Femminismo

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3 Giugno Giu 2019 1905 03 giugno 2019

Perché l'Italia è 19esima nella classifica della parità di genere

Il Paese con meno discriminazioni? La Danimarca. L'Italia migliora, ma è indietro sul fronte tecnologico. E sulle politiche famigliari il ddl Pillon è visto come una minaccia ai diritti femminili.

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Parità Di Genere Italia Classifica Gender Gap

Il 40% delle donne nel mondo vive in Paesi nei quali la parità di genere resta un'utopia, mentre un altro 40% deve fare i conti con condizioni al di sotto degli standard minimi. In generale nessun Paese al mondo si avvicina agli obiettivi indicati dai Sustainable development goals (Sdg), gli obiettivi di sviluppo sostenbile delle Nazioni Unite, gli obiettivi di sviluppo sostenibile, che al quinto posto indica proprio la parità di genere. A guidare la classifica mondiale 2019 si trova la Danimarca, mentre l’Italia è 19esima.

LA TOP 10: DALLA DANIMARCA ALL'AUSTRALIA

Usa ed Europa rappresentano le aree del mondo nelle quali le condizioni delle donne sono migliori e la Danimarca detiene il primato della classifica. Alle sue spalle e nella top 10 figurano Finlandia, Svezia, Norvegia, Olanda, Slovenia, Germania, Canada, Irlanda e Australia. La Francia si colloca al 12esimo posto, il Regno Unito al 17esimo, mentre l'Italia si trova alla 19esima posizione, davanti all'Estonia, che chiude la top 20. In coda alla lista dei Paesi peggiori per le donne c’è il Chad, preceduto da Repubblica Democratica del Congo, Congo, Yemen, Niger, Mauritania, Mali, Nigeria, Liberia e Sierra Leone. Proprio l’Africa, infatti, risulta il continente più arretrato per le politiche femminili.

NESSUN PAESE RAGGIUNGERÁ LA PARITÁ ENTRO IL 2030

La lista è redatta in base agli Sdg, i traguardi contenuti nella cosiddetta Agenda 30, un programma di azioni per migliorare la qualità di vita delle persone e la sostenibilità ambientale, creata nel 2015 dai 193 Paesi dell'Onu. Tra i 51 indicatori considerati ci sono le azioni promosse dai singoli Stati contro la discriminazione di genere, la violenza, ma anche quelle a favore dell’accesso all'istruzione e a sostegno della presenza femminile nei ruoli dirigenziali dell'economia e della politica, oltre all’eliminazione del gender salary gap, la differenza salariale tra uomini e donne. Secondo l'Equal measures 2030, report sulla parità di genere sostenuto dalla Fondazione Melissa Gates e pubblicato il 3 giugno, sono 2,8 miliardi (80%) le donne e le ragazze che vivono a livelli definiti da "poveri" a "molto poveri", mentre sono 393 milioni (12%) quelle che vivono in condizioni "accettabili" e 287 milioni (8%) a livelli "buoni". La media globale è ancora però troppo bassa: 65,7 punti su 100, con nessun Paese che riesce a entrare nella fascia dei 90 punti, definita "eccellente". Oltre 60 Stati non sono neppure stati presi in considerazione per i risultati troppo bassi. E la conclusione è chiara: nessuna nazione raggiungerà la parità per il 2030.

Secondo gli esperti il vantaggio dei Paesi europei e del Nord America sta nel maggior sviluppo economico e maggiori risorse disponibili. America Latina e Stati caraibici si trovano al secondo posto (66,5 punti contro 79,1 di Usa e Vecchio Continente), seguiti da Asia, Medio Oriente e Nord Africa e, a chiudere, l'Africa sub-sahariana. Il settore nel quale si sono registrati maggiori progressi riguarda la nutrizione e l'alimentazione (dove si raggiunge un punteggio di 80). Particolarmente critica l'area dell'industria, infrastrutture e innovazione (55), tra i punti deboli anche dell'Italia.

PAGHE TROPPO BASSE, SOPRATTUTTO PER LE AUTONOME

A frenare il nostro Paese è soprattutto il gender salary gap (o gender wage gap). Secondo le rilevazioni Eurostat 2019 nel settore pubblico l’Italia rappresenta uno dei fanalini di coda nel Vecchio Continente, con la 21esima posizione, davanti solo a Polonia, Belgio e Cipro. A guidare la classifica dei virtuosi, invece, sono Regno Unito, Repubblica Ceca e Finlandia, Bulgaria, Svizzera e Spagna. Nell’ambito privato il Belpaese recupera posizioni, risalendo fino alll'ottava posizione. Ma nonostante i dati Ocse, pubblicati in primavera, indichino nel 5,6% la differenza media di retribuzioni tra donne e uomini italiani, i risultati si basano soltanto sul lavoro full time, mentre a discriminare le donne è soprattutto il ricorso al part-time (25% delle donne, secondo i dati Istat), per occuparsi anche della famiglia. Peggio ancora andrebbero le cose per le libere professioniste: secondo il report dell'Associazione degli enti di previdenza privati, che analizza le retribuzioni dei freelance in rapporto a quelle dei dipendenti, nella fascia d’età tra i 30 e i 40 un uomo guadagna mediamente 20mila euro lordi, contro i 17mila di una donna. Tra i 40 e i 50 anni, ossia quella in cui mediamente i figli non sono ancora autonomi, il divario aumenta: i professionisti guadagno circa 40mila euro lordi, contro i 25mila delle colleghe donne.

I TIMORI PER IL DDL PILLON E QUELLA MANCANZA DI DONNE SCIENZIATE

Tra gli altri fattori che rallentano il processo di parità tra uomini e donne ci sono anche lo scarso impegno politico femminile, con poche donne che ancora ricoprono ruoli di prestigio e responsabilità nei governi e in particolare in Italia: una ricerca di Openpolis lo scorso dicembre indicava come solo il 20% dell’esecutivo sia “rosa”. Non va molto meglio nelle amministrazioni regionali (17%) e comunali (30%). A livello di politiche familiari, poi, spaventano alcune riforme finite al centro delle polemiche, come il ddl Pillon sulla bigenitorialità, che penalizzerebbe le madri nei casi in cui viene diagnosticata la controversa sindrome da alienazione genitoriale, che si verifica quando un genitore scredita l'ex coniuge nei casi di affido di figli in seguito a separazione. Si ritiene, infatti, che le donne - statisticamente più vittime di violenze domestiche - possano essere accusate di “alienare” i figli nei confronti dell’ex marito o compagno violento. Infine, la ancora troppo scarsa presenza di donne nelle discipline Stem (acronomimo che sta per science, technology, engeneering and mathematics, cioè scienza, tecnologia, ingegneria e matematica), ossia uno dei settori indicato come critico per l’Italia nel Global gender Index del World Economic Forum non permetta loro di occupare posti di rilievo nel settore in maggiore espansione economica e professionale.

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