15 Giugno Giu 2018 1949 15 giugno 2018

Giulia Rulli ha commentato la vittoria italiana ai Mondiali di basket 3x3 (e non solo)

A Manila hanno sconfitto tutte: Stati Uniti, Cina e Russia. Nonostante le quattro azzurre non si conoscessero da molto, hanno fatto un'impresa.

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Giulia Rulli Mondiali Basket 3X3 Italia

Aveva espresso un desiderio Giulia Rulli e lo aveva fatto proprio il giorno della partenza per Manila. Era anche il giorno del suo compleanno, lo il 3 giugno 2018. Davanti alla torta e alle 27 candeline che le compagne di squadra le avevano fatto trovare al centro di Acqua Acetosa, dove insieme avevano svolto il ritiro della nazionale 3x3 di basket femminile prima di volare nelle Filippine per i campionati mondiali (poi vinti), Giulia ha chiuso gli occhi e ha pensato: «Una medaglia». Una qualunque, non importava quale. «Non so se per scaramanzia o perché sapevo della presenza di squadre fortissime come gli Stati Uniti, sta di fatto che non ho neanche osato immaginare la medaglia d’oro. Un bronzo andava più che bene». Non la pensava così però l’allenatrice, Angela Adamoli. Già, perché lei invece ci aveva creduto sin dal primo allenamento. «Finché è stato nelle nostre possibilità, ammetto che lei ha sempre puntato su di noi» spiega a LetteraDonna Giulia Rulli. Che aggiunge: «Devo dire che alla fine ha avuto ragione lei».

Accento romano, spigliata, laureata in Scienze e Tecniche Psicologiche, Giulia Rulli, ala della squadra di Costa Masnago, serie A2, nata e cresciuta a Roma, gioca da quando aveva sei anni. Oggi è campione del mondo di basket 3x3 con la nazionale assieme a Marcella Filippi, Giulia Ciavarella e Rae Lin Marie D’Alie. Un torneo concentrato in pochissimi giorni: il 9 giugno esordio e due partite. Il 10 riposo, l’11 le restanti due gare del girone e il 12 giugno il gran finale: con i quarti, le semifinali e la finalissima. Sette partite in quattro giorni che, di fatto, non hanno permesso alle ragazze neanche di festeggiare al meglio le loro vittorie, in particolare quella contro gli Stati Uniti ai quarti: «Una gara che abbiamo preparato alla perfezione, la nostra coach ci ha mostrato molti filmati, spiegandoci esattamente cosa fare, come fermare le avversarie e come sfruttare al meglio la nostra difesa. Ora che ci penso, battere gli Usa non ci ha sorpreso più di tanto, tale era il nostro livello di concentrazione».

DOMANDA: Qual è stata allora l’avversaria più ostica?
RISPOSTA:
Forse la Cina, contro cui abbiamo giocato subito dopo il match gli Stati Uniti. Avevano una giocatrice molto grossa, sia per stazza e altezza. Le altre tre invece erano molto piccole e veloci e noi abbiamo avuto solo pochi minuti per studiare e preparare la partita. Ricordo che la nostra allenatrice ci ha mostrato alcuni video sedute per terra, in mezzo a un corridoio. Lì, per la prima volta, abbiamo iniziato a sentire la stanchezza. Diversa è stata la finale con la Russia. Quasi liberatoria, perché abbiamo riconquistato la sicurezza trovata contro gli Usa, ormai vedevamo il traguardo e l’abbiamo raggiunto meritatamente.

D: Come avete festeggiato?
R:
Non abbiamo avuto il tempo! Come ho già accennato, le tempistiche sono state strettissime. L’ultimo giorno i ritmi erano: preparazione, riscaldamento, partita. Un quarto d’ora di ripresa e poi subito nuova preparazione. Nuovo riscaldamento e nuova partita. Stessa trafila per la finale.

D: Quando avete battuto la Russia in finale però, in qualche modo, sarete esplose.
R: Diciamo che dopo le premiazioni e i festeggiamenti di rito, siamo rimaste nello spogliatoio per una buona mezzora, lì sedute, prima di fare la doccia. Cercavamo di assimilare quanto avevamo fatto, è stato un processo molto lento. Poi la sera c’è stata la consueta festa di fine manifestazione, ma eravamo cotte. Non ci crederete ma… Siamo andate e letto presto.

D: Insomma, non siete riuscite a godervela come avreste voluto.
R:
Il viaggio di ritorno è stato movimentato. Alternavamo momenti di gioia ed euforia totale ad altri in cui finivamo letteralmente in coma, per la stanchezza, per il viaggio, per il fuso, per tutto. In aereo abbiamo dormito. Però le medaglie, ecco quelle non ce le siamo mai tolte dal collo. Da quando abbiamo lasciato l’albergo fino all’atterraggio a Roma.

