21 Giugno Giu 2018 1906 21 giugno 2018

Lara Gilmore: «Mio marito Massimo Bottura, lo chef migliore del mondo»

Lei, newyorchese, gli insegnò l'amore per l'arte contemporanea. Lui, modenese, le ha fatto amare i tortellini. E se Osteria Francescana è stata premiata da World 50 Best Restaurants, il merito è anche suo.

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Lara Gilmore Massimo Bottura Osteria Francescana

Mercoledì scorso Lara Gilmore è salita sul palco di Bilbao insieme al marito Massimo Bottura per ritirare il premio di World 50 Best Restaurants a Osteria Francescana come miglior ristorante del mondo, premio che lo chef modenese aveva già vinto due anni fa bissando la vittoria.
«La Lara», come la chiama Bottura, questa volta non poteva mancare a fianco del marito: «Mi sono detta che questa volta bisognava esserci». E così finalmente questa newyorchese di 50 anni portati con allegra eleganza, una donna insieme semplice e sofisticata che da 20 è la responsabile del marketing di Osteria Francescana e molto altro ancora, è stata immortalata tra le stelle del gastronomia mondiale. A chi le chiede chi è davvero Lara Gilmore oltre a essere la first lady di Massimo Bottura, risponde semplicemente che lei è quella che sta in ufficio tutto il tempo, è lei a scrivere i testi per Massimo, è lei, con il suo pragmatismo tutto americano, a essersi inventata la comunicazione del ristorante, basata su identità e territorio. E da qualche anno è lei a girare il mondo per parlare di gastronomia sociale e food activism. Soltanto quest’anno Lara è stata in Svezia, in Grecia, a Philadelphia, a Miami e a New York a parlare davanti a migliaia di persone. Da qualche tempo Gilmore è anche la presidentessa di FoodfourSoul, la Onlus che si occupa dei Refettori, le mense solidali che lavorano sullo spreco alimentare.

PAROLA D'ORDINE: SPERIMENTARE

E non è finita qui: Lara sta portando avanti altri due progetti nuovi e sperimentali: uno è Il Tortellante (in collaborazione con Aut Aut) e l’altro è Maria Luisa, una country-house appena fuori città con 12 camere all’insegna di una ospitalità casalinga e non di lusso («per i nostri clienti che vengono da fuori»). In sostanza Lara Gilmore è salita su quel palco, con un abito Gucci tempestato di fiori e erbe di campo («sono ingredienti semplici, poveri, proprio come quelli che piacciono a noi») non in veste di moglie di, ma a fianco del marito, alla sua stessa altezza, senza timore di mostrare al mondo una gioia che è al 50% sua. Si è detto tanto dell’estrema fortuna del modenese provinciale pieno di talento e coraggio che ha incontrato l’americana colta, volitiva e esperta di arte, ma è vero anche il contrario: che fortuna sfacciata ha avuto Lara Gilmore a incontrare quel genio assoluto di Massimo Bottura e aver avuto la possibilità di sostenerlo nei momenti difficili, e di averlo in un certo senso 'creato'.

P.S. Se la storia di Massimo e Lara vi sembra una favola, sappiate che è all’inizio non è stata tanto diversa da quella di tutte noi: i due si sono conosciuti e innamorati in un caffè di New York dove entrambi lavoravano allo stesso turno. Poco dopo lei è volata in Italia da lui. Dopo soli dieci giorni lui ha avuto un'offerta di lavoro irrinunciabile a Parigi e non ci ha pensato due volte ad andarsene, dicendole la frase che nessuna donna vorrebbe mai sentire: «Eh non lo so, ci sono tante donne là fuori che non ho ancora incontrato». Lei se ne è andata. Non è passato molto tempo e il futuro chef più bravo del mondo ci ha ripensato, ha lasciato Parigi e tentato il tutto per tutto andando a New York. Il resto è storia.

DOMANDA: Lara, è felice di questa ennesima conquista?
RISPOSTA:
Oh sì, tantissimo! Hai visto che in tutte le foto di Bilbao ci sono anch’io? Di solito si fanno sempre foto con tutti uomini, ma questa volta volevo esserci. Volevo essere una voce 'silenziosa' in questo mondo della gastronomia che sta cambiando così tanto. Non è un business plan, non è marketing: è la mia faccia.

D: Chi è Lara Gilmore?
R:
È una mamma di due ragazzi ormai grandi, una che ha studiato storia dell’arte, una che ha sposato uno chef e in qualche modo che ha sposato anche un ristorante. La nostra famiglia è sempre stata il ristorante, i nostri figli sono cresciuti lì dentro, e in questo modo il suo lavoro non mi ha allontanato da lui, ma al contrario ci univa. Forse è proprio questo che ha fatto la differenza anche nella comunicazione, la nostra famiglia faceva parte del business model.

