Femminicidio

Femminicidio

23 Giugno Giu 2018 1000 23 giugno 2018

Il femminicidio di Silvia Caramazza: «Basta al rito abbreviato per gli assassini»

Prima i comportamenti morbosi, lo stalking, le truffe. Poi il delitto, quando lei aveva deciso di lasciarlo. Una storia che ci ha raccontato Claudia Rocchini, amica della vittima, a cinque anni dalla sua morte. Per lanciare un appello.

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Diritti riservati.

Questa è una storia di amore che non lo era. Di crudeltà e dolore.
Silvia Caramazza, affermata commercialista bolognese, era una donna con la D maiuscola. Indipendente, professionista nel suo lavoro, colta e profonda. Una profondità che emerge limpida dalle parole con cui riempiva le pagine del suo blog, dove delicatamente lasciava spazio a paure, riflessioni e ombre di una vita che nel 2013 non la faceva più sentire serena e padrona di sé.
Il destino beffardo un giorno, per via di una serie di lavori che aveva commissionato in casa del padre malato, le fece incontrare Giulio Caria, un muratore sardo di 34 anni che riuscì a catturare le sue attenzioni prima, e a entrare nella sua vita poi, perché Silvia in quel periodo era terribilmente fragile. Erano due mondi opposti: lui era un uomo terra-terra, poco istruito, ma pratico e rassicurante. Tra loro iniziò una relazione che si trasformò in una convivenza nella casa di lei, in viale Aldini a Bologna. Quella convivenza si rivelò un incubo, che per molto tempo lei non è riuscita a vedere: lui era possessivo, la spiava da dietro le porte per origliare le sue telefonate. Finché si spinse così tanto oltre il limite della morbosità patologica da installare di nascosto delle microspie in casa di Silvia. Non solo: le chiedeva migliaia di euro per fare lavori extra rispetto a quelli concordati nelle case di proprietà di lei che non gli erano mai stati chiesti.

«Dire a una persona 'ti controllo il telefono e le mail tramite un investigatore' è una pressione che a lungo andare logora e sfibra chiunque».

Dalle pagine del blog di Silvia, 3 giugno 2013

Aveva avuto qualche sospetto su Giulio, ma mai così forte da pensare che la stesse prendendo in giro e volesse i suoi soldi. C'era stato qualche segnale – come quando era convinta di essere in casa sola con un’amica, mentre invece lui era nascosto nella stanza adibita a guardaroba – ma mai così preoccupante. Era strano a volte. Lei, fragile e vulnerabile com’era - una separazione e la morte della madre affrontati da poco - non aveva capito quanto fosse pericoloso. Ma che nella loro relazione ci fosse qualcosa di profondamente sbagliato lo sapeva: «C’è una linea sottile tra il sospetto e la violenza psicologica», scriveva sul suo blog in un post intitolato Violenze e Violenze, datato il 3 giugno 2013, pochi giorni prima di essere uccisa: fu colpita brutalmente dalla furia di quell’uomo con sette fendenti prima che il suo corpo fosse messo dentro a un congelatore comprato appositamente da Caria. È stata lì dentro per quasi tre settimane, Silvia, mentre le sue amiche la cercavano e dicevano ai carabinieri di non credere alle parole del compagno che raccontava di averla portata con sé in vacanza. Fu trovata il 27 giugno 2013.
Nella ricostruzione degli inquirenti, Caria l'ha uccisa perché lei aveva deciso di lasciarlo, e la fine della loro storia avrebbe costretto il muratore a rinunciare alla vita agiata che conduceva grazie alla compagna (risultano prelievi ingenti dal conto di lei mentre era già morta, ma ufficialmente ancora scomparsa).

«Se dico che non ho voglia di rapporti e mi tocchi non una, ma più volte ripetutamente, penso rientri tra le molestie sessuali. Poi mi dici che vuoi essere chiamato amore…»

Dalle pagine del blog di Silvia, 3 giugno 2013

Sono passati cinque anni da quel giugno, e questa storia deve ancora essere raccontata. Per Silvia e per tutte le donne che non sono riuscite a salvarsi in tempo. Lo ha fatto Il Terzo Indizio, trasmissione di Rete4 condotta da Barbara De Rossi, dove una cara amica di Silvia, Claudia Rocchini, ha lanciato un appello contro il rito abbreviato per i reati terribili come l’omicidio. Perché Giulio Caria, condannato a 30 anni, ha potuto usufruirne.
Raccontiamo questa storia anche noi, chiedendo a Claudia - l’ultima ad averla vista in vita, e la persona con cui Silvia aveva condiviso la decisione di chiudere quella relazione - di raccontarci chi era. E di parlarci di quei segnali che tante donne sottovalutano.