D: Da quanto tempo tu e le altre ragazze vi conoscete?
R:
Relativamente poco. Conosco molto bene Rae Lin Maria (la playmaker della squadra, nominata miglior giocatrice del mondiale, italo americana ndr), perché insieme avevamo già giocato diversi tornei estivi tre contro tre, compresa la finale nazionale di qualche anno fa che si tiene a Riccione ma non avevo mai incontrato prima né Giulia Ciavarella né Marcella Filippi. Siamo state brave e fortunate, si è creata subito l’alchimia giusta, certo, avere in squadra un’atleta come Rae, in grado di tirar fuori dal cilindro sempre qualcosa in qualunque momento, è stato un gran bel vantaggio. Però per intenderci: le ragazze americane giocano insieme dai tempi del college, l’Ungheria ha girato l’Europa giocando tornei preparativi ai mondiali. Insomma, anche da questo punto di vista, la nostra, è stata una gran bell’impresa.

D: Eri mai stata nelle Filippine?
R:
Mai. Un’esperienza grandiosa, al di là della nostra vittoria. Dalla prima persona incontrata in aeroporto all’ultima salutata in hotel, abbiamo avuto a che fare con un popolo sempre sorridente, disponibile, calorosissimo: un Paese che ci è rimasto davvero nel cuore.

D: Sarà che lì la pallacanestro è una religione.
R:
Vero, questo ha aiutato parecchio. Avevamo gli occhi addosso di un intero Paese.

D: In Italia invece, nonostante l’assenza degli azzurri ai mondiali di calcio, non avete avuto un grande seguito.
R:
Questione di cultura. Il calcio comanda da questo punto di vista e non c’è niente da fare. Però devo dire che la percezione che abbiamo avuto noi è stata diversa. Il Corriere dello Sport ha dedicato un bellissimo articolo su di noi prima che noi partissimo, con le regole del torneo, ben diverse dal basket normale (nel 3 vs 3, ad esempio, si arriva ai 21 e ogni squadra ha 14 secondi per concludere un’azione offensiva NdR). E ovviamente hanno bissato con la nostra vittoria riservandoci una pagina intera. Anche la Gazzetta ci ha dato un po’ di spazio. E poi il passaparola e le condivisioni sui social sono state davvero tante. Lo sport femminile ha poco seguito, ma così è scoprire l’acqua calda. La speranza però è che questo risultato possa aiutare a smuovere qualcosa. Occorre toccare i tasti giusti, il cuore e la passione di più persone possibili ma non tanto per essere conosciute a livello mondiale, quanto riuscire perlomeno a non essere ignorate.

D: Quindi, per fare una battuta, nessuno vi ha riconosciuto in aereo.
R:
Durante il volo ci siamo solo abbuffate di film, soprattutto all’andata. Io ho visto The Post, Lady Bird, Iron Man e Assassinio sull’Orient Express. È un bel modo per trascorrere più di 10 ore di volo.

D: E adesso? Relax finalmente….
R:
Magari! Lunedì nuovo raduno, il 20 giugno parto per Andorra per preparare le qualificazioni agli Europei 3x3 di Bucarest, a settembre. Poi a luglio ho un esame da preparare a Milano.

D: Sei già laureata. Segui un master?
R:
Sto facendo la specialistica all’Università Bicocca di Milano dopo essermi laureata a Roma in Scienze e Tecniche Psicologiche. Quando appenderò le scarpe al chiodo, spero il più tardi possibile, l’idea è diventare psicologa dello sport anche se al momento sono molto volubile. Spesso mi capita di appassionarmi di argomenti sempre nuovi in base agli esami che sostengo.

D: Rimanendo comunque nell’ambito sportivo.
R:
Sarebbe bello. Sono rimasta di recente molto colpita da un articolo che ha scritto un campione Nba, Kevin Love, sul Tribune. In pratica ha ammesso di aver sofferto in passato di attacchi di panico prima delle partite. Di come sia stato costretto a lasciare il parquet, correre negli spogliatoi, sdraiarsi e non riuscire a respirare, senza che i medici riuscissero a capire cosa stesse succedendo. Mi piacerebbe riuscire in qualche modo a essere d’aiuto, in questo senso.

D: La carriera di allenatore non ti interessa?
R:
Alleno due squadre di minibasket da tre anni, lavoro con i più piccolini e al momento basta e avanza. Non mi attira allenare a livello professionistico. Il futuro è dei bambini e per me è meraviglioso mettere loro a disposizione la mia esperienza. Però oltre non voglio andare. Anche perché con il mazzo che mi sto facendo all’università non avrebbe senso mollare tutto per allenare.

D: Anche nello sport ci sono stati casi di molestie subite dalle donne. Che idea ti sei fatta?
R:
Per fortuna non mi sono mai imbattuta in episodi di questo tipo ma ho seguito con molto interesse il caso delle ginnaste americane e del loro medico, che per anni aveva abusato di loro. Un fatto gravissimo, soprattutto se la figura in questione è un medico, una persona di cui un’atleta dovrebbe potersi fidare ciecamente ed è incredibile come nessuno abbia mai effettuato alcuna denuncia. E lo stesso vale per il judo, ricordo di un maestro condannato per abusi sessuali su un’allieva (si registrano due casi: uno in Giappone e uno in provincia di Prato, gli insegnanti sono stati condannati entrambi, ndr).

D: Insomma quand’è che te ne vai in vacanza?
R:
Dopo aver dato l’esame. Vado una settimana a Palermo, San Vito Lo Capo, Favignana. Finalmente.

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