22 Maggio Mag 2018 1951 22 maggio 2018

Elena Lietti è Sole Pietromarchi ne Il Miracolo: «Sono l'unica first lady d'Italia»

Nella serie - acclamatissima - in onda su Sky Atlantic interpreta la moglie del premier: «Un personaggio che non mi somiglia. Ma vorrei avere la sua schiettezza».

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Elena Lietti Miracolo Sole Pietromarchi

Secondo il dizionario, un miracolo è «un fatto che si ritiene dovuto a un intervento soprannaturale, in quanto supera i limiti delle normali prevedibilità dell'accadere o va oltre le possibilità dell'azione umana».
Come la statua della Madonna che inizia a piangere sangue nella serie tivù Il Miracolo, produzione nostrana che dal punto di vista qualitativo non ha niente da invidiare a quelle americane. Un prodigio, ma con una spiegazione semplice e terrena: sceneggiatura perfetta, recitazione all'altezza. Il terzo (piccolo) miracolo riguardante questa serie, in onda su Sky Atlantic, è intervistarne una protagonista e trovarsi a parlare con una persona simpatica, loquace e disponibile, cosa che (assicura il sottoscritto) non capita spesso. «Interpreto la moglie del premier, l'unico attualmente in carica», inizia scherzando Elena Lietti, tanto teatro al fianco di Filippo Timi, una grande passione per le serie tivù e una devozione per Meryl Streep: «Il personaggio di Sole Pietromarchi non mi somiglia per niente. Io sono una che concilia, che evita il conflitto. Per certi versi mi piacerebbe avere la sua schiettezza e l'assoluta mancanza di diplomazia».

DOMANDA: Come si prepara un personaggio così 'estraneo'?
RISPOSTA:
Leggendo la sceneggiatura decine e decine di volte, soprattutto se ricca come quella che ha scritto Niccolò Ammaniti, una bibbia da dove viene naturalmente fuori il personaggio. Poi ognuno ha il suo modo di interpretare, ma ti direi robe tecniche che ti annoierebbero (ride, ndr).

D: Allora evitiamo. Come ti sei trovata sul set?
R:
Molto bene, e non lo dico per diplomazia. Ho lavorato con la Serie A di cinema e tivù italiani. Io ero quella con meno esperienza e avrei potuto avvertire una certa pressione, ma in realtà ho trovato colleghi generosi da cui ho imparato tanto. Umanamente e professionalmente è stata una fantastica esperienza e ancora oggi siamo in contatto.

D: Conoscevi Ammaniti come scrittore?
R:
Sì, è molto gotico e per questo mi è sempre piaciuto. Mi affascina indagare nei colori meno confortevoli e nelle zone buie.

D: Che regista è?
R:
Insieme agli altri due registi della serie (Francesco Munzi e Lucio Pellegrini, ndr) è riuscito a trovare la quadra, unendo tre visioni in una sola. Guardando la serie non si capisce chi ha girato cosa. Con lui ho capito il significato del termine 'showrunner': anche quando non era dietro alla macchina da presa era sempre lì, e la sua visione è sempre stato il collante del lavoro di tutti.

D: Mettere insieme tre registi e avere questo risultato può essere un piccolo miracolo. Ma nei miracoli, quelli 'veri', ci credi?
R:
Sono aperta rispetto all'esistenza di una dimensione trascendente. Sono cresciuta in famiglia cattolica, nel corso degli anni non ho praticato molto, ma ho un senso religioso. Ecco, ogni volta che faccio un'intervista penso che sia un miracolo, dopo tanta fatica (ride ancora, ndr)!

D: Tanta fatica fatta a teatro. Preferisci il palcoscenico o il set?
R:
Sono cose totalmente diverse. Il cinema non è il mezzo dell'attore, ma del regista e del montatore, che insieme creano la performance. Sul palcoscenico non c'è nessuno che dice stop, è tutta roba tua. È una palestra, non so se necessaria ma di sicuro molto utile. E credo che agli attori ogni tanto faccia bene un'iniezione di teatro, con la sua libertà. Comunque sono sempre stata appassionata di cinema, dunque arrivare a fare un lavoro consistente davanti alla macchina da presa è bellissimo: amo proprio tutti gli aspetti tecnici di un film.