D: In che senso?
R:
C’è un libro Rebel talent. Why It Pays to Break the Rules at Work and in Life (Dey Street Books) in cui si raccontano diversi modelli di business e la nostra storia è descritta bene. Più che business si è trattato di scintille. Osteria Francescana è stata negli anni come una barca di pirati, abbiamo avuto in cucina persone di tutti i tipi, è stato sempre un team di talenti particolari, imperfetti.

D: Sembra che il suo grande merito sia stato quello di far cambiare a suo marito la prospettiva sulle cose, a partire dall’arte contemporanea che lui non frequentava prima di conoscere lei.
R:
Quando sono venuta a vivere in Italia non volevo lasciare la mia passione che era l’arte contemporanea. Era quello per cui avevo studiato, lavoravo in una galleria (oltre che in un caffè italiano per arrotondare). A New York portavo Massimo a vedere le mostre e all’inizio lui non capiva. Poi negli anni l’arte è diventata importantissima per lui, oggi è un grande collezionista. L’arte è stata fondamentale per lui perché mentre gli chef sono dei creativi, ma devono seguire delle regole e devono portare in tavola qualcosa di buono e sano, gli artisti hanno più libertà, rompono le regole, rivoluzionano davvero. Lo chef è un artigiano. L’arte, non solo ha influenzato il suo modo di vedere le ricette, ma gli ha dato libertà, gli ha fatto capire che si potevano rompere degli schemi.

Credits: Paolo Terzi.

D: E all’inizio non è stato per niente facile rompere quegli schemi…
R:
Una delle prime recensioni di Osteria Francescana uscita su Gambero Rosso era una stroncatura molto severa. Diceva che Massimo voleva risultare originale a tutti i costi e che il suo cibo non aveva anima. «Dov’è la cucina italiana?», si chiedeva il giornalista. Massimo voleva mollare, era convinto che a nessuno interessasse la sua cucina diversa. Aveva venduto tutto per comprarsi Osteria Francescana e ora le cose andavano male. Era la fine degli Anni '90. Lo convinsi a non mollare, e ho avuto ragione.

D: Nel suo post su Instagram post-vittoria ha definito Massimo «chef, marito, padre e food activist». Ma la food activist è soprattutto lei o no?
R:
Sì, oggi sono orgogliosa di dire che sono anch’io una food activist a tutti gli effetti. Ho parlato davanti a migliaia di persone e fatto workshop in giro per il mondo. Ma tutto è cominciato da un’idea di Massimo, una domenica mattina. Avevamo ricevuto l’invito di Expo, ma eravamo perplessi, non del progetto in sé, ma di cosa potevamo fare noi. È lì che Massimo ha avuto l’idea del Refettorio: voleva fare qualcosa fuori dalla fiera che utilizzasse gli sprechi prodotti dalla manifestazione. Ora i Refettori sono diventati tanti. FoodfourSoul è un Onlus con un ufficio separato da Osteria con quattro ragazze giovanissime che ci lavorano a tempo pieno.

D: E il progetto Il Tortellante?
R:
È una sfida bellissima, un esperimento che potrebbe avere un futuro interessante. In collaborazione con Aut Aut e da un’idea da un’idea di Silvia Panini, anche lei madre di un ragazzino con autismo, abbiamo aperto prima un dopo-scuola: qui una ventina di ragazzi con autismo tra cui nostro figlio Charlie fanno i tortelllini. Non solo si divertono, ma si sentono utili e sono bravi. Hanno trovato una loro piccola identità a fare questo lavoro che oggi sanno fare solo le rezdore e hanno un ruolo nella società e nelle loro famiglia. A ottobre 2018 ci trasferiamo all’interno dell’ex Mercato Bestiame di Modena dove avremo uno spazio più grande per il laboratorio e anche per la vendita al dettaglio. Venderemo ovviamente anche online. Speriamo di farcela!

D: Insomma Lara, alla fine le piacciono i tortellini?
R:
No li ho capiti subito. All’inizio tra l’altro ero vegetariana. Ma è durata pochissimo a Modena. Oggi ne capisco il senso, l’accostamento dolce-salato, la forma. Ora ho proprio un debole per i tortellini. Del resto a Massimo non piaceva l’arte contemporanea…

D: Nella coppia lei che ruolo ha avuto?
R:
Io e Massimo siamo due segni d’aria, lui Bilancia io Aquario, simili, ma vediamo le cose in modo molto diverso. Io sono quella pragmatica. Massimo è il massimo, sua madre gli ha dato il nome perfetto. Lui non ha filtri, dice quello che pensa e fa quello che dice. Lui corre, io gli corro dietro. Il mio lavoro è sempre stato correre dietro a lui. Ma lui ha bisogno di una come me! L’immagine è quella di uno che cammina veloce perdendo fogli e pezzi, e dietro una che glieli raccoglie. Quella sono io.

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