13 Giugno Giu 2018 1700 13 giugno 2018

La presidente di Emergency ha criticato Salvini sul caso Aquarius

«Non si alza la voce, con leggerezza, sulla pelle di 629 persone che hanno storie di un dolore inaudito». A tu per tu con Rossella Miccio, che vuole smettere di sentire lo slogan: «Gli italiani prima di tutti».

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Aquarius Salvini Emergency Rossella Miccio

La nave Aquarius, con a bordo 629 migranti tra cui 123 minori non accompagnati, 11 bambini e sei donne incinte, sta solcando i mari diretta verso la Spagna. Ha finalmente trovato accoglienza, dopo la decisione di Matteo Salvini di chiudere i porti nostrani e il secco rifiuto di Malta. E mentre il barcone si dirige verso l’agognata terraferma, continuano a divampare le polemiche. La Francia e l’Italia si scambiano insulti e accuse, si organizzano incontri su incontri, vengono rilasciate dichiarazioni al vetriolo e sembra una gara a chi lancia l’accusa più pesante. Una sorta di grottesco teatrino che ha come ignari burattini questi disperati che scappano dalla guerra, dalla fame, dall’inferno. Le relazioni internazionali rischiano di essere pesantemente compromesse, la tensione sale. Salvini, nonostante tutto, gongola. Convinto di aver ottenuto grandi risultati. Ma in realtà, l’Italia non ha affatto vinto. E nemmeno gli altri Paesi coinvolti nell’amarissima vicenda. Prende sempre più forma il ritratto di un’Europa ripiegata su se stessa che non solo non sa gestire il problema, ma pare non voglia farlo.
Spicchi di mondo si voltano le spalle a vicenda, si fa un gran parlare eppure, di soluzioni concrete (per non dire nobili), non c’è nemmeno l’ombra. Abbiamo chiesto il parere di Rossella Miccio, presidente di Emergency.

Negare l’attracco ai porti a una nave che trasporta donne, uomini, bambini salvati in mare è un gesto inumano. Prima le persone.

Geplaatst door EMERGENCY op zondag 10 juni 2018

DOMANDA: I 629 migranti a bordo dell’Aquarius sono stati soccorsi in diverse operazioni al largo della Libia con il coordinamento delle autorità italiane. Ciò significa che l’Italia è responsabile per la sorte di queste persone e che, chiudendo i porti, ha violato norme e trattati internazionali.
RISPOSTA:
Esatto. Sono state violate norme che l’Italia ha firmato e ratificato, tutte le convenzioni sul salvataggio in mare in base alle quali il nostro Paese supplisce alle attività di Malta. Ci siamo assunti impegni a livello internazionale e adesso deroghiamo. Ma al di là di quello che dicono le leggi, sono questioni di umanità e giustizia. E sappiamo che tante volte la legge non coincide con la giustizia e l’umanità. A me spaventa molto questa durezza così tanto supportata dall’opinione pubblica.

D: Però in questi giorni si stanno moltiplicando, nel nostro Paese, manifestazioni per chiedere l’apertura dei porti.
R:
Sì. Noi la sera del 12 giugno siamo scesi in Piazza della Scala a Milano e sono tanti i nostri volontari che stanno partecipando ad analoghe proteste organizzate in varie città. Mi sembra, però, che i partecipanti siano soprattutto persone appartenenti al mondo dell’associazionismo. Spero di sbagliarmi.

D: Ritiene quindi che ci sia un problema anche in termini di partecipazione dei cittadini.
R:
Credo che ci sia un gran bisogno di ritrovare una partecipazione costruttiva alle vicende del nostro Paese. Abbiamo una Costituzione bellissima, siamo fortunati per questo: l’Italia è stata costruita su valori nobili e importanti che però appaiono sempre più deboli. Non è facile tornare alle origini, perché questo allontanamento va avanti ormai da troppo tempo.

D: Matteo Salvini sta continuando lungo la strada intrapresa da Minniti.
R:
Purtroppo bisogna guardare ancora più indietro. Per 20 anni in questo Paese si è disinvestito in educazione, nella cultura civica, in tutto ciò che coincide con il senso del bene comune e della cooperazione. Non si insegna più educazione civica nelle scuole, i ragazzi crescono senza la consapevolezza di determinati principi. La conseguenza è che si pensa soltanto al proprio tornaconto personale, al proprio orticello. E poi si alza la voce, con leggerezza, sulla pelle di 629 persone che hanno storie di un dolore inaudito.