DOMANDA: Claudia, come mai avete scelto di raccontare la storia di Silvia in tv?
RISPOSTA:
Intanto desidero ringraziare di cuore Barbara De Rossi e tutto lo staff del Terzo Indizio, per la delicatezza dimostrata nel ricostruire la storia di Silvia e per la disponibilità ad ospitare il mio appello per l'abolizione del rito abbreviato per i reati più odiosi. In cinque anni ho ricevuto diversi inviti a trasmissioni tv per raccontare la storia di Silvia. Ma ho accettato solo questo.

D: Come mai hai rifiutato in altri casi?
R: Perché alcuni format sono incentrati sulla spettacolarizzazione del dolore, altri invece non prevedevano interventi in studio per ospitare il mio appello.
Il Terzo Indizio è stato l'unico che ha accettato. Ma non solo: il format non si presta a processi mediatici, perché prevede la ricostruzione di casi di cronaca nera ormai chiusi, basata sugli atti processuali. E così si è riusciti a restituire un'immagine di Silvia più vicina alla realtà rispetto a come era stata descritta sulla stampa nei giorni immediatamente successivi al suo ritrovamento.

D: In che senso?
R:
Ci si stava focalizzando sugli aspetti più morbosi: «ingrassata di 50 chili, depressa, dipendente da psicofarmaci». Pur nello strazio di quei giorni, pur immersa nel tritacarne penale ho cercato di fare qualcosa per tutelarne l'immagine e la memoria. Così ho aiutato i colleghi di Bologna de La Repubblica, Corriere e Resto del Carlino (Claudia è una giornalista, ndr) nelle loro ricostruzioni, rendendomi disponibile a raccontare chi era davvero Silvia e inviando alle testate alcune sue fotografie, nella speranza che la tragedia venisse giornalisticamente gestita con un minimo di delicatezza nei confronti di Silvia.

D: Circolavano titoli indecenti sui giornali di quel periodo, come «Il delitto del freezer».
R:
L'episodio più doloroso per noi fu quando all'epoca Il Resto del Carlino pubblicò a tutta pagina il congelatore aperto con il titolo «La Tomba». Feci una telefonata di fuoco alla redazione, purtroppo servita a nulla visto che ancora oggi, quando si parla di Silvia, utilizzano la dicitura "Il delitto del freezer".

D: Al di là del racconto dei media, che persona era Silvia?
R: Quando l'ho conosciuta, nel 2004, era all'apice del suo splendore. Era una commercialista più che affermata. Ci leggevamo sui nostri blog a vicenda già da un anno o due, poi ci siamo conosciute di persona perché lei mi invitò per un caffè a Bologna. E diventò la mia commercialista, oltre che amica.

D: In quel periodo stava bene?
R:
Sì, era una persona assolutamente solare, piena di voglia di vivere. Era anche una donna elegante e colta. Ma non ha mai fatto distinzione tra le sue conoscenze in merito all'estrazione sociale, anzi... La storia tra lei e Giulio Caria lo dimostra.

D: Lei una donna di spessore, lui un uomo con scarsa istruzione. Erano due mondi molto diversi.
R:
La storia con Caria mi ha spiazzato, e non solo me, perché lei non transigeva sull'ignoranza. Non era una questione classista. Ma pensava: «Se tu conosci solo 100 parole difficilmente potrai elaborare dei pensieri articolati o maturare una certa sensibilità necessaria per un rapporto profondo».

D: Nonostante questo con lui è andata oltre la barriera 'culturale'. Ti sei spiegata come mai?
R: Era un periodo davvero molto complicato. Nell'arco di un paio d'anni ha vissuto separazione, divorzio, morte della madre, nuovo lavoro e malattia del padre. È stato troppo per lei, tutto molto ravvicinato. In quel momento ha conosciuto Caria.

D: Un momento in cui non poteva essere più vulnerabile.
R: Lei me lo ha definito «la persona sbagliata al momento giusto». Oggi ti posso dire che non mi sono mai spiegata come una persona come lei potesse impelagarsi con uno così. E alla fine l'unica risposta è che aveva un tono vitale talmente basso, che era convinta di poterlo gestire senza troppa fatica. È andata incontro al suo destino sottovalutando la pericolosità di questa persona.

