7 Giugno Giu 2018 0909 07 giugno 2018

Elisa Di Francisca: «Molestie? Nel mondo dello sport si va avanti solo con i sacrifici»

Ma troppe donne «in quel sistema malato ci marciano». Campionessa olimpica e mamma, la schermitrice di Jesi ci ha raccontato la sua seconda vita. Tra amore, maternità e progetti.

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Elisa Di Francisca

È un po’ come quando sali sulla pedana per la tua prima vera gara, e ovviamente ci sono tutti i tuoi familiari a sostenerti. In una situazione del genere, magari quando si è bambini, l’emozione può fare brutti scherzi. Ma siccome Elisa Di Francisca di anni ne ha 35, ha vinto due ori e un argento alle Olimpiadi oltre che a svariate medaglie tra Mondiali, Coppa del mondo ed Europei, non dovrebbe esserci alcun timore: la presenza del fratello, della sorella, del compagno e ovviamente del piccolo Ettore sugli spalti, ai campionati assoluti di Milano, in programma fino al 10 giugno, sarà solo un motivo in più per fare del suo meglio. E il punto è proprio questo: quale sarà il suo meglio, dopo due anni di inattività?
Di sicuro lei, Elisa, con il fioretto ha già dimostrato di saperci fare. Alle Olimpiadi di Londra, nel 2012, ha sconfitto in finale Arianna Errigo, bissando poi il successo anche nel fioretto a squadre mentre a Rio, quattro anni dopo, ha conquistato un secondo posto di fuoco contro la russa Deriglazova al termine di una stupefacente rimonta. Proprio in Brasile però, il rapporto tra lei e lo scherma ha subito un’incrinatura. «Basta, ne ho abbastanza, mi fermo. Ho bisogno di staccare la spina», disse.

«ETTORE, LA MIA MEDAGLIA PIÙ BELLA»

Detto fatto, verrebbe da dire, perché in questi anni, oltre a vincere un’edizione di Ballando con le Stelle (nel 2013) Elisa ha messo su famiglia con il suo compagno Ivan, produttore televisivo. Ettore, nome scelto per la passione che la mamma ha per la mitologia, ormai sta per compiere un anno. È lui la sua medaglia più bella, e da lui cercherà di ripartire: oggi con gli assoluti italiani di Milano, domani con le Olimpiadi di Tokyo 2020, il primo grande obiettivo di questa seconda carriera, che già alcune sue colleghe hanno intrapreso con successo, prima fra tutte la sua conterranea Valentina Vezzali (entrambe sono nate a Jesi, nelle Marche), che quattro mesi dopo aver partorito il suo primogenito, Pietro, vinse l’oro a Lipsia, ai Campionati del Mondo nel 2005.

DOMANDA: L’unica differenza con la Vezzali è che lei non ha interrotto gli allenamenti per due anni.
RISPOSTA:
Hai ragione. Ma ho parlato con Valentina e lei, come quasi tutti gli amici, mi ha consigliato di fare quello che mi sento di fare. Di non abbandonare la scherma se è questo che voglio. Io poi sono fatta così. Ascolto tutti e poi faccio di testa mia. Quindi anche se mi fosse stato detto: lascia stare, dedicati a tua figlio che è meglio, sarei tornata lo stesso in pedana.

D: Come procede la gestione della maternità e degli allenamenti? Riesci a fare tutto?
R:
Direi di sì, a casa siamo organizzati. Ivan è un libero professionista, può lavorare da casa. Di solito mi alzo alle sette e mezza, faccio colazione, faccio la prima poppata e preparo al piccolo la merenda. Mi alleno verso le nove lasciando i maschi a casa, poi torno, do da mangiare a Ettore, riposino pomeridiano ed è di nuovo allenamento a metà pomeriggio - tra pedana e palestra direi che sono sulle 4 ore al giorno - rientro a casa per le otto e mezza circa. Seconda poppata, mettiamo a dormire il nostro “capo” e infine ceniamo noi.