D: Salvini si difende dalle critiche puntando il dito contro la Francia e contro altri Paesi che, oggettivamente, finora non si sono dimostrati affatto collaborativi.
R:
Sicuramente si tratta di un problema a livello europeo. Non dimentichiamo, per esempio, che la Francia chiude non soltanto i porti ma anche i valichi. Non dimentichiamo che ha fatto morire una ragazza incinta e malata che cercava di oltrepassare il confine. Non penso che i francesi abbiano qualcosa da insegnarci, ma questo non vuol dire che dobbiamo avere gli stessi approcci.

In un Paese di oltre 60 milioni di abitanti l’accoglienza di centinaia di abitanti non dovrebbe essere assolutamente un problema.

D: In Italia c’è spazio e posto per i migranti?
R:
In un Paese di oltre 60 milioni di abitanti l’accoglienza di centinaia di abitanti non dovrebbe essere assolutamente un problema. Si sta tanto parlando dei cinque miliardi di euro che l’Italia spende all’anno per la gestione dei migranti, ma non si fa mai presente che abbiamo avuto una deroga dell’Unione Europea rispetto al rapporto debito-bilancio e che non si possono usare questi soldi per cose diverse dall’assistenza a queste persone. Ci sono troppe mistificazioni e semplificazioni. Si usano i numeri, le parole e, purtroppo, anche questi uomini, queste donne, questi bambini.

D: In queste ore stiamo assistendo a uno scambio di insulti fra l’Italia e la Francia: a cosa servono?
R:
Assolutamente a niente. Il dibattito politico ha raggiunto davvero i livelli più bassi. Ed è questo il motivo per cui non mi stanco di ripetere che bisogna ripartire dalle basi dello stare insieme e dal rispetto reciproco, nonostante le diverse posizioni. Invece no, si chiudono i porti. Ed è solo il primo passaggio di una serie di misure che sono state tante sbandierate. Se si continua così, non so per quanto tempo ancora ci faranno lavorare.

D: Teme per le sorti di Emergency e delle altre Ong?
R:
Hanno già detto che bisognerà mettere mano al cosiddetto «business dell’immigrazione»; le Ong ormai non sono viste di buon occhio, questo è ormai fin troppo chiaro.

D: Ma cosa può accadere a una realtà storica e importante come la vostra?
R:
Noi lavoriamo moltissimo in Italia, con tutte le autorizzazioni necessarie, sulla base di accordi con le Asl; un’azione dannosa nei nostri confronti può anche essere non dichiarata. Tanto per cominciare, penso alla burocrazia: allungare le trafile, per esempio, sarebbe un ottimo modo per ostacolarci. A ciò si aggiunga il fatto che il nostro lavoro è garantito da donazioni di privati, e insinuare con forza il dubbio nei confronti del nostro operato è un’altra arma che potrebbe rivelarsi assai efficace.

D: Quale potrebbe essere, secondo Lei, un modo giusto e concreto per risolvere la questione migranti?
R: Rivedere seriamente le politiche migratorie, in riferimento a tante tematiche e a cominciare dal rilascio dei visti. Un tempo non avevamo il problema degli sbarchi; poi con la Bossi-Fini è venuta meno la possibilità di far venire chiunque in Italia. Se un amico sudanese vuole venire a trovarmi, per una vacanza, bisogna affrontare un iter a dir poco complesso e spinoso. E stiamo parlando, appunto, di un viaggio di piacere. Dinanzi a motivazioni assai più gravi, è ovvio che la chiusura delle vie legali abbia avuto come conseguenza l’apertura di quelle illegali.

D: In molti continuano a ripetere che i migranti vengono qua per rubarci il lavoro.
R:
Gli sbarchi sono diminuiti del 70%, e non mi pare che l’occupazione in Italia sia, di contro, aumentata in modo così significativo: questa è la risposta. E ricordo che lo stesso presidente dell’Inps ha spiegato che si riesce a pagare molte pensioni agli italiani grazie ai contributi versati dagli stranieri. Voglio inoltre far presente che il ripristino della legalità in riferimento agli sbarchi sarebbe l’unico modo per smantellare il sistema di trafficanti e il malaffare: il famoso «business», sostanzialmente, è questo.

D: Tutti gli stranieri che decidono di imbarcarsi sono animati dall’intenzione di lavorare onestamente nel nostro Paese?
R:
Ne ho conosciuto tanti, tantissimi. Decidono di affrontare il mare consapevoli del rischio di morire, indebitandosi, magari separandosi dalla loro famiglia: chi è così stupido da fare tutto questo con una motivazione diversa dalla speranza di costruirsi una vita dignitosa? Poi ci sarà anche una minoranza mossa da altri motivi, ma non riesco a immaginare quali possano essere.

Si dovrebbe finalmente cominciare a pensare che siamo tutti uguali e liberi. Ci riempiamo la bocca con la parola «globalizzazione» e poi ci sfugge il suo significato più profondo.

