20 Giugno Giu 2018 1322 20 giugno 2018

Giulia Pasqual: «Non vogliamo più scegliere tra ricerca e famiglia»

Scienziata under 35 premiata da L'Oreal, ha qualcosa dire sui pregiudizi di genere: «Se un uomo riesce a conciliare lavoro e figli è un fenomeno, se lo fa una donna è normale. Diciamo basta».

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Giulia Pasqual Ricercatrice Unesco Loreal Scienza

Una grande sfida aspetta Giulia Pasqual, 34 anni, ricercatrice: tornare nel suo paese, l’Italia, per continuare a fare «ricerca di qualità», che poi è il suo mestiere ormai da dieci anni. Lo ha svolto tra Svizzera e Stati Uniti dopo essersi laureata all’Università di Padova in Biotecnologie con specializzazione in teorie e tecniche biomediche. A Losanna, nel 2008, ha svolto il dottorato, poi ha lavorato in due università americane, a Boston e a New York. Ha deciso di tornare a casa Giulia, complice il riconoscimento «Per le donne e la scienza» che Unesco e L’Oreal hanno assegnato ai progetti realizzati da sei ricercatrici Under 35 per il loro contributo alla ricerca scientifica. Quello di Giulia, nata a Jesolo ma cresciuta a Padova, è una tecnologia che, in buona sostanza, consente un forte miglioramento nel monitoraggio e la misura delle interazioni tra le cellule.

LEAVING NEW YORK NEVER EASY

La sfida è dura da vincere, Giulia lo sa fin troppo bene: «È evidente che le strutture, le risorse e il welfare che troverò in Italia siano molto indietro rispetto a Svizzera e a Stati Uniti, so già che dovrò impegnarmi più di quanto abbia fatto finora per sviluppare le mie ricerche in ambito biomedico, ecco perché per me si tratta della sfida più grande», spiega a LetteraDonna la ricercatrice, sposata con due figli. C’è però un’altra sfida che Giulia stessa ha voluto lanciare proprio il giorno dell’assegnazione del premio, una borsa di studio di 20 mila euro. Una sfida, o forse un appello, rivolto direttamente alle istituzioni del nostro Paese: «Per le donne, soprattutto nel mio settore, è difficile conciliare la carriera con la famiglia. Credo sia giunta l’ora di dire basta: una strada non può e non deve escludere l’altra. Tutto questo invece in Italia accade ancora». In Italia, dove è ancora forte il cosiddetto Gender Bias, che in italiano si traduce: Pregiudizio di genere o più semplicemente, sessismo.

DOMANDA: La tua è una convinzione basata sulle esperienze personali che ha avuto modo di trascorrere all’estero.
RISPOSTA:
La ricerca scientifica necessita di molte risorse: in particolare fondi cospicui e infrastrutture avanzate sono indispensabili per i nostri esperimenti, e questo vale anche per la biologia, il mio ambito. Se il ricercatore trova un ambiente del genere può produrre dati scientifici di qualità. Questo, purtroppo, in Italia non sempre accade, spesso è complicato accedere a finanziamenti ingenti o alle alte tecnologie. E questo è un problema, perché in altri termini, è difficile arrivare primi guidando una bicicletta, se i tuoi avversari corrono su una Ferrari.

D: Se il tuo lavoro è la ricerca insomma, l’Italia non è uno dei Paesi migliori dove svolgerla.
R:
I fondi a disposizione non sono comparabili a molti altri Paesi, non parlo solo di Svizzera e Usa che effettivamente investono molto nella ricerca. Certo, questo però non significa che in Italia non vi siano ottimi scienziati, capaci e ben formati. Ci sono molteplici realtà d’eccellenza riconosciute a livello internazionale, a prova che anche in Italia è possibile svolgere ricerca competitiva.

D: È per questo che sei andata in Svizzera e poi negli States?
R:
Ho svolto il mio dottorato di ricerca a Losanna. Poi ho presentato domanda per accedere a due università americane, a Boston nel Massachusetts e poi a New York presso la Rockfeller University. La mobilità è molto comune per chi fa il nostro mestiere, specie per i ricercatori durante la fase di formazione, proprio perché all’estero c’è possibilità di accedere a risorse maggiori rispetto all’Italia.

D: E per risorse non ti riferisci soltanto all’accesso a fondi e finanziamenti…
R:
Posso farvi diversi esempi. Negli Usa esistono asili nidi accessibili direttamente nei campus. Ci sono tariffe e orari decisamente agevoli, trattamenti rivolti soprattutto alle donne. La ricerca non si può sviluppare negli orari d’ufficio. Anche in Italia ci sono convenzioni, anche in più di un’università, ma siamo comunque tanto, troppo indietro rispetto a molti altri Paesi. Ho tante amiche che abitano in Italia, e ogni volta che parlo con loro è sempre lo stesso ritornello.

D: Quale?
R:
«Se fai un figlio prima di raggiungere la posizione fissa, è molto difficile ottenerla in seguito».

D: Con quali misure si supporta la carriera delle donne in altri Paesi?
R:
Rispondo con un altro esempio: tra i criteri per l’accesso ai fondi europei, solitamente, viene considerato il periodo che passa una volta concluso il dottorato: per chi comincia una carriera di ricercatore indipendente, per esempio, il limite è entro i sette anni. Le donne che hanno avuto figli hanno la possibilità di estendere questo limite di accesso ai fondi di 18 mesi. In buona sostanza, tutte le ricercatrici che diventano mamme possono «sforare» di un anno e mezzo i limiti imposti dal Vecchio Continente per accedere ai fondi europei. Vorrei che questa pratica fosse presa come modello anche dal governo italiano, per i fondi messi a disposizione dal MIUR per esempio.

