15 Giugno Giu 2018 1149 15 giugno 2018

Marco Pirozzi racconta Il cibo ideale, il libro sulla tesi di sua figlia Francesca

È scomparsa prima di poter terminare la tesi di laurea su alimentazione e chemioterapia. Ci ha pensato il padre, che oggi vuole farla leggere a tutti. Con un sogno: aiutare gli altri, come avrebbe voluto lei.

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Marco Pirozzi Libro Cibo Ideale

Marco Pirozzi, ormai, lo conoscono in tanti. È diventato, per tutti, il «papà che ha pubblicato la tesi della figlia morta».
Una definizione talmente cruda che si fa fatica a non chiedersi come mai proprio questa in mezzo a tante che se ne sarebbero potute dare. Tutto vero, intendiamoci, ma forse se usassimo un po’ più di delicatezza per sfiorare vite e dolori non nostri forse le cose non andrebbero poi tanto male. Sulla spietatezza delle parole, per fortuna, Francesca vince.
È l’espressione serena la prima cosa che colpisce di lei in una delle ultime foto scattate in ospedale, la stessa che la presenta sulla terza di copertina de Il cibo ideale. Per lei quelli in corsia erano stati giorni laboriosi. La malattia, un linfoma non Hodgkin, la raccontava come «un piccolo intralcio», svela la professoressa Stefania Benvenuti, una delle tante voci che accompagnano la tesi. Il cibo ideale è una riflessione fitta sul cibo e sui cambiamenti alimentari con cui un malato curato con chemioterapia si trova a dover fare i conti tutti i giorni, dall’appetito che se ne va, al gusto alterato. E poi ci sono i suggerimenti, tanti, come quello di usare posate di plastica o sgranocchiare qualcosa di salato in caso di nausea.

AIUTARE GLI ALTRI, PER FRANCESCA UNA VOCAZIONE

«Faccio la tesi su cosa mangiare così quando è finito tutto posso raccontare cosa succede e cosa è meglio fare, una cosa utile», diceva Francesca, che se ne è andata il 7 agosto 2016. Utile è la parola che ricorre più spesso, perché per lei fare, e fare soprattutto per gli altri, era un bisogno, come una vocazione. Al padre Marco il compito di finire quello che la figlia aveva iniziato. Ha cercato degli chef famosi che potessero raccontargli il cibo, quello migliore. «Sono andato con una specie di lista della spesa», spiega a LetteraDonna, «Ma loro sapevano già tutto, oggi gli chef sono molto preparati in materia». Parlano di alimentazione Mauro Uliassi e Nadia Santini, Massimiliano Alajmo e Pietro Leemann, Paolo Simioni e Riccardo Camanini, il professor Giorgio Calabrese ci mette del suo con la «nutrienza», una parola che ama molto perché racconta di nutrizione e alimentazione insieme. A Francesca sarebbe piaciuta, perché lei aveva fatto l’alberghiero ma tra i fornelli di una cucina non si immaginava, del cibo a stregarla era la parte scientifica più che quella pratica. È la sezione della sua tesi che è riuscita a curare personalmente, forte della sua esperienza in ospedale. Al resto hanno pensato gli stessi che forse anche lei avrebbe intervistato se ne avesse avuto la possibilità.

«Credo che il trauma sia irrisolvibile, però oggi mi dico che c’è Francesca a guidare la macchina, è lei a coordinare tutto».

Papà di Francesca

DOMANDA: Di Francesca si è parlato tantissimo. Si aspettava tanto clamore?
RISPOSTA:
È quello che volevo, che avesse tanta attenzione, ma scaramanticamente non ci ho mai sperato. Ho scelto di fare qualcosa, di non piangere.

D. Non deve essere stato facile trasformare un dolore così grande in qualcosa di diverso.
R:
Penso che nessuno dovrebbe sopravvivere a un figlio, lo metti in conto forse, possono capitare incidenti, o puoi perderlo per altre dinamiche, anche una malattia, ma un padre rimane con il senso di colpa perché è come se non avesse fatto abbastanza per proteggerlo. Credo che il trauma sia irrisolvibile, però oggi mi dico che c’è Francesca a guidare la macchina, è lei a coordinare tutto. Mi piace pensare che sia così.

D: Quando ha deciso che avrebbe pubblicato la tesi?
R:
Quando l’ho avuta in mano, il 9 maggio 2017, che è anche il giorno del compleanno di Francesca. È lì che ho deciso. Mi sono detto: «La faccio leggere a tutti».

D: Come mai ha pensato di coinvolgere anche chef e altri esperti?
R:
Per dare autorevolezza al lavoro di mia figlia. Poi serviva qualcuno che lo traghettasse dalla vita di tutti i giorni a quella in corsia, e a questo si presta bene il testo del dottor Luca Imperatori. Poi c’è la tesi vera e propria, appunti che Francesca aveva preso quando stava male.

