7 Giugno Giu 2018 1326 07 giugno 2018

Michela Andreozzi: «Donne, sentitevi libere di non volere figli»

Basta sensi di colpa: scegliere una vita childfree è un diritto. In Non me lo chiedete più l’attrice affronta l’argomento della maternità: «È una cosa troppo  privata, quella domanda che non si dovrebbe mai fare».

  • ...
Michela Andreozzi Libro Figli

Credits: Azzurra Primavera.

Michela Andreozzi è un uragano. Quando il clic che chiude la telefonata risucchia la voce cristallina dall’altra parte della cornetta, tiro il fiato. Abbiamo parlato per 28 minuti esatti, però il tempo percepito è stato molto di più. Capita con le persone che non conoscono cosa sia la noia e con quelle che si concedono senza schermi. Lei, nello specifico, è anche una donna multitasking. Mentre si racconta lascia il set dove sta registrando una serie Fox che vedremo a settembre ispirata a Romeo e Giulietta e che si preannuncia molto divertente (alla domanda: «Sarai Giulietta?» mi risponde «Assolutamente no, per Giulietta sono fuori tempo massimo). Faccio la madre, una donna che è spesso ubriaca», arriva a casa, sale le scale e sgranocchia qualcosa. I rumori di sottofondo scandiscono ogni sequenza, la frenesia del lavoro cede il passo alla strada, che si fa fiatone, serratura e sfuma in una tv sintonizzata sul telegiornale. Tutto in contemporanea con la nostra chiacchierata, che va in scena in una serata rovente, incastrata (per me) prima di un’altra intervista, per lei tra una ripresa e l’altra. «Domani sarà peggio», mi anticipa col sorriso che, immagino, di sicuro ha, dall’altra parte della cornetta. Nessuna di noi due ha figli, ma i superpoteri delle donne ci sono tutti. È una caratteristica innata, come il generare cose, che si tratti di «una torta o di una canzone», scrive lei, child-free convinta, in Non me lo chiedete più, il suo primo libro, in uscita il 7 giugno. L’imperativo si riferisce alla più classica delle domande che parenti, amici ed estranei fanno precisi a ogni donna in età fertile: «Quando fai un figlio?». Gliel’ha chiesto persino un tassista romano. E l’episodio spiega, da solo, perché certi quesiti non dovrebbero essere oggetto di conversazione.

DOMANDA: Hai detto tante volte di non volere figli, come mai l’esigenza di ribadirlo in un libro?
RISPOSTA: Ci si prende troppa libertà con le gravidanze delle donne, è una cosa così privata, una domanda che non si dovrebbe mai fare. Dopo le mie prime interviste sull’argomento ho ricevuto tanti commenti sui social, quindi alla base c’è anche l’idea di voler dare un supporto a chi si trova in difficoltà, non bisogna aver paura di dire chiaramente che non si desidera un figlio. Ad esempio, mi è rimasta particolarmente impressa una ragazza che mi ha mandato un messaggio. Lavora in una scuola, sul fronte bambini è già appagata così, il suo sogno più grande, condiviso con il marito, è solo quello di viaggiare. «Non so come dirlo a mia madre», mi ha scritto. Per me è stato uno stimolo ulteriore per raccontare la mia visione sull’argomento. Se con il mio pensiero posso aiutare anche una sola donna allora vuol dire che è la cosa giusta.

D: Le donne spesso preferiscono dire: «Non posso». Perché questo bisogno di giustificarsi?
R:
Perché una donna che non vuole figli è contronatura. Anche sul lavoro, se non li hai sei più considerata, ma se non li vuoi sei inaffidabile, strana. Vieni vista con sospetto. Gli uomini sono prima persone, le donne no. La glorificazione della madre è sempre dietro l’angolo. Anni di femminismo non sono serviti a niente. In un modo o nell’altro si trova sempre il modo di rimettere le donne «al proprio posto».

D: In cucina, insomma?
R:
Sì, davanti a un fornello. Invece mio marito mi ha fatto il guacamole stasera (ve l’avevo detto che nel frattempo era arrivata a casa, ndr).

D: Per te è stato facile fare questa specie di coming-out, come lo definisci nel libro, oppure hai trovato difficoltà?
R:
Quando ho capito che non li volevo non è stato un problema, né per me né per le persone che ho accanto. Vengo da una famiglia iperdemocratica, grande, sono sempre stata circondata da bambini, parenti, zie, la nonna, una specie di famiglia Bradford. Penso che se avessi portato a casa un fidanzato del Bangladesh l’unica domanda di mia madre sarebbe stata: «Le mangia le polpette?» (Ridiamo, ndr).

D: E fuori invece?
R:
Fuori mi sono resa conto che quello che in famiglia davo per scontato non era uguale nel mondo.

D: Perché secondo te c’è ancora questa idea che una donna è donna solo se madre?
R:
Trionfa il modello family first, ma non dobbiamo pensare che sia un problema solo italiano, magari retaggio di una società antica e patriarcale. È così anche all’estero, basta guardare le icone internazionali per rendersene conto. Due come Chiara Ferragni e Fedez, ad esempio. A me piacciono moltissimo perché avere dei figli che riescono così bene a capitalizzare le proprie vite è una cosa davvero grandiosa, ma anche loro a un certo punto hanno avuto un figlio. Un’altra famosa molto seguita è Kim Kardashian che, puntuale, ha procreato. Per molte, insomma, è ancora un passaggio inevitabile. A un certo punto l’identità della donna cambia, diventa madre. E tocca dedicarsi alla costruzione di un’altra identità.

