28 Maggio Mag 2018 1356 28 maggio 2018

Federica Angeli racconta A Mano Disarmata: «Non chiamatemi madre coraggio»

Essere una giornalista donna. Sfidare la mafia. Avere dei figli. Tra paura, coraggio e pregiudizi di genere, cosa vuol dire vivere sotto scorta.

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Federica Angeli A Mano Disarmata

Loro hanno le armi, le minacce, le intimidazioni.
Lei, disarmata, ha i suoi occhi e la sua penna.
Federica Angeli, giornalista romana di Repubblica classe 1975, un marito e tre bambini, da tanti anni ha scelto. Scelto da che parte stare: a Ostia, dove vive, da quella giusta. Ha voluto fare la guerra alla criminalità organizzata in un'area, quella romana, dove la mafia sembrava non esistere. Nell'immaginario collettivo la mafia non è altro che Cosa Nostra, la camorra, la 'ndrangheta. Invece no: a Ostia ci sono gli Spada, e ci sono le faide tra clan, che la Angeli sfida da anni. E il 25 gennaio 2018, grazie al suo lavoro, sono scattati 32 arresti per capi e affiliati agli Spada.

«SE SCRIVI TI SPARO IN TESTA»

La sua vita era già cambiata per sempre cinque anni prima: la notte del 16 luglio 2013 è diventata testimone oculare di una scena che andrà poi a raccontare in caserma. Ma quell'esposizione, l'ennesima, stava diventando troppo pericolosa, così Federica Angeli dal 17 luglio di quell'anno vive sotto scorta. L'hanno chiamata giornalaia, zoccola, le hanno detto: «Se scrivi ti sparo in testa. Uccido tua figlia», come racconta nel suo ultimo libro, A mano disarmata (Baldini+Bastoldi). Lei non ha mollato. Ma non crediate che non abbia paura: ne ha tanta, e spesso. Per questo si sente una come noi, una che non vuole essere definita eroina. Ma la sua paura è aiutata dal coraggio, quello di non mollare e continuare a credere che sarebbe altrettanto pericoloso lasciare vivere i suoi figli in un posto in cui si rischia di essere freddati da un proiettile un giorno qualunque, per strada. Così le viene da ridere quando la chiamano madre snaturata. O si sente dire che «Almeno Saviano è single, tu non puoi, hai una famiglia».

DOMANDA: Il 24 maggio ha vinto la prima edizione del premio Daphne Galizia. Che significato ha per lei?
RISPOSTA:
Cosnsidero premi come questo un grosso riconoscimento al valore che viene dato al mio impegno, alla mia lotta e al mio modo di fare giornalismo da gran parte della società civile. Mi ripaga di tanti sacrifici.

D: Come percepisce l'opinione pubblica nei suoi confronti? C'è diffidenza o più affetto?
R: Questo aspetto è cambiato nel corso del tempo. All'inizio c'era molta diffidenza, una delegittimazione che fa parte un po' della strategia mafiosa: da una prima fase iniziale in cui circolavano sul web molte notizie negative, dove venivo dipinta io come la mafiosa, la collusa, devo dire che questa situazione si è completamente capovolta: ora c'è tantissima partecipazione. Molte persone hanno addirittura una sorta di venerazione nei miei confronti, a volte eccessiva..

D: Come la fa sentire?
R: Mi fa sorridere da una parte perché è giusto che le persone ripongano fiducia in me, dall'altra mi carica di un forte senso di responsabilità: già ero una persona scrupolosa nel mio lavoro prima... Ora sapere che i miei pensieri possono condizionare le persone mi porta ad avere ancora un maggior rigore.

D: Capita che la definiscano eroina?
R:
Questa è una definizione che proprio non sento mia.

D: Però capita spesso di mitizzare personaggi come il suo.
R
; Sì, ed è una cosa sbagliatissima secondo me. Io mi sento proprio un anti-eroe. Per questo rimango con i piedi per terra, rispondo a tutti sui social... Il mio lavoro l'ho sempre fatto per strada intervistando le persone. Poi c'è un altro aspetto da non sottovalutare.