D: Ti ricordi la prima volta che ti parlò Caria?
R: Sì, inizialmente me lo presentò addirittura come imprenditore. Io la prendevo in giro chiedendole chi fosse la sua «nuova vittima», perché davvero, di Silvia si sono innamorati in tanti.

D: Pochi giorni prima di morire Silvia è venuta qualche giorno da te a Pavia per staccare da lui. Da quanto non la vedevi?
R: Un annetto. Mi ero isolata per assistere mia madre che era malata. E quando l'ho rivista mi sono trovata davanti una Silvia completamente diversa: occhi spenti, molto ingrassata, movimenti lenti...

D: Lì hai capito che qualcosa non andava?
R: Sì. Solo che non ho avuto tempo e modo di elaborare perché sono iniziate le telefonate assillanti di lui, i messaggi, poi altre telefonate. Non la lasciava stare un secondo. E lei che si assentava di continuo per rispondere... sono stati quattro giorni da incubo.

D: Prima di vederla non eri a conoscenza della situazione?
R:
No, avevo avuto solo degli scambi su Messenger in cui mi aveva raccontato l'episodio del guardaroba (lui sbucò a sorpesa mentre lei era convinta di essere a casa da sola con un'amica) e quello del «mi ha chiusa dentro in camera» mentre i muratori facevano dei lavori, ma poi mi disse che aveva trovato la chiave sul tavolino che non aveva visto. Insomma, segnali strani, certo, ma non così preoccupanti.

D: Lei non ti raccontava come si sentiva nel profondo?
R: No. Ho capito che c'era qualcosa che non andava quando mi disse: «Ho bisogno di allontanarmi da Bologna. Se non puoi ospitarmi vado in albergo». Lei non si sarebbe mai espressa in modo così categorico.

D: E tu?
R: Le dicevo che avevo bisogno di capire cosa stesse succedendo. Lei mi disse: «Non hai idea, ho trovato delle microspie in casa e in questi mesi sono anche andata a fare denuncia». «Ma chi te le ha messe?», chiedevo. E lei rispondeva che secondo Giulio erano stati i suoi parenti. Per me erano cose assurde, perché non avevo consapevolezza reale di cosa stesse accadendo. Lei mi raccontava per la prima volta fatti che per me erano da film giallo.

D: All'ennesima sua telefonata tu gli hai risposto. Non gli avevi mai parlato prima, né l'hai mai conosciuto di persona.
R:
Silvia mi disse: «Claudia parlaci un attimo tu che lo tranquillizzi». E devo essere sincera, mi era sembrata la persona più normale di questo mondo. Molto preoccupato per lei, ma gli dissi di stare sereno e di lasciarla respirare.

D: E lui?
R:
Mezz'ora dopo ha ricominciato.

D: Lei lo giustificava?
R:
Mi diceva: «È la prima volta in quasi due anni che io non sto con lui, per questo è preoccupato».

D: Credi che Silvia fosse innamorata?
R:
Quando glielo chiesi mi disse di no, e che non credeva di esserlo mai stata.

D: Tu avevi iniziato a capire che tipo di persona fosse lui?
R:
Quando le chiesi di spiegarmi meglio mi disse che stava facendo i lavori in due delle sue case, quella di suo padre e nella villa al mare. Che le aveva chiesto un sacco di soldi. Per esempio 30 mila euro per un parquet che non era nemmeno da rifare. Era smarrita e confusa, io ho cercato di aiutarla a riordinare i pensieri.

D: Poi c'è stato l'episodio della telefonata con il foglietto.
R:
Sì. Lui per farla tornare a casa le disse di aver trovato un biglietto sotto la porta con il numero di un investigatore. Questo fantomatico investigatore sosteneva di avere le prove che fossero stati i suoi cugini ad aver messo le microspie in casa. Silvia si fece leggere il biglietto lettera per lettera e capì che era opera sua per gli errori grammaticali. Quello è stato il giro di boa. Lei lo aggredì verbalmente e spense il telefono.

D: E poi?
R: C'è stata la nottata in cui lui ha finto la fuga di gas nel mio palazzo a Pavia. Ma anche in quell'occasione né io né lei avevamo idea che potesse essere stato lui. Anche perché, ribadisco, non viviamo in un film giallo. Comunque lì finalmente lei decise di volerlo lasciare.

D: E decise di tornare a Bologna.
R:
Io le dissi di non tornare a casa nell'immediato. Ma lei la mattina del venerdì mi disse che voleva lasciarlo, e poi sarebbe tornata a Pavia per stare un po' qua. Non voleva rischiare che lui si presentasse da me. L'ho accompagnata in stazione e l'ultima immagine che ho di lei è mentre di spalle trascina il trolley.

