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18 Maggio Mag 2018 1812 18 maggio 2018

Nunzia Schiano a Cannes con Dogman: «Donne, puntiamo sull'autostima»

Nel nuovo film di Matteo Garrone interpreta una madre lontana dagli stereotipi convenzionali. E su #MeToo dice: «Grazie ad Asia Argento per aver alzato il velo».

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Interprete di ruoli impegnati per il cinema e soprattutto il teatro, Nunzia Schiano è una delle poche donne presenti in Dogman, il nuovo film del regista romano Matteo Garrone, che racconta di una periferia sospesa tra metropoli e natura selvaggia, dove l'unica legge sembra essere quella del più forte. Una storia liberamente ispirata a una nerissima vicenda di cronaca avvenuta anni fa alla Magliana, che ha la forza dirompente di mettere lo spettatore di fronte a qualcosa che riguarda tutti: le conseguenze delle scelte che si fanno quotidianamente per sopravvivere, dei sì che si pronunciano e che portano a non poter più dire di no, dello scarto tra chi si è e chi si pensa di essere.

DOMANDA: Cosa dobbiamo aspettarci da questo film?
RISPOSTA:
È una pellicola molto potente. Ho assistito ieri sera alla proiezione ed è stata una delle poche volte in cui la sala è rimasta in silenzio dall’inizio alla fine. Questo per il suo potere coinvolgente e la capacità di tutti gli attori di calarsi in spaccati di vita che pur sembrando irreali fotografano zone degradate esistenti in ogni parte del mondo e dove molte persone vivono il proprio quotidiano.

D: Com’è il suo personaggio?
R: La madre dell’ex pugile Simoncino ha un ruolo intenso ma molto piccolo visto che la storia è focalizzata su Marcello, il proprietario del negozio di toelettatura per cani Dogman. Interpretarlo mi è piaciuto molto perché credo che anche le piccole sfumature servano a rendere importante un’opera, nella quale noi attori siamo l’estensione del pensiero del regista, e perché mi ha permesso di uscire dai ruolo che solitamente mi vedono impegnata. Spesso vengo scelta per dare volto alla classica mamma del Sud che nell’immaginario collettivo corrisponde a determinate caratteristiche, mentre in questo caso è completamente diverso.

D: Com’è stato lavorare con un regista come Matteo Garrone?
R:
Avevo già lavorato con lui per il film Reality ma devo dire che ogni volta è un’esperienza entusiasmante, anche se in questo caso l’ho vissuta più freneticamente essendo impegnata contemporaneamente nella commedia teatrale Filomena Martorano. Ciò che più mi affascina è vederlo al lavoro con la macchina da presa a spalla. Garrone non si avvale del lavoro di un operatore quindi non esiste mediazione, l’occhio è sempre il suo e questo per un attore può essere più difficile visto che è impossibile sfuggire o barare ma è anche un grande aiuto perché permette di entrare completamente in ciò che si fa. Avere la fortuna di lavorare con un regista così è un privilegio inestimabile, non contano le battute che si dicono ma l’esperienza in sè.

D: Lei ha esordito con il teatro ma è stata consacrata al pubblico dal cinema: quale delle due esperienze preferisce?
R:
Sono due espressioni linguistiche e narrative molto diverse. Il cinema mi ha aiutato ad affinare il senso della misura perché impone di lavorare con un occhio molto vicino, quello del regista, costringendo inevitabilmente a darsi delle limitazioni. Insegna inoltre ad essere pazienti nei molti momenti di attesa anche se di contro non offre quasi mai la possibilità di affinare il lavoro perché capita spesso di passare da un set all’altro senza potersi soffermare troppo su ciò che si è appena fatto.

D: E il teatro?
R:
È senza alcun dubbio il mio primo amore. Infatti, nonostante i crescenti impegni con tv e cinema, cerco sempre di portare avanti quelli sul palco. Non è facile visto che da quando ho iniziato circa 40 anni fa, si dice che il teatro stia morendo, ma il fascino che emana resta indiscutibile, grazie al rapporto con il pubblico e agli incontri con persone con le quali scambiare incredibili e arricchenti sinergie.

D: Il mondo del cinema è stato travolto dallo scandalo molestie. Cosa pensa dei casi Weinstein e Brizzi?
R:
Oltre all’ovvia considerazione di come le molestie vadano sempre e comunque condannate credo sia necessaria da parte delle donne, in questo caso attrici o aspiranti tali, una consapevolezza diversa e un’autostima maggiore.

D: In che senso?
R:
Può sembrare brutto da dire, ma dobbiamo diventare più brave a evitare certe situazioni e sapere fin da subito che i provini non si fanno nelle camere da letto degli hotel, anche se mi rendo conto che molto spesso ci si trovi in situazioni dalle quali diventi molto difficile uscire, e che alcune cose dette poi non sia così facile applicarle, soprattutto se si è molto giovani.

D: Essere giovani a volte complica le cose.
R:
La presa di coscienza della dignità femminile dovrebbe partire dall’educazione di base, in modo che venga naturale dire «no grazie», in qualunque situazione o ambiente, a meno che non lo si voglia, magari in nome del desiderio così grande di raggiungere un obiettivo a tutti i costi.

