21 Febbraio Feb 2018 1444 21 febbraio 2018

La storia di Lidia Vivoli, sfuggita a un femminicidio: «Vivo nella paura»

Nel 2012 il suo ex l'ha ridotta in fin di vita. Oggi combatte per tutte noi. E su Change.org chiede che per le denunce decada il limite dei sei mesi. Ma il suo inferno non è finito.

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Lidia Vivoli

Fino al 2012 Lidia Vivoli aveva una vita come tante. Faceva l’assistente di volo per una compagnia low cost a Palermo, la sua città, e cercava di superare il trauma della separazione dal marito dedicandosi al lavoro e ai cani, che ama e salva dalla strada.
Poi tutto è cambiato quando ha conosciuto un uomo, era diverso dai suoi standard, ma ha cominciato a frequentarlo: doveva provare a voltare pagina, e anche le sue amiche la invitavano spesso a rifarsi una vita.
Ma mentre Lidia cercava serenità, si è ritrovata protagonista di lungo un incubo: l’uomo che all’inizio la faceva sorridere e le cucinava il pesce è diventato il suo persecutore e ha tentato di ucciderla. Sfuggita al femminicidio, questa donna coraggiosa oggi lavora in prima linea per sostenere le donne vittime di violenza. Tanto che a poche settimane dal voto ha lanciato una petizione sulla piattaforma Change.org, per chiedere ai candidati di cambiare la legge, in modo che si possa procedere d’ufficio per il delitto di violenza sessuale e che ogni donna abbia comunque tutto il tempo necessario per presentare denuncia oltre il limite dei sei mesi concessi attualmente per legge: perché scaduto quel tempo l’aggressore rimane impunito.

DOMANDA: La sua storia è incredibile, Lidia. Cominciamo dall’inizio: come fa un uomo premuroso a trasformarsi in un assassino?
RISPOSTA: Due mesi dopo l’inizio della nostra relazione siamo andati a vivere insieme a Catania, dove mi ero dovuta trasferire per lavoro. A quel punto, il suo affettuoso stare insieme ha cominciato a rivelarsi ossessivo. Mi accompagnava persino dall'estetista e dalla parrucchiera e stava così vicino a me, nell’intento di ascoltare cosa dicevo, che loro non riuscivano quasi a pettinarmi o a eseguire i trattamenti. Poi mi seguiva ovunque, mi aspettava davanti a casa. Si alzava alle 4 del mattino per venire all'aeroporto con me: diceva che era un piacere, ma era controllo.

D: Cos'altro succedeva in quel periodo?
R:
Io ho sempre avuto telefoni senza pin che lasciavo in giro e ho amici cari che chiamo «tesoro» senza che ci sia nulla tra noi. Per me anche i cuoricini nei messaggi sono cose innocenti. Un giorno lui mi ha chiesto il telefono per controllarlo. Mi sembrava strano, perché era sempre lì a disposizione e ho pensato che si trattasse di uno scherzo, così gli ho negato il permesso di guardare il cellulare. A quel punto mi ha picchiato. Era il gennaio del 2012. Mi ha dato uno schiaffo e sbattuto la testa contro il muro. Sono andata all’ospedale e mi sono fatta dare un referto, ma con una prognosi di due o tre giorni non è successo nulla.

D: Cosa intende?
R:
In Italia una persona deve avere almeno 20 giorni di prognosi perché la autorità intervengano in sua difesa, quindi io ne avevo troppo pochi. Comunque lui mi ha raggiunta in ospedale e ha cominciato a comportarsi in modo strano. Prima mi chiedeva perdono, poi mi accusava. Io ero confusa e spaventata. Ed ero anche sola, perché non potevo parlare con nessuno. Non avevo appoggio.

D: Nessuno con cui confidarsi?
R:
Nessuno in realtà, nemmeno le forze dell’ordine.

D: E poi?
R:
L’ultima domenica di giugno del 2012 mi ha proposto di andare in gita a Tindari. In chiesa si è buttato in ginocchio davanti a me, chiedendo perdono. Una cosa strana. La sera c’era traffico, così siamo rimasti bloccati lungo la strada. Lui doveva accompagnarmi e poi ritornare a casa sua, ma vista l’ora tarda mi ha chiesto di restare da me. Io ho accettato, anche perché avevo paura di una reazione violenta, se gli avessi intimato di andarsene.

D: Cosa è successo a quel punto?
R:
Dormivamo vicini e a un certo punto ho sentito che si è alzato per andare in bagno. Erano quasi le 2. Ricordo i rumori dei suoi passi mentre tornava in camera. Io ero sdraiata a pancia in giù, lui si è avvicinato tenendo in mano una bistecchiera di ghisa, che aveva preso dalla cucina, e ha iniziato a darmela sulla testa, con colpi tali che non potevo muovermi. Poi il manico si è rotto, io sono riuscita ad alzarmi e ho visto che brandiva un paio di forbici come un pugnale.

