15 Giugno Giu 2018 1909 15 giugno 2018

Lilia Bicec, nei suoi libri, ha raccontato l'immigrazione, le torture e la prigionia

Le sue storie, alcune ambientate nel passato, sono drammaticamente attuali se le confrontiamo con il dramma dei migranti che scappano dalla Libia.

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Lilia Bicec Libro Boomerang

C’è una parola rumena, 'dor', intraducibile nella nostra lingua, che significa 'nostalgia' ma anche 'rimpianto'. Lilia Bicec, classe 1965, nata a Viişoara un piccolo villaggio della Repubblica di Moldavia e immigrata nel nostro paese quasi 20 anni da, la conosce fin troppo bene. Nel 2000, Lilia è partita nel mezzo di una notte piovosa, ha attraversato un bosco a piedi, è salita sull’auto di uno sconosciuto e, dopo mille traversie, è arrivata illegalmente in Italia dove, cercando di dimenticarsi della sua laurea in giornalismo e del suo amato lavoro, si è messa a fare la badante e la colf. Lilia ha scritto due libri sulla condizione delle donne che come lei hanno vissuto questa odissea: Miei cari figli, vi scrivo (Einaudi), una lunga lettera destinata ai suoi bambini rimasti a casa, e Boomerang (Europa Edizioni), narrato al contrario dal punto di vista di questi 'orfani bianchi'. Mentre il primo è una storia autobiografica, nel secondo Bicec ha dato voce a una di queste ragazzine rimaste sole. Ma c'è di più. Lilia Bicec, che nel 2011 ha fondato a Brescia l’associazione italo-moldava «Moldbrixia» ed è da poco diventata nonna di Anastasia, ha in progetto un nuovo libro di cui, però, non si sa ancora il titolo. Ma andiamo per gradi.

DOMANDA: Riesce a spiegarci cosa prova una mamma a compiere il gesto più innaturale e paradossale che ci sia, quello di lasciare i figli?
RISPOSTA: Come ho scritto, non ero pronta a partire, ma ha dovuto abbandonare tutto e andarmene. Nessuna di noi, quando è partita poteva immaginare che avrebbe seminato cosi tanto dolore, non pensavamo che la nostra partenza si sarebbe trasformata in un boomerang che ha colpito proprio là dove era partito: la famiglia, i nostri figli e le nostre madri. Ogni ondata d’immigrazione ha le sue peculiarità. Quella dell’Europa dell'Est è stata un’immigrazione femminile e con molti effetti collaterali.

D: Quali?
R: In primis gli 'orfani bianchi'. Ma c’è addirittura una malattia, la 'Sindrome Italia', scoperta nel 2005 da due medici ucraini, Andrei Kiselyov e Anatoli Fifryc. La maggioranza delle donne emigrate in Italia ritornavano nei paesi d’origine malate di depressione atipica. Perché è successo tutto questo? Perché nessun governo, soprattutto quello moldavo, non si è preoccupato della partenza di queste donne? Sì è vero, le Ong hanno sensibilizzato l’opinione pubblica attraverso la stampa, ma ai bambini quello che serviva erano le loro madri. Tutti sapevano che pagavamo 3 mila euro per un viaggio clandestino. Dove andavano quei soldi? Nessuno sapeva niente.

D: La legge sul ricongiungimento famigliare, oggi, è più facile di un tempo, anche se ancora migliorabile. Che cosa ricordi di quei momenti difficili?
R: I moldavi, grazie all’Accordo di Associazione tra Repubblica Moldova e la Comunità Europea, firmato nel 2014 a Bruxelles, offre ai cittadini moldavi un visto per tre mesi, quindi non ci sono più clandestini: 15-20 anni fa non era così. Io mi ricordo benissimo che prima di portare i miei figli qui, dopo tre anni di clandestinità, e dopo due anni a tentare di fare una pila di documenti, cercavo una casa in affitto per me e i miei figli. Non dimenticherò mai lo sguardo delle persone dalle agenzie immobiliare. Chiedevo un servizio, una casa in affitto, m’impegnavo a pagarlo in base a un contratto e avevo un lavoro fisso. L’arroganza di quelle persone non l’ho mai dimenticata. All’inizio il mio accento mi metteva in imbarazzo, poi giorno per giorno mi sono 'vaccinata'. Adesso non mi mette più in imbarazzo.

