fare nella mia vita, ho capito che fare l'avvocato era lo strumento migliore per realizzare questo sogno. L'idea è, tuttora, quella di dare un contributo attivo per aiutare tutti gli individui», ha spiegato Beccari. Che a LetteraDonna ha raccontato come si è conclusa la vicenda giudiziaria di L., perseguitato per il suo orientamento.

DOMANDA: Avvocato Beccari, come è arrivato L. alla vostra associazione?
RISPOSTA: L. è un ragazzo di 36 anni che si è presentato allo sportello tramite la fondazione Progetto Arca, il centro milanese che accoglie i migranti in attesa della valutazione della commissione territoriale che, a sua volta, valuta se ci sono i presupposti per lo status di rifugiato o per la protezione internazionale.

D: E nel suo caso c'erano questi presupposti?
R: Lui è venuto da noi perché la commissione territoriale che l'aveva ascoltato, al termine dell'audizione, aveva rigettato la sua richiesta d'asilo.

D: Per quale motivo la sua domanda non venne accolta subito?
R: La sua è una storia molto complessa.

D: Può spiegarci come è andata?
R: Nel 2007 lavorava in un hotel, in una località turistica del suo Paese. In Gambia è molto diffuso il fenomeno del turismo sessuale, sia etero che omosessuale. L. aveva una situazione familiare piuttosto difficile e doveva portare a casa lo stipendio anche per i suoi fratelli, visto che il padre non c'era più. Per qualche periodo è capitato che, per mantenere sé stesso e la famiglia, si prostituisse con alcuni turisti. Fino a quando, un giorno, venne scoperto dalla sicurezza in compagnia di un turista inglese. Etichettato come un «omosessuale» fu subito denunciato alle autorità.

D: E a quel punto cosa successe?
R: L. lasciò il Gambia insieme al turista. Che, in cambio di favori sessuali, gli fece avere i documenti e il denaro necessario per spostarsi. Riuscì ad arrivare in Italia con un biglietto aereo, entrando con dei documenti falsi.

D: L'omosessualità in Gambia è un reato?
R: Lo era quando L. lasciò il Paese. E, anche se oggi è cambiato il presidente, il reato di fatto non è decaduto.

D: Cosa rischia un uomo come L. in Gambia?
R: Pene degradanti e carcere.

D: Cosa avete fatto per aiutarlo?
R: Abbiamo impugnato il provvedimento della commissione territoriale che non gli concedeva l'asilo perché riteneva che questa storia non fosse veritiera e che non ci fosse nessuna prova del fatto che lui fosse stato denunciato perché gay. Il Tribunale all'inizio non gli riconobbe nulla, perché dall'audizione non emergeva chiaramente il suo orientamento sessuale.

D: Quindi come avete agito?
R: Abbiamo fatto appello. Ma in quel momento mi resi conto della necessità di trovare delle prove, un modo per dimostrare che il nostro utente non stava mentendo. Ci siamo mossi così su due fronti.

D: Quali?
R: Abbiamo chiesto a una psicologa di fare una relazione su di lui, dopo i vari colloqui. Lei, incontrandolo, ha messo in luce, attraverso l'analisi del suo comportamento, la sua inclinazione, confermando la sua omosessualità. E l'altro è stato un mio sforzo, ripagato per fortuna, di cercare di trovare una dimostrazione concreta che lui fosse ricercato. Mi sono messa in contatto con l'avvocato gambiano che seguiva la famiglia (il fratellino era stato incarcerato dopo la fuga di L, ndr) e mi sono fatta mandare il documento della polizia nel quale si dava atto che lui era ricercato, con la sua foto, per «comportamenti omosessuali».

D: Quindi siete riusciti a impossessarvi di questo scritto?
R: Sì. E solo questo poteva dimostrare che era tutto vero, anche se erano fatti accaduti dieci anni prima, nel 2007 (la causa era nel 2017, ndr). A quel punto era necessario dimostrarne l’attualità.

D: Siete riusciti a fargli ottenere l'asilo?
R: Ci è stata riconosciuta la protezione umanitaria, una forma differente e residuale che ha solo il nostro Paese. Comunque sì, siamo riusciti ad avere questo provvedimento anche grazie al documento e alla relazione della psicologa.

D: E per 'attualizzare' il caso come avete fatto?
R: Diciamo che la carta contro di lui esisteva. E comunque, il cambio del Presidente non ha comportato l’eliminazione di questo reato. Ed è gravissimo che una persona rischi il carcere per il suo orientamento sessuale.

D: Lui ora si trova ancora in Italia?
R: Sì, e finalmente siamo riusciti a ottenere il permesso di soggiorno. Perché comunque, nonostante avesse una sentenza favorevole, poi c’è stato tutto il passaggio per ottenere il documento 'fisico' dalla Questura, un passaggio faticoso.

D: Quando gli verrà consegnato?
R: In teoria a luglio. Èstato un percorso lungo e difficile. E a fronte di tutto questo ostruzionismo, anche lui ha pensato di mollare tutto a un certo punto. L’ho convinto a non farlo perché, dal 2014, alla fine ce l’avevamo quasi fatta. Io ci credevo in questa cosa e pensavo che ce l’avremmo fatta. E così è stato.

D: Una storia comunque a lieto fine. Come l'ha ringraziata?
R: Mi ha portato una collanina africana e quando otterrà il documento fisico andremo a festeggiare (sorride, ndr). Dopo tanto tempo, con lui si è creato un rapporto bello.

D: Com'è venuta a conoscenza della onlus Avvocato di strada?
R: Mia madre mi aveva fatto leggere un articolo su un giornale locale, ma era una notizia che riguardava Bologna. Mi aveva incuriosito ed ero andata a cercare se ci fosse uno sportello anche a Milano, per capire quale tipo di contributo si potesse dare. Mi sono avvicinata a loro quando ero praticante semplice. Avere scoperto di poter fare volontariato mettendo in pratica le mie competenze è stato, per me, il raggiungimento della massima realizzazione. Un’associazione che ti consentiva di mettere in gioco le tue capacità per realizzare un aiuto concreto, mi aveva illuminato.

D: Lei è un avvocata molto giovane, che cosa le ha dato questa esperienza?
R: In generale è stato un processo di crescita ed è stata una 'palestra': una delle cose che mi ha fatto avvicinare era di avere una visione completa di situazioni che magari, in studio, non avrei visto né trattato.

D: Che cosa la colpì la prima volta allo sportello?
R: L'approccio degli avvocati come mediatori. Tutti accompagnavano le persone nella narrazione, non lasciandosi influenzare dalla situazione di emarginazione che vivono i senzatetto tutti i giorni. Mi creda, è molto importante.

D: Perché?
R: L’approccio più comprensivo non significa credere a tutto ciò che ti dicono solo perché sono persone con dei disagi. Gli utenti ti suscitano pena perché sono in situazioni di difficoltà ma non per questo vanno necessariamente assecondati. La situazione di vessazione a cui sono sottoposti nel quotidiano, i senzatetto tendono a trasportarla nel racconto della situazione per cui si rivolgono all’associazione, per questo è importante la mediazione.

D: E degli utenti cosa l'ha colpita di più?
R: Il fatto che fossero persone in grado di conservare i propri documenti come se fosse la cosa più importante del mondo. Per loro quelle carte sono fondamentali. Spesso arrivano con queste cartellette usurate che tengono protette dal resto perché consentono a loro di dargli un’identità. Sono le poche cose per riconoscere che ci sono e che hanno una storia.

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