D: E quand’è che riesci a ritagliarti un po’ di tempo per il tuo blog, mammatleta.it ?
R:
Ahah, quando riesco a ritagliarmelo! Ecco perché a volte dico: più che mammatleta, mi sembra di essere mammatletaesaurita. Diciamo che dipende dalle giornate. Mi piace però l’idea di confrontarmi con altre donne e altre mamme nella mia stessa condizione.

D: Beh, mica uguale però. Tu sei una campionessa olimpica…
R:
Però tutte lavoriamo. Tantissime donne rimangono fuori tutto il giorno, non possono riposare e rientrano soltanto la sera. Poi però vediamo nostro figlio e il solo sguardo ci regala una sorta di onnipotenza che ci rende pronte a fare tutto.

D: Anche cucinare?
R:
A casa cuciniamo sia io che Ivan. Più che altro in questo periodo approfittiamo dei nonni e riscaldiamo i piatti che ci portano durante la giornata. Ecco, questo sì che è un bell’aiuto!

D: Te ne servirà parecchio quando si tratterà di allenarti e gareggiare per qualificarti a Tokyo.
R:
Come ho detto prima, non voglio rinunciare alla mia vita. Già mi sto accorgendo in questi giorni che effettivamente qualcosa è cambiato in me. Una volta ero ossessionata dalla perfezione, cercavo di lavorare su ogni microscopico dettaglio. Per certi versi lo sono ancora ma se un giorno non mi alleno, beh, pazienza. Tre anni fa se saltavo una seduta per me era come morire, non potevo concepire un giorno senza allenamento.

D: Ettore verrà con te?
R:
Spero di sì, ma staremo a vedere. Certo, dovrò barcamenarmi con i viaggi. Inizierò a lavorare sodo da settembre: ci sono le qualificazioni. Un conto è allenarsi, un conto è girare per le gare con un bambino piccolo dietro. C’è di buono che lui è molto tranquillo. Ce la metterò tutta, e se poi non dovesse andare, rimarrà comunque la cosa più importante e cioè lui, Ettore, appunto.

D: Sono già 'in programma' dei fratellini?
R: Lo ammetto, ne vorrei altri due. Ma ovviamente non è questo il momento.

D: E sei ancora una ritardataria cronica?
R:
Prego?

D: Mi risulta che hai conosciuto Ivan proprio a causa di un tuo ritardo…
R:
(Ride ndr) Vero! Dovevo partecipare a una trasmissione televisiva: La Papera non fa l’eco condotta da Max Giusti. Arrivai tardi a causa di un treno, ma la cosa non destò in me alcun tipo di disagio. Tant’è che Ivan mi trovò al bar mentre prendevo un caffè. Proprio a causa di ciò, almeno così lui mi disse, inizialmente gli stetti profondamente antipatica. Ma devo dire che bastò il primo sguardo a incantare entrambi. Direi quasi amore a prima vista.

D: La televisione ti piace. Hai vinto Ballando con Le Stelle, hai lavorato come commentatrice a Eurosport. E recentemente hai dichiarato che chiusa la carriera, ti piacerebbe fare un programma alla Zelig.
R: Era un modo per dire che amo ridere, mi è piaciuto fare tv e quindi perché non provare qualcosa che metta insieme le due cose? In generale mi piace stare in mezzo alla gente. Magari una volta appesi maschera e fioretto potrei aprire un lido, sul mare. Lavorare d’estate sarebbe bello.

D: Tu abiti a Roma ma sei nata a Jesi. Lido sull’Adriatico o sul Tirreno?
R: Casa è sempre casa.

D: Jesi che peraltro è città natale di Valentina Vezzali e Giovanna Trillini. Cosa c’è di speciale in questa piccola cittadina? È un caso che qui siano nate tre delle più forti atlete di scherma di tutti i tempi?
R: Chi lo sa? Qui peraltro è nato anche Roberto Mancini, che oggi allena la Nazionale di calcio. Fondamentalmente nei centri piccoli c’è più fame. A Jesi sono 42 mila abitanti, siamo abituati a fare una vita tranquilla, si esce e ci si muove a piedi. Si hanno poche distrazioni e questo può incidere molto sul rendimento nello sport praticato. Diciamo che è come stare in comunità, non a caso chiamo Jesi «il villaggio dei puffi».