D: Perché invece spesso non è così automatico?
R:
In molte circostanze la colpa è anche delle madri, sia delle femmine che dei maschi. Nel primo caso quando vedo che sono loro le prime a spingere le figlie ragazzine o ancora bambine a partecipare a forza a concorsi di bellezza, gettandole prima del tempo e con ostinazione in certi ambienti, inorridisco. Indubbiamente questo non aiuta allo sviluppo della consapevolezza del proprio valore, così come l’invito che viene spesso fatto alle donne di pazientare di fronte a comportamenti non graditi del partner, più o meno gravi che siano.

D: E nel secondo?
R:
Per non parlare della difensa a oltranza del figlio maschio, magari violento con la compagna, sul quale molte madri fanno scudo cieco sostenendo non fosse mai stata aggressivo prima.

D: Molte donne non denunciano perché poi spesso si ritrovano da accusatrici ad accusate.
R:
È vero ed è terribile, e purtroppo accade soprattutto in Italia. Ad Asia Argento ad esempio si potrebbero imputare mille cose, dalla modalità alle tempistiche, ma non si può prescindere dal darle il merito di aver alzato il velo. Senza di lei le altre attrici, anche alcune star hollywoodiane ben più titolate, non avrebbero mai parlato, per questo meritava sicuramente più rispetto, invece è stata vittima di ogni tipo di attacco.

D: Lei ha mai vissuto episodi dubbi?
R:
Personalmente non ho mai subito nulla di vicino a ciò che si racconta ma questo non vuol dire che certi fenomeni non esistano, anzi. Credo di esserne estranea anche perché ho sempre scelto uno stile di vita particolare. Non ho mai pensato che Roma fosse il centro del mondo e non mi sono mai trasferita da Portici, dove sono nata. Frequento pochissimo il modo dello spettacolo e proprio questo restare con i piedi ben saldati a terra senza perdere il contatto con la realtà è fondamentale per non rischiare di trovarsi in situazioni difficili o critiche.

D: Cosa pensa del movimento #Metoo e di Dissenso Comune, la lettera firmata da molte attrici italiane contro il sessismo e le molestie? Sono strumenti utili per migliorare le cose?
R:
Possono esserlo se non restano spot fini a se stessi ma danno seguito a qualcosa in più, aiutando le donne a farsi più spazio, a patto che abbiano qualcosa da dire. Vale per il cinema, la politica e qualunque altro ambiente. Inorridisco di fronte al concetto di quote rosa, non sono un panda da proteggere o preservare, non voglio lavorare solo perché sono donna ma voglio essere messa nelle condizioni di potermi esprimere alla pari di un uomo, nulla di più. Poi se il mio lavoro è meritevole emergerà, come nel caso di Alice Rohrwacher, che nella sua carriera ha conquistato diversi premi e quest’anno concorre alla Palma d’Oro a Cannes con Lazzaro Felice. Un produttore deve investire su un film girato da una donna perché ci crede, non in quanto donna, solo così si preserva la dignità.

D: È stata coinvolta in Dissenso Comune?
R: Non sono stata contattata, probabilmente perché non vivo molto i cosìddetti 'circuiti romani', ma anche nel caso fossi stata interpellata non so se avrei aderito perché appunto amo di più le azioni concrete.

D: Il cinema come racconta le donne? E che responsabilità ha?
R:
Enorme, e in tal senso la strada da fare è ancora lunga. Quasi sempre nelle sceneggiature, soprattutto italiane, le donne hanno ruoli di mogli, fidanzate, figlie, sorelle di... È difficile che siano protagoniste o alla pari degli uomini, a meno che la storia non sia dichiaratamente al femminile, con trame omosessuali o che l’attrice scelta abbia un potere contrattuale più forte del collega uomo.

D: Cosa si può fare per cambiare le cose?
R:
Credo che, oltre ad una cultura da ribaltare, il cambiamento debba compiersi attraverso progetti di alto livello. Tutti i movimenti femministi, in qualunque ambiente, dovrebbero avere questo obiettivo primario, promuovere la qualità del lavoro femminile prima della quantità. Fa di più per le donne un bel film fatto bene che dieci mediocri.

D: Qual è il personaggio che ha interpretato che le è rimasto maggiormente nel cuore?
R:
Li ho amati e odiati tutti, ma un ricordo speciale è legato all’esperienza in Sul Mare di Alessandro D’Alatri, anche perché mi ha permesso di incontrare una persona, Alessandro, molto importante sia per il mio percorso di crescita professionale che personale.
E poi non dimentico il ruolo che ha ricoperto in Benvenuti al Sud, che mi ha dato una visibilità notevole, ma potrei citarne altri anche perché metto sempre il cuore in ciò che faccio, non amo usare solo la testa. La bellezza di questo mestiere è che alla lunga il pubblico ti riconosce che stai dando tutto quello che hai ed è una grande soddisfazione.

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