D: Brescia è uno dei pochi comuni in cui ha vinto il Pd. Lei si sente accettata in questa città?
R: L’attuale sindaco Emilio Del Bono è stato rieletto e se l’ho meritava, a mio avviso. Durante il primo mandato è migliorata la sicurezza per i cittadini, il turismo ha avuto una ripresa così come le altre attività culturali. La citta è diventata più bella e più verde e anche la qualità della vita dei cittadini è migliorata. Qui a Brescia la percentuale di stranieri è del 24 percento e si vive in pace e armonia. A Brescia mi sono fatta tantissimi amici che mi sono stati vicino nei momenti peggiori della mia vita (Lilia Bicec ha perso uno dei suoi due figli in un incidente stradale, ndr) e non credo che mi giudichino per il mio accento, mi accettano per quello che sono. Il mio percorso d’integrazione continua anche adesso e sono impegnata in diversi progetti culturali che sono la strada più sicura verso un’integrazione prolifica. Mia figlia si è integrata bene, ma per lei è stato diverso. Cristina aveva 13 anni quando è arrivata, ha studiato qui, ha fatto l’università e parla cinque lingue.

D: In molti hanno parlato di 'business dell’immigrazione', accusando il PD di arricchirsi sulla pelle dei migranti. Ora il Ministro dell’Interno Salvini sta ricattando l’Europa tenendo in balia del mare 629 persone. Cosa ne pensa?
R: L’immigrazione è un problema complesso. Se parliamo dell’emigrazione dall’Europa dell’Est è un fenomeno di carattere più sociale, più mite, una cosa che passa quasi inosservata finché non succede qualcosa di eclatante. Ma c’è un altro tipo d’immigrazione, quella della gente che scappa dalla guerra e dalla fame. Nel romanzo che ho appena finito, racconto dei campi di concentramento della Siberia, una pagina della storia davvero vergognosa che non dovrebbe ripetersi mai più. E, invece, i campi di concentramento esistono ancora, e sono in Libia. Questa gente scappa dalle torture e ha il diritto di farlo: non possiamo toglierlo mettendo davanti le negoziazioni politiche, ma non possiamo speculare su donne incinte e bambini, perché anche loro, i rifugiati, hanno solo una vita e meritano di essere salvati.

D: Sono ore drammatiche per i migranti della nave Aquarius.
R: Matteo Salvini ha tutto il diritto di chiedere all’Europa altri fondi e discutere con i capi come è meglio gestire l’immigrazione, ma non tenere ferme in mare 629 persone come prigionieri e soprattutto non può fare dal mare un cimitero. Non è un segreto di stato che l’Europa abbia stanziato sempre fondi per la gestione degli emigrati e ha aiutato Italia ha gestire i rifugiati. Ma cosa serve ora mettere seminare la zizzania tra la gente comune? Poveri immigrati, pagano un sacco di soldi, e, con quei soldi, a volte, potrebbero vivere tranquilli a casa loro, e invece arrivano in mare. Com’è possibile che ci sia ancora qualcun altro che chieda soldi sulla loro pelle? Al posto di parlare tanto e non far niente è meglio che risolvano il problema dell’immigrazione senza rimbalzarsi le colpe da un partito all’altro e da un governo all’altro. Vorrei citare Roberto Saviano: «L’Italia ha bisogno degli immigrati per crescere socialmente, economicamente, culturalmente». Allora mettetevi al tavolo della discordia e aiutate questi paesi, questa gente disperata che ha tutto il diritto a una vita decente.

D: Nel suo primo libro Miei cari figli, vi scrivo raccontava anche la storia dei suoi genitori, ex deportati in Siberia. Anche il suo prossimo libro parla di un caso ambientato in Siberia.
R: Sì, parlo di un episodio drammatico della seconda guerra mondiale. Il massacro del lager 33 di Balti, Repubblica di Moldavia, dove sono stati fucilati migliaia di soldati alleati con la Germania nazista. Il protagonista del romanzo è un prigioniero di guerra, italiano di origine, uno dei pochi sopravvissuti all’ecatombe. Si salva evadendo dalla fossa comune, ma viene deportato in Siberia insieme alla famiglia che lo ha salvato. Nel gulag di Stalin, il protagonista incontra prigionieri politici italiani e italiani prigionieri di guerra. Il romanzo si basa su dati storici autentici.

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