D: Come è riuscita a sfuggire?
R:
Ho pensato che fosse finita. Ho tentato di togliergli le forbici dalle mani, ma mi sono arrivate in faccia e mi hanno tagliato lo zigomo. Ho cominciato ad annaspare, lui mi inseguiva, mi dava altri fendenti. Ha preso il filo dell’abat-jour per strangolarmi, in qualche modo l’ho bloccato. Mi trascinava per la stanza tirandomi i capelli, mi sbatteva ovunque la testa.

D: Un incubo...
R:
A un certo punto ho visto che ha preso il filo del ventilatore, ma sono riuscita ad agguantarlo e a lanciarlo lontano. Allora si è arrabbiato, mi ha messa schiena a terra e ha cominciato a darmi pugni in faccia. Poi con le unghie mi ha aperto la gola. Non contento, ha ripreso le forbici e mi ha ferito all’addome. Io ho reagito, gli ho strizzato i suoi testicoli per farlo allontanare.

Ho chiamato il 118, che ha avvertito la polizia, e sono svenuta. I medici e gli agenti mi hanno trovato accucciata sul letto, quasi in fin di vita.

Lidia Vivoli

D: Cosa pensava in quei momenti?
R:
Ero convinta che sarei morta. Ricordo che il mio cervello girava all’impazzata. Cercavo di bloccarlo, sentivo il respiro che mi abbandonava. Poi si è alzato e ha bloccato la porta di uscita: ero prigioniera perché le finestre avevano le grate.

D: Era letteralmente in trappola.
R:
Sì. Allora ho iniziato a parlare. Ho finto di stare bene e gli ho detto che non sentivo male, che non lo avrei denunciato e che poteva andarsene. Ho ripetuto che era tutto a posto. Per tre ore ho recitato una parte, così si è allontanato. A quel punto ho chiamato il 118, che ha avvertito la polizia, e sono svenuta. I medici e gli agenti mi hanno trovato accucciata sul letto, quasi in fin di vita.

D: Lui dove si è diretto dopo l'aggressione?
R:
Era a casa a dormire. È stato arrestato, ma dopo cinque mesi mi ha contattato via Facebook perché era fuori di prigione, in attesa di processo, e ha cominciato ad accusarmi e perseguitarmi. Sosteneva che era innocente e che io ero una prostituta di mestiere. Per due anni ho subito il suo stalking.

D: Ma non è finito in tribunale?
R:
Si, c’è stato il processo per tentato omicidio e sequestro ed è stato condannato a quattro anni e sei mesi, ma non è stato messo subito in carcere. Così continuava a mandare messaggi in cui dimostrava che mi seguiva, sapeva dov’ero. Ha picchiato il mio nuovo compagno, minacciato i miei amici, che ora mi evitano.

D: Perché nessuno interveniva per proteggerla da queso inferno?
R:
Segnalavo gli episodi, ma non succedeva nulla. Ho persino fatto finta di essere accondiscendente per prendere tempo, pensando che prima o poi sarebbe tornato in carcere. L’ultima volta che l’ho visto, mi ha accusato di avere altri uomini. Io gli ho risposto per le rime e lui mi ha rotto il labbro con uno schiaffo. Ho avanzato un’altra denuncia e da allora non è successo più nulla. So che il 10 ottobre 2017 è uscito dalla prigione e mi aspetto che torni. Anche perché aveva minacciato di uccidermi se avessi detto cosa mi aveva fatto e mostrato le foto delle violenze subite, ma io l’ho fatto comunque.

D: E adesso ha deciso di impegnarsi in prima persona per proteggere le donne.
R:
Ho constatato in prima persona come per le vittime di violenza non ci sia nessun sostegno. Trovo ingiusto che gli aggressori possano ottenere benefici fino a tre mesi di sconto sulla pena ogni anno, se si comportano bene, mentre per le vittime non esistono aiuti di alcun genere. Quando una donna denuncia una violenza, poi è abbandonata nelle mani del carnefice. Le vittime di mafia hanno agevolazione e protezione, anche i figli dei mutilati di guerra ricevono benefici, ma per le donne violentate o aggredite non è previsto niente di simile.

D: Perché secondo lei?
R:
Forse perché ad essere uccise sono donne comuni e non le figlie di persone importanti.

Ho deciso di combattere: almeno avrò fatto la differenza, avrò lottato per il bene. Voglio farlo per me e per i miei figli che sono piccoli.