D: Quale?
R:
Se le persone ti percepiscono come un eroe allora demandano a te la funzione di una lotta, mentre io credo molto nel gioco di squadra. Questo è anche il senso del mio libro A Mano Disarmata. Vuole dire a tutti: «Se l'ho fatto io, che sono una madre, una moglie, una persona normale, chiunque lo può fare».

D: Quella notte del 16 luglio 2013 è stato uno spartiacque nella sua vita. Ce la racconta?
R:
Dalla mia camera da letto sentivo una ragazza gridare, mi affacciai al balcone e vidi uno scontro su strada tra due clan criminali. Come me erano affacciate tantissime persone, il boss ordinò a tutti quanti di entrare nelle case perché non c'era nulla da guardare. Così tutti obbedirono, tirando giù le tapparelle, anche solo per evitare di vedere per sbaglio qualcosa.

D: Fu quello il momento che cambiò la sua vita.
R:
Sì. Io lì rimasi da sola, infatti sono l'unica testimone oculare andata poi a processo a denunciare quello che avevo visto e questa cosa ovviamente ha avuto forti conseguenze. Avrei potuto voltarmi dall'altra parte a avere una vita tranquilla. Ma io non volevo essere come loro, come i boss.

D: La scorta è scattata subito dopo quella denuncia?
R:
Sei ore dopo, sì. Sono stata contattata dal prefetto che mi ha detto che l'indomani mattina avrei dovuto presentarmi al comando provinciale perché avevano valutato che le mie denunce, due nel giro di un mese e mezzo – una appunto come testimone oculare e l'altra per le minacce di morte e il sequestro che avevo ricevuto allo stabilmento Orsa Maggiore nel corso della mia inchiesta - erano troppe. Mi dissero che in 40 anni nessuno aveva denunciato gli Spada: la mia vita era a rischio e da quel momento sarebbe cambiato tutto.

Il mio primo giorno di scorta salii in macchina e mi sentii come soffocare, ricordo come un senso di claustrofobia. Provai ad abbassare il finestrino, ma era blindato.

D: Immagino che la sua prima giornata con la scorta sia difficile da dimenticare.
R:
Sì, ricordo che arrivai lì insieme a mio marito, mentre all'uscita dal comando non mi fu più permesso di salire in macchina con lui. Da quel momento non viaggiamo più insieme. Fu una scena straziante: due carabinieri della scorta mi dissero di salire con loro sulla loro auto blindata. Salii in macchina e mi sentii come soffocare, ricordo come un senso di claustrofobia. Allora provai ad abbassare il mio finestrino dietro, ma era blindato. Feci la strada per tornare a casa piangendo: avevo dovuto firmare una lunga serie di fogli che dicevano che non avrei potuto più fare cose normalissime.

D: Per esempio?
R:
Come prendere il caffè nello stesso posto. Era il mio capo-scorta che di volta in volta valutava se potevo frequentare un posto piuttosto che un altro.

D: E poi cosa successe?
R:
Andai a casa e comunicai la notizia ai miei figli, ma ovviamente lo feci a modo mio.

D: Quanti anni hanno?
R:
Adesso 13, 10 e 8. All'epoca avevano cinque anni in meno e questo facilitò le cose.

D: Cosa disse loro?
R:
Mi asciugai le lacrime, feci un sorriso e dissi che la mamma aveva fatto un bellissimo articolo e il giornale per premiarla le aveva dato degli autisti. Così, sulla falsa riga de La Vita è Bella, ho iniziato questa specie di gioco perché non gli arrivasse la paura che noi adulti invece vivevamo conoscendo la ferocia di queste persone.

D: Loro come reagirono?
R:
Erano felici di avere gli autisti! Per loro la mamma era diventata evidentemente importante, così mi chiesero dopo quanti articoli ci avrebbero dato la villa.

D: E quella volta che vi scivolò della benzina sotto la porta di casa?
R:
Anche lì dissi che era un gioco, lo chiamai l'acchiappaliquido. E che avevamo vinto noi perché eravamo stati più bravi e accumulavamo punti per arrivare poi alla villa.