D: Hai sempre voluto fare l'attrice?
R:
Sì, fin da bambina. Ma professionalmente ci sono arrivata un po' tardi o, con gli standard odierni, relativamente tardi: ho preso il primo stipendio da attrice all'età in cui mio padre comprava casa e aveva due figli...

D: Ovviamente, la crisi ha colpito anche questo settore.
R:
La mannaia economica ha tagliato ovunque. Ci sono poche produzioni per l'offerta di attori e aspiranti lavoratori nello spettacolo. Cinque film e 500 mila attori. Numeri che ti faccio a caso, ma forse vicini alla realtà. D'altra parte è un lavoro che non fai per i soldi, perché in questo settore il denaro è un'eventualità remota. Qualcuno dice che sia una malattia ed è vero: è un'urgenza che hai addosso, ti devi sfogare recitando.

D: Nonostante tutto, l'Italia negli ultimi anni ha sfornato prodotti interessanti: Gomorra, 1992, Suburra, volendo anche The Young Pope che è una coproduzione.
R:
Vero, tutte serie a cui Il Miracolo fa giustamente compagnia. Il più bel complimento è stato sentirci dire che abbiamo alzato l'asticella in termini di qualità.

D: Sei un'appassionata di serie tivù?
R:
Sì, perché permettono di approfondire storie e personaggi. E quando sono lunghe significa che sono fatte bene, perché altrimenti non starebbero su insieme. Difficilmente le vedo quando escono, ma le recupero dopo. L'ultima serie che mi ha entusiasmato è The Crown: ne sono follemente innamorata, perche è scritta divinamente e ha personaggi stupendi.

D: È la tua serie preferita?
R:
No, prima vengono I Soprano: sei stagioni senza mai mollare un colpo, senza nessun impoverimento nel racconto, con episodi di un'ora, cosa all'epoca ancora rara. Ma che personaggio è Carmela? Straordinario, ci ripenso ancora oggi.

D: Un film che hai visto di recente e che ti è piaciuto?
R:
Te ne dico uno che è uscito qualche anno fa (del 2012, ndr) e che mi ha fatto soffrire come un cane: Alabama Monroe, una bomba di sadismo che ti distrugge.

D: Il tuo film preferito?
R:
Eh, qui dobbiamo andare indietro. Probabilmente qualcosa di Billy Wilder: L'Appartamento o Viale del Tramonto. Oppure M*A*S*H di Robert Altman. Sono vecchia, sono vintage, ma parliamo di film che sono ancora lì, ad aspettare che qualcuno li superi. Parlando di registi, tra gli italiani mi piace Paolo Virzì, che ho intercettato sul set de La Pazza Gioia (ha recitato nel ruolo di Annapaola, ndr): amo il suo umanesimo e la sua ironia. Quando sei capace di far ridere in quel modo lì, vuol dire che sei un genio.

D: La tua attrice cult invece?
R:
Scusa, ma si può indicare qualcuno che non sia Meryl Streep? Lei è Dio. Poi ci sono tante altre attrici molto brave, ma nessuna è come lei.

D: Nella storia del cinema, quale parte ti sarebbe piaciuto recitare? La sua ne La Scelta di Sophie, magari...
R:
No, per carità. Chissà come ha fatto a recuperare dopo le riprese. A farlo e uscirne vive ti direi di sì, ma non so se ci sarei riuscita. Dai, scelgo un'altra parte sua, quella ne I Ponti di Madison County.

D: A proposito di ruoli, ce n'è uno a cui sei stata vicina e che poi non hai ottenuto?
R:
Sì, ma senza rimpianti. Non perché non fossero ruoli validi, ma semplicemente perché sono riuscita a fare altro che mi ha dato grande soddisfazione. Ho fatto sempre pace con le cose non accadute. Finora eh, speriamo di continuare così.

D: Teniamo le dita incrociate. E se invece potessi scegliere un ruolo? Che ne so, la spia, l'assassina a sangue freddo, la detective...
R:
Mi piacerebbe fare un supereroe, una degli Avengers: mio figlio sarebbe entusiasta. Ma mi accontenterei anche di essere la prima Lara Croft italiana (ride, ndr).

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