D: Asili nidi al Campus, tariffe speciali, agevolazioni per l’accesso ai fondi… Domanda: perché allora hai deciso di tornare?
R:
La curiosità è che io e mio marito, anche lui ricercatore, abbiamo chiamato nostra figlia Sophia, con il ph, quasi certi che non avremmo avuto la possibilità di tornare in Italia. Ci siam detti: diamole un nome internazionale. E invece…

D: E invece?
R:
Invece abbiamo preso questa decisione. Approfittando della borsa di studio che mi permetterà di sviluppare metodi innovativi per la ricerca immunitaria ho avuto un’occasione per tornare dalla mia famiglia e l’ho presa. La borsa è di 20 mila euro, che in dieci mesi possono essere un buon inizio. Anche se sono rimasta un po’ stupita da come questa notizia sia stata recepita in Italia.

D: In che senso?
R:
La curiosità è che siamo state intervistate da una testata nazionale. Tutto bene, solo che poi abbiamo scoperto che il servizio era stato collocato nel settore: Moda del sito… Ovviamente sia io che le mie colleghe non ci stancheremo mai di dire grazie a L’Oreal, che insieme a Unesco sostiene da 16 anni il premio: Per le donne e la scienza. Però che diamine, già il nome del riconoscimento non lascia dubbi: si tratta di sei profili scientifici, sei ricercatrici su oltre quattrocento candidature premiate per i loro studi e il loro contributo alla scienza. Che senso ha trovare questa notizia cliccando su: moda? Sarebbe come se lei vincesse il premio Pulitzer ma venisse catalogato nel settore: Abbigliamento Uomo.

D: Una svista del giornale o cosa, secondo te?
R:
Un problema culturale. Prima le ho accennato al cosiddetto Gender Bias. La nostra società è abituata a mettere l’uomo al centro del sistema. Esiste una forte discriminazione nei confronti delle donne, specie nel mondo del lavoro, talmente radicata che le persone ormai non se ne rendono conto, diciamo che si limitano ad accettare, ad esempio, che una donna in politica debba essere giudicata anche e soprattutto in base al suo aspetto esteriore.

D: Ne sei sicura?
R:
Di certo esiste una maggiore aspettativa nei nostri confronti quanto all’essere «conformi a determinati canoni estetici», la stessa cosa succede nelle Università italiane. «Certo che potrebbe vestirsi meglio», è una frase che può capitare di ascoltare nei corridoi dei nostri centri di ricerca, come immagino possa capitare anche in altri ambienti di lavoro. Però mica siamo a una sfilata: siamo qui per realizzare ricerche, esperimenti. Questa cosa con gli uomini non avviene e credo occorrano campagne di sensibilizzazione, anche sugli equilibri e le responsabilità familiari. Perché se un uomo riesce a conciliare lavoro e famiglia è un fenomeno, se invece lo fa una donna appare quasi del tutto normale. Sarebbe tanto bello quanto interessante se l’Italia adottasse lo stesso sistema del Nord Europa…

D: Quello del congedo di maternità?
R:
Nei paesi del Nord Europa il congedo di maternità non esiste. C’è quello parentale, che è ben diverso perché equamente diviso tra padre e madre. So che in Italia è previsto un piccolo congedo paternità ma non c’è paragone. Il sistema andrebbe cambiato radicalmente, e per una rivoluzione occorre tempo, o in alternativa, una scossa.

D: Ti renderai conto che più vai avanti e più appare quanto meno strana la sua decisione di tornare in Italia. Per di più è stata proprio l’Italia a premiarla.
R:
Torno in Italia non per conformarmi allo status quo ma perché credo che cambiare il filtro con il quale vengono percepite le donne e il loro lavoro sia possibile. Posso rivelare un altro piccolo aneddoto?

D: Prego.
R:
Il mio progetto è stato chiamato Lipstic, che sta per rossetto. Non è stata un’idea mia, anche se il paragone calza molto bene. La tecnologia a cui sto lavorando ci permette di monitorare e misurare le interazioni tra le cellule che, viste al microscopio, interagiscono molto tra loro, al punto che, in laboratorio, per ridere, spesso diciamo che «si baciano». La nostra riflessione è stata che occorrerebbe qualcosa per marcare tutte queste interazioni, qualcosa come un rossetto che evidenzi i cosiddetti «baci». Personalmente ho fatto di tutto per non chiamarla Lipstic, ma così è stato deciso.

D: Come a dire: «Siccome lei è donna, il suo progetto deve avere un nome conforme a un oggetto che richiama inevitabilmente l’universo femminile…
R:
Ovviamente qui stiamo scherzando. Il nome non ha in alcun modo frenato o limitato l’approvazione del progetto, tant’è che è stato anche premiato. Quello che però ci tengo a fare è un invito alla politica e più in generale alle istituzioni affinché rivolgano una maggiore attenzione alle esigenze femminili nel mondo del lavoro, in particolare nella carriera scientifica. Ho avuto la fortuna di fare molte esperienze all’estero e mi sono imbattuta in un sistema che può essere applicato anche in Italia, per colmare quello che di fatto è un trattamento tutt’altro che paritario tra uomo e donna.

D: Molestie sul lavoro?
R:
Mai accadute, per fortuna. C’è molta attenzione negli Usa su questo tema, specie negli ambienti scientifici. Quando si comincia la propria avventura al Mit (Massachussetts Institute of Technology), per fare un esempio, c’è un codice etico da seguire e imparare ed è parte integrante del training iniziale. Un codice che non prevede alcuna discriminazione, di nessun tipo, non solo sessuale.

D: Quando è previsto il trasferimento in Italia?
R:
A settembre. Ora sono in vacanza dalla mia famiglia, a Jesolo. Tornerò negli States a luglio per completare trasloco e pratiche burocratiche.

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