D: Hai mai provato sensi di colpa nonostante tu abbia fatto del tuo meglio?
R:
Tantissimi. Da una parte per non aver fatto di più per tenerla qui in sicurezza, dall'altra perché le mie parole forse le hanno dato la forza per lasciarlo. Sono stata molto male, poi con il tempo ho fatto pace con questi tormenti. Non avrei potuto legarla alla sedia.

D: Caria non ha mai confessato il delitto. Tu hai detto che speri ancora che parli.
R:
Sì, me lo auguro. Spero che prima o poi gli venga un rigurgito di coscienza, ma dubito: ha parlato una sola volta, quando è stato arrestato in Sardegna. Esiste anche la giustizia riparativa: un approccio consistente nel considerare il reato principalmente in termini di danno alle persone, orientata cioè al riconoscimento dei bisogni delle vittime, non tanto riguardo alla sfera economica, ma alla dimensione emozionale dell'offesa.
In molti casi si sono rivelati d'aiuto incontri tra vittime e carnefici perché ricordiamoci che vittime di queste tragedie sono anche familiari e amici, lasciati soli a gestire emotivamente questi gravi lutti.

D: Cosa gli chiederesti se mai dovessi incontrarlo?
R: Vorrei sapere cos'è successo per scatenare una furia così bestiale. Magari un giorno mi sentirò io pronta per chiedergli una visita in carcere.

D: Caria è stato condannato a 30 anni. E non gli è stata riconosciuta l'aggravante della crudeltà.
R: È andata cosi: è stato condannato a 30 anni in primo grado e in Appello e in entrambi i casi gli hanno riconosciuto la crudeltà. In Cassazione gliel'hanno tolta pur senza modificare la pena e, al momento, nonostante la sentenza sia datata febbraio 2017, non è ancora stata depositata, e nemmeno le motivazioni. Dunque, ancora oggi non conosciamo i motivi di questa decisione.

"NO al rito abbreviato per alcuni reati" Barbara De Rossi e la squadra de #IlTerzoIndizio si uniscono all'appello di Claudia

Geplaatst door Il Terzo Indizio op dinsdag 5 juni 2018

D: L'assassino di Silvia ha scelto il rito abbreviato. Tu e Barbara de Rossi al Terzo Indizio avete fatto un appello perché venga eliminato per i reati più gravi.
R:
Il rito abbreviato è un obbrobrio. Io come cittadino delego lo Stato perché mi faccia giustizia e lo Stato si permette di concedere sconti di pena a priori perché non riesce a garantire processi in tempi rapidi? È assurdo, in questo modo abdica alla sua funzione. Il rito abbreviato deve essere eliminato almeno per chi si macchia dei reati più odiosi. Ma oltre oltre a questa oscenità, c'è di più.

D: Cioè?
R:
Parlo di un'aggravante che a Caria non hanno potuto applicare: quella che si commina quando uccidi marito, moglie o consanguineo di primo grado. Lui e Silvia non erano sposati. Come se la vita di una persona non sposata valesse meno di quella di una moglie. C'è anche questa porcata: se uccidi il convivente la pena è più bassa. Senza questa avrebbe preso l'ergastolo.

Si tratta dell'articolo 577 del codice penale (circostanze aggravanti), ultimo comma: ma (per fortuna) grazie a una modifica del 16 febbraio 2018 attualmente “all'omicidio del coniuge sono parificati quello dell'altra parte dell'unione civile, nonché quello contro la persona legata al colpevole da relazione affettiva e con esso stabilmente convivente”.

D: A Caria hanno dato 30 anni perché sono riusciti a dimostrare lo stalking, giusto?
R:
Sì, grazie all'episodio della finta fuga di gas. Altrimenti non avrebbe preso nemmeno quelli. In base alle ultime modifiche della legge del 2014 se allo stalking segue l'omicidio, è considerato un'aggravante.

D: Ci hai detto che ti sei messa in contatto con la senatrice del Pd Caterina Bini.
R: Sì, dopo l'intervista che ho letto su LetteraDonna l'ho contattata e lei gentilmente mi ha risposto annunciando che a settembre è probabile che ci sarà un convegno in Senato sulla proposta di legge ha presentato. E mi auguro che il rito abbreviato sia eliminato anche per la violenza sessuale e la pedofilia, non solo per i reati che prevedono l'ergastolo.

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