Lidia Vivoli

D: A distanza di tempo da quella atroce aggressione, come si sente oggi?
R:
Lui mi ucciderà prima o poi, me lo sento. Ma non cambio il mio atteggiamento. Sono cresciuta con mia madre che lavorava in tribunale e conosceva Giovanni Falcone. Mi ha insegnato il valore della giustizia. Per questo ho deciso di combattere: almeno avrò fatto la differenza, avrò lottato per il bene. Voglio farlo per me e per i miei figli, che sono piccoli.

D: Cosa spera di ottenere?
R:
Voglio combattere contro storture e pregiudizi, in questa cultura maschilista. Noi donne dobbiamo denunciare la violenza. Se le denunce aumentano, qualcuno a Roma si deve rimboccare le maniche. Insieme si può portare qualche cambiamento.

D: Ha qualche suggerimento da dare alle donne in situazioni simili alla sua?
R:
Andate via al primo segnale di controllo da parte dell’uomo. Maschi e femmine sono diversi. A renderci uguali sono rispetto e libertà. Quando un fidanzato o un compagno comincia a controllare la vita della donna, magari anche solo facendole chiudere con i vecchi amici, la sta sottoponendo ad un test. Se lei cede, poi l’oppressione e la violenza crescono. La prima cosa è conservare la propria libertà.

D. In questo progetto di aiuto alle donne rientra anche la petizione che ha appena lanciato su Change.org per chiedere ai candidati alle elezioni di marzo, di cancellare la scadenza di sei mesi per la denuncia di una violenza.
R: Quel limite temporale non ha senso. Se uno non paga il bollo dell'auto lo Stato gli chiede di farlo anche cinque anni dopo la data, mentre per la segnalazione di un reato tanto grave, che rovina la vita di una persona, c’è solo un lasso di tempo minimo.

D. E molte donne non riescono a venire allo scoperto con la loro storia così in fretta.
R:
Ci sono dinamiche complicate. Quando una donna viene stuprata si sente sporca, si vergogna e non ce la fa a raccontare. L’ho capito parlando con tante vittime, che, indipendentemente dall’età, si sentono giudicate dalla società, che le colpevolizza: perché sono belle, indossano la minigonna, bevono un bicchiere di più, escono la sera. Denunciare una violenza è difficile, tanto che la dottoressa che è stata stuprata mentre lavorava in ambulatorio, qui in Sicilia, non è riuscita a farlo nei tempi previsti. Per qualche motivo, è come se il cervello si rifiutasse di ammettere la violenza e di chiederne conto.

D: Nel suo caso non è successo.
R: Attenzione, però, sono storie diverse. Io ero in fin di vita e la denuncia sarebbe partita comunque.

D: Dopo gli scandali di Hollywood, si parla ormai da mesi della campagna MeToo, che vuole spingerle a non tacere sulle violenze. Cosa ne pensa?
R: Non ho voluto esprimermi, perchè quando a parlare sono persone famose si perde un po’ il senso della verità.

D: Non la convince?
R: Io sono dalla parte della giustizia, a favore delle vittime e contro i carnefici, chiunque essi siano. Ma queste violenze hanno caratteristiche un po’ diverse. Quale donna non ha mai avuto una proposta in ambito professionale? Se fossi stata disponibile forse io oggi lavorerei, ma visto che conto su competenze e qualità, sto ancora cercando un’occupazione.

D: A distanza di tempo da quella atroce aggressione, come si sente oggi?
R:
Lui mi ucciderà prima o poi, me lo sento. Ma non cambio il mio atteggiamento. Sono cresciuta con mia madre che lavorava in tribunale e conosceva Giovanni Falcone. Mi ha insegnato il valore della giustizia. Per questo ho deciso di combattere: almeno avrò fatto la differenza, avrò lottato per il bene. Voglio farlo per me e per i miei figli, che sono piccoli.

D: Cosa spera di ottenere?
R:
Voglio combattere contro storture e pregiudizi, in questa cultura maschilista. Noi donne dobbiamo denunciare la violenza. Se le denunce aumentano, qualcuno a Roma si deve rimboccare le maniche. Insieme si può portare qualche cambiamento.

D: Ha qualche suggerimento da dare alle donne in situazioni simili alla sua?
R:
Andate via al primo segnale di controllo da parte dell’uomo. Maschi e femmine sono diversi. A renderci uguali sono rispetto e libertà. Quando un fidanzato o un compagno comincia a controllare la vita della donna, magari anche solo facendole chiudere con i vecchi amici, la sta sottoponendo ad un test. Se lei cede, poi l’oppressione e la violenza crescono. La prima cosa è conservare la propria libertà.

Qualche ora dopo la pubblicazione di questa intervista la petizione lanciata da Lidia su Change.Org ha raggiunto le 70 mila firme e ottenuto l'appoggio di Asia Argento.

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