D: In questi cinque anni per loro le cose sono cambiate?
R:
Il grande ha finito di leggere il mio libro qualche giorno fa, e anche quello di mezzo lo sta leggendo. Credo che il fatto che abbiamo superato la fase più delicata delle minacce e degli appostamenti sotto casa li rassicuri. Anche perché ormai hanno visto il finale, l'arresto degli Spada.

Mio marito? Non mi ha mai impedito di portare avanti questa lotta ma mi ha fatto riflettere quando mi stavo esponendo troppo. Incontrarlo è stato il mio superenalotto.

D: E suo marito come si pone in tutto questo? Non sarà facile avere a fianco una donna come lei. Ci sono spesso conflitti tra voi?
R:
Lui è senza dubbio la figura più importante nel bilancio della nostra famiglia. Io prendo e parto, sono istintiva, mi butto nelle situazioni, non mi tiro mai indietro. Lui invece è più riflessivo, analizza pro e contro di ogni cosa. Non mi ha mai impedito di portare avanti questa lotta però mi ha fatto riflettere nei momenti in cui mi stavo esponendo troppo. Incontrarlo è stato il mio superenalotto.

D: Da quanto state insieme?
R:
Ormai da 22 anni, e lui sa che il mio modo di lavorare è stato sempre un po' borderline: per nove mesi mi sono infiltrata in un gruppo di persone dell'Est per indagare sul traffico di armi e capire come da Roma venivano smerciate al Sud e alla criminalità organizzata, quindi passavo molte notti fuori casa con il cellulare spento. Nel tempo l'ho abituato al mio modo di lavorare, ma non senza scontri.

D: Comprensibile. Sta spesso con i bambini?
R:
Lui per loro è un vero punto di riferimento perché ci passa molto più tempo di me. Sa essere dolce ma anche severo: è il padre ideale.

D: Non le ha mai chiesto di smettere?
R:
Una volta sì. Quando ci misero la benzina sotto la porta mi disse: «Adesso basta. Cosa vuoi di più? Nonostante la scorta, nonostante i riflettori puntati, questi arrivano al pianerottolo di casa nostra. O la smetti o mi costringi a mettere al sicuro i miei figli».

D: La mise di fronte a una scelta quindi.
R:
Sì. «O continui la tua lotta o scegli me e i bambini». Io sapevo che lui non voleva che smettessi, ma quello era un modo per difendersi. Fu l'unica volta nella vita in cui feci un passo indietro: gli dissi che per quanto possibile mi sarei messa da parte.

D: Come?
R:
Fu un compromesso durato otto mesi in cui continuavo a lavorare, ma nelle retrovie e non in prima linea. Per esempio evitavo di scrivere su Facebook post riferiti ai clan, ma poi proprio in quel periodo scoppiò Mafia Capitale...

D: Ci sono momenti in cui si pensa di non farcela?
R:
Certo. Ce ne sono stati due in particolare. Uno appunto è l'episodio della benzina, l'altro quando hanno iniziato a colpire i miei affetti. Successe che al ristoratore di Ostia da cui andavo a mangiare cosparsero il locale di benzina e la macchina di mia sorella andò a fuoco. Mi sentiii addosso tutto il senso di colpa di aver trascinato in questa storia le persone a me più care. Lì ho pensato di gettare la spugna.

D: E poi?
R:
L'affetto enorme di tutte le persone che mi sostenevano mi ha dato il coraggio e la forza di reagire. Nel periodo in cui mi stavo scoraggiando i miei figli, sempre pensando al gioco, mi dissero: «Quindi mamma vincono loro?». E lì capii che non gliela potevo dare vinta. Basta abbassare la testa una volta per perdere tutto quello che hai conquistato.

D: Ci si può abituare alla paura?
R:
Io ho sempre in mente questa metafora: una medaglia dove da una parte c'è la paura e dall'altra il coraggio. Come testa e croce. La faccia della paura riesco sempre a ribaltarla: quella che provo non mi ha mai completamente paralizzata, è uno stimolo per trovare la forza di girare questa medaglia dal verso che mi piace di più, quello del coraggio.