D: Gino Strada ha definito Salvini e Minniti «razzisti»: lo pensa anche lei?
R:
Il problema sta nell’approccio «gli italiani prima di tutti». Si dovrebbe finalmente cominciare a pensare che siamo tutti uguali e liberi. Ritenere ancora, nel 2018, che i diritti di un italiano valgano più di quelli di un africano è davvero una tristezza infinita. Ci riempiamo la bocca con la parola «globalizzazione» e poi ci sfugge il suo significato più profondo.

D: Salvini sostiene che i 35 euro spesi giornalmente per un migrante siano troppi e fa presente che gli altri Paesi spendono meno. Sostiene anche che le cooperative ci mangino sopra.
R: Noi non ci occupiamo direttamente di accoglienza, per cui non saprei dire se 35 euro siano pochi o troppi. Il problema, però, non sono i soldi. Valutiamo i criteri, i parametri. Ricominciamo anche da questo. Per quanto riguarda le singole cooperative, nessuno dice che ci lucra debba continuare a farlo. Piuttosto che tirare in ballo il piano etico e politico, si mettano a punto verifiche davvero puntuali ed efficaci. Si facciano tutti i controlli necessari.

D: C’è qualcosa che Emergency vorrebbe fare e che non può fare?
R:
Noi ci occupiamo di sanità, quindi i nostri interlocutori sono le varie Regioni. Con alcune, per esempio la Sicilia, c’è un ottimo rapporto: abbiamo fatto progetti di formazione del personale Asl e molta importanza viene data alla mediazione culturale. Con altre regioni, come la Puglia e la Lombardia, si fa invece molta fatica. Per esempio, vorremmo che il ricettario regionale fosse più diffuso, non perché intendiamo sostituirci al Sistema sanitario nazionale, ma per rispondere ai bisogni immediati delle persone e farle rientrare nel sistema stesso. Tra l’altro stiamo parlando di uno strumento cha fa risparmiare soldi allo Stato. Ma molti, troppi sono sordi.

D: Un suo commento sulla vicenda di Soumayla Sacko.
R:
Lavoriamo in Calabria da molti anni, abbiamo un ambulatorio a Polistena e operiamo nella tendopoli di San Ferdinando. Tornando dal Sudan e recandomi in Calabria, qualche giorno fa, ha faticato a realizzare di non essere più in Sudan. Il paradosso è che, di base, la situazione non ha nulla di emergenziale: a Gioia Tauro ci sono lavoratori stagionali da 15 anni, che lavorano e producono. Mi chiedo perché debbano stare ancora nelle tende o nelle capanne. E mi vergogno.

D: Il giovane è stato ucciso dalla criminalità organizzata: una piaga che aggrava ulteriormente la situazione.
R:
Ecco, allora facciamoci questa domanda: dov'è lo Stato? Come intervenire affinché questi ragazzi non vengano sfruttati, e uccisi, dalla mafia? È su queste cose che la politica dovrebbe concentrarsi, non sui 35 o 25 euro. Il tema dei migranti è ormai uno specchietto per le allodole, nessuno dà risposte concrete. E intanto l’Europa sta perdendo la sua identità.

D: Come descriverebbe il volto che sta assumendo l’Europa?
R: Gretto, incivile, razzista. Ed egoista.

D: È stata nominata presidente di Emergency nel luglio 2017: ha quasi raggiunto il traguardo di un anno. Il bilancio?
R:
È stato un anno impegnativo e complicato, però ho imparato tante cose e tutto sommato sono contenta. Siamo riusciti a lavorare bene e restare compatti nonostante le sterili polemiche sul cambio di presidenza e un clima per nulla disteso.

D. Qual è stata la sua più grande soddisfazione, nell’arco di questo primo anno?
R:
Il fatto di essere riuscita, insieme agli altri, a traghettare l’organizzazione in un momento difficile sia internamente che esternamente e di aver continuato a svolgere il nostro lavoro con lo stesso spirito che ci ha sempre contraddistinti.

D: E la delusione più cocente?
R: Questa caccia alla streghe non soltanto contro le Ong, ma contro la solidarietà in generale. Non mi aspettavo che in un Paese come l’Italia, un Paese anche fortemente cattolico, si arrivasse a questo.

D: La sfida più immediata e importante?
R:
Per quanto riguarda l’Italia, è una sfida culturale: recuperare quei valori che fanno la differenza tra una società civile e una giungla. A livello mondiale, ritengo sia urgente superare tutte quelle logiche di guerra che si declinano poi in modi diversi: dalla guerra guerreggiata, diciamo così, a quelle guerre più subdole ma sempre mosse da interessi personali e dal mancato riconoscimento della dignità umana. Coltivo il grande sogno che la guerra, intesa come strumento di risoluzione delle controversie fra i popoli, venga abolita. Può sembrare un’utopia, invece una necessità impellente.

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