D: Quali sono le difficoltà più grandi che ha incontrato?
R:
Tante, non è stato affatto facile. Il primo scoglio è stato quello di contattare gli chef e gli esperti che con i loro contributi hanno integrato il lavoro. All’inizio sembrava una cosa molto complicata, poi invece ho trovato tutte persone molto disponibili e di grande umanità. Anche la pubblicazione ha avuto i suoi intoppi, per non parlare della presentazione.

D: Che è successo?
R:
Volevo fare una cosa a livello nazionale, ma quando non ti conosce nessuno e non hai contatti è dura, io non ho un ufficio stampa e non sapevo nulla delle dinamiche di settore. Poi quando hanno cominciato a vedere che la cosa poteva funzionare mi sono sentito dire: «Ti posso aiutare», ma ormai era tardi. Ho fatto tutto da solo, con la mia famiglia e le persone più vicine che ci hanno dato una mano.

D: In nome di Franceca è nata anche una Onlus, ha altri progetti in mente oltre al libro?
R:
L’obiettivo è quello di raggiungere una cifra di 150 mila euro, con donazioni, vendita del volume e acquisto dei pixel del disegno di copertina, un pifferaio che con la sua musica attira a sé le cellule tumorali.

D: Cioè?
R:
Abbiamo deciso di frammentarla idealmente in 150 mila pezzi del costo di un euro ciascuno. Dal 19 giugno chiunque potrà acquistare il suo pixel online. Si potrà fare per un mese (Su www.francescapirozzi.it).

D: Questa cifra a cosa servirà?
R:
Volevo guardare in faccia le persone a cui devolvere i fondi, darli a gente in carne e ossa insomma. Andranno al Dipartimento di Scienze Biomolecolari dell’Università di Urbino, per la sperimentazione di una molecola. Non è una cifra piccola, ma molto alla portata, come dico io, pensavo occorresse molto di più per finanziare un progetto di questo tipo. Ci sarà anche un’altra iniziativa in occasione del Festival della Letteratura di Mantova, quando alcuni artisti metteranno all’asta una serie di opere.

D: In tutto questo torna l’utile, che è anche una delle parole più ricorrenti nel libro. Com’era nata quest’urgenza di aiutare gli altri in Francesca?
R:
Non so cosa sia scattato e quando, certo è che lei degli altri si è sempre preoccupata molto. Faceva la bagnina di salvataggio e donava il sangue. Quando la malattia l’ha portata a cambiare l’argomento della sua tesi e a concentrarsi sul tema del cibo nei malati chemioterapici diceva di volerlo fare per quelli come lei, che si fossero trovati nella sua stessa situazione.

D: Francesca sembra essere stata una grande maestra di vita. Cosa ha insegnato a lei, da figlia?
R:
Che bisogna andare avanti senza mai mollare. «Se vuoi puoi» è la frase che la rappresenta meglio.

«Una delle ultime domeniche ci siamo raccontati tutte le cose belle che avevamo fatto nel nostro tratto di vita insieme. 'Ti ricordi?', dicevamo, 'E quella volta?'. Però non si piangeva mai, era vietato».

Papà di Francesca

D: Che rapporto avevate?
R:
Molto bello, eravamo tanto complici. Pensi che la prima volta che ha portato a casa un ragazzo l’ha detto prima a me che a sua madre: «Papà che dici se porto a cena un mio amico?». Poi, certo, aveva la sua vita, le sue amicizie. Con la malattia molte cose sono cambiate, eravamo sempre insieme, anche in ospedale. Una delle ultime domeniche, ad esempio, ci siamo raccontati tutte le cose belle che avevamo fatto nel nostro tratto di vita insieme. «Ti ricordi?», dicevamo, «E quella volta?». Però non si piangeva mai, era vietato.

D: Ho letto che era una tosta, conferma?
R: Una tedesca incredibile! Le cose dovevano andare sempre come voleva lei. Precisa, puntuale, la prendevo sempre in giro per questo. Allo stesso tempo era anche una persona molto riservata e discreta.

D: Le ceneri di Francesca sono state disperse in mare. È vero che era un suo desiderio?
R:
Sì lo voleva lei. «Tutto andrà bene», diceva, «Ma nel caso...». Poi abbiamo trovato dei suoi appunti, è come se in fondo sapesse già, era ancora con noi ma stava già costruendo le cose che sarebbero potute servire, dopo.

D: Qual è la prima cosa che le viene in mente quando la pensa?
R:
Il sorriso.

Ci fermiamo per un attimo. «Mi sono emozionato», mi dice Marco. Forse ho spostato troppo in là quel limite che bisogna imporsi di rispettare davanti al dolore. Ma è solo un istante. «Penso che lei ci sia sempre», continua. E poterlo credere è bello.

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