14 Agosto Ago 2019 1401 14 agosto 2019

Donne e Intelligenza Artificiale: uno sguardo al futuro

IA, automazione, nuove tecnologie: che ricadute avranno sull’occupazione femminile? Intervista a Ivana Bartoletti, tra le fondatrici del network internazionale Women Leading in Artificial Intelligence.

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Intelligenza Artificiale Donne Lavoro 2

Secondo il rapporto 'The future of women at work’ del McKinsey Global Institute' con la rivoluzione digitale entro il 2030 fra i 40 e i 160 milioni di donne dovranno pensare a una nuova occupazione oppure riqualificarsi. «L’intelligenza artificiale è agli inizi e così anche la robotica», spiega a LetteraDonna Ivana Bartoletti, fra le fondatrici del Women Leading in Artificial Intelligence, network internazionale lanciato presso la School of Economics di Londra nel maggio 2018 per riflettere su come governare nel migliore dei modi l’IA. «La vera sfida che si apre per noi è tutta politica, non tecnologica», precisa l’esperta: «Come possiamo fare in modo che le tematiche di genere siano determinanti nella definizione dei piani di sviluppo economico legati all’intelligenza artificiale e alle nuove tecnologie?».

Ivana Bartoletti.

DOMANDA. Partiamo proprio da questa sua domanda. Come è nato Women Leading in Artificial Intelligence?
RISPOSTA.
Dal fatto che l’IA sta trasformando il mondo. In questo senso, è molto di più di una tecnologia, ma è potere, in senso geopolitico: ogni Paese ha una sua strategia e vuole competere a livello globale. Cina e Stati Uniti sono all’avanguardia, con due modelli diversi: uno fondato sul controllo sociale da parte dello stato, l’altro fondato sul mercato. L’Europa cerca di competere sul terreno dell’etica e della regolamentazione. Ed è anche potere perché può trasformare il modo con cui viviamo, cosa leggiamo, come stiamo con gli altri e con gli artefatti che creiamo. Le donne devono guidare questa trasformazione e non esserne vittime. Non si tratta solo di algoritmi: abbiamo bisogno di definire il futuro dell’umanità nell’era dell’artificiale.

Ma c’è un rischio che gli algoritmi e le intelligenze artificiali possano essere ‘maschilisti’?
Si, e per vari motivi. Il primo è che i dati che sono utilizzati sono quelli attuali, e quindi rappresentano i problemi di disuguaglianza che esistono oggi nella società. Il problema dell’IA deriva dal fatto che gli algoritmi non fanno che replicare tali problemi. Ma i dati non solo l’unico punto critico: molto dipende anche da come questi vengono interpretati e da come i vari parametri e ‘pesi’ dentro gli algoritmi vengono definiti.

Cosa possono fare le donne in Italia e in Europa per non perdere importanti occasioni di lavoro nel prossimo futuro?
Prima di tutto non dobbiamo colpevolizzare le donne perché non vogliono fare qualcosa da cui sono state tagliate fuori da decenni di pregiudizi. Occorre creare modelli di riferimento che incoraggino le giovani donne, e forzare le aziende a fare di più nel creare ambienti dove le donne possano progredire con la carriera. C’è poi un altro punto. L’IA ha bisogno di etica, umanesimo, antropologia e business. Abbiamo bisogno di più donne in tutte queste aree. La questione non è solo creare gli artefatti che utilizziamo ma definire come costruiamo le regole intorno all’IA. Quindi abbiamo bisogno di donne leader sia nella tecnologia che nella politica.

Intanto però ad oggi meno del 20% dei lavoratori in ambito tech è donna. Quali sono le ragioni di questa disparità?
In Asia non è cosi. Questo è un problema tutto occidentale e dipende dal modo in cui si è evoluto il settore negli ultimi 60 anni. Prima di allora, c’erano tantissime donne: il lavoro al computer era visto come un’occupazione da segretarie, e così il coding e gli algoritmi. Solo in seguito abbiamo assistito alla professionalizzazione e managerializzazione del lavoratore tech, diventato super-pagato e, di conseguenza, super-macho. A tutto questo si aggiungono i diversi stereotipi e una cultura dicotomica che contrappone scienza e tecnica a arte e creatività. Per le poche donne che diventano programmatrici e developers nell’IA, si apre la sfida di un ambiente maschilista.

Secondo quanto riportato da McKinsey, se ci fosse una reale parità di genere, entro il 2025 il Pil mondiale crescerebbe di 12 triliardi di dollari…
Nel mercato del lavoro parità vuol dire accesso a tutti le professioni, fino al livello manageriale. Se i board fossero più equilibrati, penso che l’economia funzionerebbe meglio. La ricerca ha dimostrato che le donne hanno in genere un diverso approccio al rischio. E diversità come motore di sviluppo economico e sociale vuol dire aprire a tutte le donne.

Il settore della sostenibilità in ambito aziendale potrebbe essere in futuro uno dei più proficui. È così?
Si, è vero. Credo che questo avvenga per vari motivi. La reputazione, certo, e il vantaggio competitivo che comporta. Ma anche il fatto che i consumatori e i cittadini sono più attenti a questo aspetto, dopo che scandali come quello di Cambridge Analytica hanno creato una crisi di legittimità nella tecnologia. Compagnie che sono in grado di trarre vantaggio dai dati, e da tecnologie come IA e blockchain, e che sono capaci di farlo in modo etico, con il coinvolgimento di utenti e cittadini, avranno sicuramente una marcia in più nel mercato.

Quali sono le raccomandazioni che possono essere fatte ai vari governi affinché regolino lo sviluppo dell'IA?
Primo, bisogna partite da quello che c’è già e assicurarsi che l’IA ne faccia parte. Enti regolatori in tutti gli ambiti devono essere messi nelle condizione di capire cosa l’IA significhi per loro. In secondo luogo, algoritmi che prendono decisioni su questioni fondamentali della nostra vita devono essere regolamentati e scrutinabili dal Garante per la privacy o un ente simile. Inoltre, ci vuole una grande campagna educativa che spieghi cosa sia l’IA e come sia già presente nella nostra vita. Infine, le compagnie devono abituarsi ad audit dei loro sistemi: il segreto commerciale o software proprietario non possono essere una scusa per evitare la trasparenza.

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