D: È un argomento su cui dai l’idea di aver pensato tanto.
R:
L’attore ha molto tempo di occuparsi delle vite degli altri, quasi una dedizione, quindi sì, ci ho macinato parecchio su. Magari una madre arriva a certe conclusioni di pancia, io invece non essendolo ho fatto un discorso più di ricerca. È una forma di saggezza.

D: Non ti poni mai su un piedistallo. Child-free è bello, insomma, ma anche essere mamme lo è.
R:
Questo non l’avrei mai potuto fare, non è che la child-free sia più figa delle altre. Penso che ogni cosa abbia una sua funzione nell’ordine dell’universo. Non ho ancora capito quale sia quella delle zanzare ma molti animali le mangiano, quindi esisteranno per loro (ridiamo, ndr).

D: Scrivi: «I bambini vengono per vivere la loro vita. Ma nel loro passaggio stravolgono i percorsi, ridimensionano gli universi, rioganizzano le priorità». Hai avuto paura che le cose potessero cambiare?
R: Più che paura consapevolezza. Ci sono coppie che funzionano meglio come coppie e coppie che funzionano bene tese verso un progetto genitoriale. Io e mio marito ci troviamo bene nel primo caso. Ho cinque amiche storiche che per me sono come sorelle, ci chiamiamo «il comitato»; tre di loro sono separate. I figli sono spesso terreno di scontro, evidenziano i nostri punti deboli, le nostre diversità, portano tutto a livelli più alti. Trovarsi sui figli è uno degli equilibri più difficili da raggiungere per una coppia. Non è una regola, ovviamente, mio fratello e mia sorella sono genitori e hanno matrimoni solidi, però essere sempre d’accordo sull’educazione può portare a frizioni.

D: Tuo marito ha sempre condiviso la tua stessa idea o si è adattato alla tua scelta?
R:
No, Max (l’attore Massimiliano Vado, sposato nel 2015, ndr) è come me. Ci siamo trovati da adulti e sull’argomento figli siamo sempre stati d’accordo.

D: Ci sono molte donne che li desiderano talmente tanto da fare di tutto per averli, rischiando anche di deteriorare il rapporto di coppia. A loro che diresti?
R:
A loro va tutto il mio pensiero. L’accanimento, le cure, le battaglie, potrebbero essere impegnati in altri progetti. Il mondo è pieno di bambini che aspettano una famiglia, ci sono le adozioni, gli affidi, si può combattere anche per questo

D: L’accanimento spesso è anche conseguenza dell’età.
R:
Vero, purtroppo non viviamo in una società che permette a tutte di diventare mamme a 25 anni, quando fisico e ormoni lo consentono. Occorrerebbero tanti cambiamenti strutturali. Poi è logico che se una donna arriva a 40 anni e comincia a provarci a quell’età rischia di non riuscirci. Io però sono molto per il 'naturale'.

D: Cioè?
R: Non sono contraria all’idea di provarci tardi, oggi la scienza offre molte possibilità in questo senso, però potessi scegliere preferirei affrontare la maternità con le energie di una ragazza giovane e non con quelle di una donna troppo adulta. Per il corpo è una fatica.

D: Difendi il valore dell’egoismo, che cos’è per te?
R:
L’egoismo è salvifico, non deve essere per forza intepretato in senso negativo. Su un aereo, ad esempio, in caso di depressurizzazione, invitano ad afferrare la mascherina e a utilizzarla prima per sé e poi per eventuali bambini al seguito. Se una madre afferrasse quella mascherina e la mettesse prima al figlio, magari rischierebbe di svenire e potrebbero esserci conseguenze anche per il bambino. Quello che voglio dire è che anche essere presenti a se stesse è utilite. Non bisogna smettere di coltivare la propria natura di donna. Una donna che è capace di nutrire se stessa poi nutre anche gli altri.

D: Femminile è materno, scrivi. Maternità invece che vuol dire?
R:
È cura e accudimento, significa portare a termine, ma soprattutto vuol dire costanza.

D: Com’è zia Michela?
R:
Ohhh, zia Michy è un genio, the best in town, come Mary Poppins, praticamente perfetta sotto ogni aspetto. Allegra, complice, divertente. Sono un premio per i miei nipoti: «Se state buoni andate dagli zii», è la frase più ricorrente. Sono quella dei regali, delle coccole, dei momenti di svago.

D: Solo cose belle, insomma. I genitori non se la prendono per tutti questi vizi?
R:
Ahah, no, perché poi c’è equilibrio in casa, è tutto bilanciato.

D: Elenchi tante ragioni per cui child-free è bello, dalle partenze all’improvviso, al dormire sul divano, al portare i tacchi anche a casa. Ma ce n’è una sola per cui invece bisognerebbe farli: desiderarli tantissimo. Come mai questo divario di pro e contro?
R:
Perché quando li vuoi veramente superi qualunque ragione.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Correlati

Potresti esserti perso