D: Verrà realizzato un film sulla sua storia. Come mai ha accettato?
R:
All'inizio ero molto perplessa, non amo i messaggi che lasciano serie come Suburra e Gomorra. Ma il regista e produttore Claudio Bonivento mi ha spiegato la sua idea di film e mi ha convinta: gli Spada compariranno solo in due scene e non saranno gli antagonisti della storia, che sarà incentrata sulla mia vita, quella di una persona normale che da un giorno all'altro cambia. E l'antagonista sarà mio marito. Il pubblico si troverà a dover scegliere se essere più come me o più come lui.

D: Serie come Gomorra o Suburra rischiano l'emulazione?
R:
Il fatto è che guardando Gomorra o si tifa per un clan o si tifa per l'altro. Non si sceglie se stare dalla parte del bene o quella del male, sempre male è. Secondo me per questo sono diseducativi.

D: Donne e giornalismo: a che punto siamo? Lei in Italia è una delle poche eccezioni.
R:
Guarda, io sono l'unica giornalista in Italia per mafia romana. E solo oggi se ne parla, ma sono sotto scorta da cinque anni.

D: Si sente discriminata in quanto donna?
R:
Penso che se fossi stata un uomo sarei stata immediatamente creduta e tenuta in considerazione dall'opinione pubblica. Ancora oggi paghiamo lo scotto di essere donne.

D: Episodi sgradevoli?
R:
Ricordo di quando sentivo mormorare nei corridoi delle procure o delle redazioni. «Vabbè, lei si è messa paura perché è emotiva». Non importava se avevo partecipato a combattimenti clandestini e fatto inchieste sulle armi: metterla sul piano dell'emotività con una come me che da 20 anni faceva cronaca nera era evidentemente una questione di genere. E anche per la malavita stessa è stato un affronto.

Mi hanno chiamata «zoccola», hanno detto che tradivo mio marito. Di Falcone non avrebbero mai detto che era un Don Giovanni.

D: Cioè?
R:
Non credevano al fatto che fosse una donna a sfidarli. Pensavano che alla terza intimidazione io mollassi. Anche Falcone e Borsellino sono stati delegittimati, ma gli veniva detto che tutto quello che facevano aveva lo scopo di fare carriera. Le delegittimazioni che hanno riguardato me invece erano che tradivo mio marito o che ero una zoccola. Ovvero tutte di genere. Di Falcone non avrebbero mai detto che era un Don Giovanni.

D: Altri episodi che ha percepito come questioni di genere?
R:
Il 15 maggio 2018 il giudice non se l'è sentita di emettere una sentenza: secondo lui quelle nei miei confronti non erano minacce ma 'tentata violenza privata'. Però l'aggravante del metodo mafioso per quella storia a me non l'hanno data. Mentre quattro anni dopo per la testata data da Roberto Spada a Daniele Piervincenzi (cronista di Nemo, ndr) - guarda caso uomo – sì. Ma quella testata era come il «se scrivi ti sparo in testa» rivolto a me. Solo che nel suo caso il responsabile è andato in carcere, nel mio è stato in libertà per tre anni. E credimi, il motivo è questo: la lotta alla mafia è uomo.

D: Immagino che il fatto di avere figli la renda ancora più attaccabile. Le capita di sentirsi chiamare «madre snaturata»?
R:
Certo! Come no, da tante. Ho anche amiche che mi dicono: «Certo però che tu metti in croce tutta la tua famiglia. Saviano almeno è single!». Come se la denuncia non fosse una forma di difesa. Io invece l'ho sempre vista così. Denunciare è proteggere i miei figli. Non essere omertosi, non rimettersi a dormire.

D: Nell'immaginario collettivo invece una madre non dovrebbe rischiare così tanto.
R:
Esatto. Ma io mi chiedo: e se invece anni dopo il mio silenzio i miei figli fossero stati colpiti da un proiettile? Non è parimenti un rischio farli vivere in una cittadina in cui c'è la mafia? Posso provare a debellarla o devo insegnare loro a chinare la testa?

D: Questo è il motivo per cui ha deciso di rimanere a Ostia?
R:
Sì. E non significa essere eroe. «Madre coraggio»? «Madre coraggio un corno». Io denuncio perché non voglio che i miei bambini debbano abbassare la testa perché qualcuno mette loro paura. Sono loro, i mafiosi, che devono avere paura della legalità, non noi di loro. Noi siamo dalla parte giusta.

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