D: Stando a tue recenti dichiarazioni, se Jesi è «il villaggio dei puffi», a Roma allora abita Gargamella, che per i puffi è il male.
R:
Esatto. Anzi, Gargamella è la Raggi, secondo me ci assomiglia anche! Ovviamente la mia è una battuta. Però Roma è una città complicata. Molto complicata. Bellissima da visitare. Molto difficile da vivere, non è affatto un luogo comune. Funziona male, è servita male, si sta riempiendo di rifiuti. E poi parlano del Sud…

D: Una gran bella stoccata. E pensare che da piccola volevi fare danza.
R: E mi divertivo anche. Ero vanitosa, come quando si è piccoli. Facevo i saggi, la mamma mi truccava e vestiva. Inoltre è stata importante come disciplina perché mi ha dato molta coordinazione. Purtroppo però non garantiva la competitività che invece poi ho trovato nella scherma. «Perché non provi?», mi chiese mio padre. Mi sono innamorata subito. Come con Ivan.

D: Raccontaci qualcosa del tuo primo maestro, il «severissimo» Ezio Triccoli.
R: Una bella storia. Imparò a fare scherma nei campi di concentramento nella seconda Guerra Mondiale. Ci ricordava sempre che era una disciplina, non uno sport. Per questo il suo era un lavoro costante nella cura del dettaglio. Ci teneva all’educazione, dovevamo stare sempre composti. Quando vincevi uno scambio non potevi festeggiare, dovevi restare concentrato. Sempre piegato sulle gambe, sempre in guardia. Ci tirava una fiorettata altrimenti. Oggi un personaggio del genere sarebbe in galera, per fare un’altra battuta. E invece servirebbero un po’ di rigore e un po’ di severità, specie alle nuove leve.

D: Anche nello scherma?
R:
Certo. I giovani vanno coltivati ma soprattutto alimentati da esempi, dai grandi campioni. Io sono diventata quello che sono grazie a Giovanna Trillini e a Valentina Vezzali. Le seguivo ovunque, mi allenavo con loro, le emulavo e volevo diventare più brava di loro. Se c’è una cosa che odio è la spavalderia. La noncuranza di ragazzi che si credono chissà chi senza aver vinto niente. Mancano gli educatori come Ezio. Ci sono più carote che bastoni. Ecco, diciamo che sono tornata in pedana non solo per me, ma anche per i giovani.

D: Ci sono delle eccezioni però. Tipo Bebe Vio, che conosci bene.
R:
Certo, lei è l’esempio vivente della forza. Una combattente nata, un vulcano. Ha passato tutto il male possibile e guardate dov’è arrivata. E poi è bravissima, tecnicamente perfetta, velocissima. Ti anticipa ogni mossa. Ho provato a tirare con lei in carrozzina. Per certi versi è più bello perché con le gambe tendiamo a perdere molto tempo saltellando sul posto, in avanti o indietro. Lì invece lo scambio è immediato. Velocità e tecnica allo stato puro.

D: Sei testimonial di #WeWorld, movimento che tutela i diritti delle donne e non soltanto. Che idea ti sei fatta del caso Weinstein? Ci sono stati casi del genere anche nello sport e nella scherma?
R:
Nello sport no, che io sappia. Anche perché nel nostro caso l’unico modo per avere successo è vincere facendo sacrifici e lavorando sodo in palestra. Personalmente sono contro ogni forma di violenza ma temo di dover dire che ci sono tante donne che in quel sistema ci marciano, abbassando la categoria e… sostanzialmente ci provano. Sanno che offrendo il proprio corpo a chi lo desidera possono fare carriera ed è un sistema che non mi piace.

D: Dove ti vedi da qui a 20 anni?
R:
In Nuova Zelanda, a fare il tifo per Ettore, che spero scelga di fare rugby, un altro sport che amo per i valori che si porta dietro.

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