13 Marzo Mar 2019 1250 13 marzo 2019

A scuola di imprenditoria femminile

Womanboss Academy forma startupper donne non per forza alla prima esperienza lavorativa. A tu per tu con la fondatrice Alessia D'Epiro che in passato si è occupata anche del lancio in Italia di Peppa Pig. 

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Alessia D Epiro Womanboss

Alessia D'Epiro aveva un lavoro affascinante e soddisfacente, una carriera avviata nel marketing dell'intrattenimento per bambini, ma aveva anche ideali e valori che per lei contavano di più, così ha deciso di smetterla di promuovere cartoni animati e dedicarsi alla formazione e all'empowerment delle donne che decidono di fare impresa con le loro start-up. Così è passata al ruolo di business designer e ha fondato la Womanboss Academy, la prima scuola di formazione imprenditoriale per start up al femminile, pubblicando anche due libri: l'ebook Come capire se la tua idea funziona e ne vale un'impresa e Donne che creano impresa. Il mondo «beauty»: scopri come realizzare la tua start-up attraverso la storia di chi ce l'ha fatta.

IN TOUR PER IL MONDO CON PEPPA PIG

Formatasi con studi di pedagogia e sociologia, Alessia D'Epiro ha sempre visto il marketing come un strumento e non finalità. Per 14 anni ha lavorato con la sua agenzia di comunicazione, affrontando grandi progetti a livello internazionale, lanciando cartoni animati come Pingu, Bob l'Aggiustatutto e Peppa Pig. Ma è stato proprio da qui che ha maturato la sua scelta di cambiare strada: «Mentre terminava questa esperienza maturava in me una coscienza sociale, culturale e politica», ha raccontato a LetteraDonna. «Nei primi anni ero convinta che attraverso il lancio di progetti per bambini si potesse andare a costruire qualcosa che fosse mama-friendly e con valori interessanti». Ci ha provato «avvicinando una non profit come Croce Rossa Italiana e organizzando un tour di 90 tappe per Peppa Pig negli ospedali pediatrici per malati oncologici», ma non le bastava. «Il mio obiettivo era un altro, mi ero resa conto nel mio piccolo quanto era potente la comunicazione. Avevo la possibilità di gestire grossi budget, ma sotto c'era la costruzione e la promozione di un mondo legato sempre più al consumismo, allo sfruttamento di Paesi in cui i diritti sociali non sono rispettati, all'alimentazione del gender gap». Quando ha smesso è stata contatta da aziende ancora più grandi, ma ha detto di no: «Mi sono presa un anno sabbatico, ho studiato, letto e riflettuto, addirittura pensato di fare la contadina perché non volevo più usare nessuno strumento di comunicazione, ma poi ho pensato che anche in ciò che avevo fatto non c'era solo del brutto, ma un bagaglio di esperienze che ricollocato in una vision chiara poteva essere utile a qualcun altro».

UNA MISSIONE PER LA PARITÀ DI GENERE

Così è diventata business designer concentrandosi sulla questione di genere: «Nel 2014, prima delle Bambine Ribelli e prima del #MeToo, era un'esigenza meno sentita a livello sociale». Ed è lì che nasce la Womanboss Academy: «Ho deciso di mettere la mia esperienza di mentoring a disposizione per lo sviluppo di start-up e la parte di coaching necessaria perché c'era un gender gap interiorizzato che emerge parlando con le persone». Womanboss è giunta alla terza edizione, «si avvicinano donne che non sono alla prima esperienza lavorativa, tra i 35 e i 45 anni, e per motivi diversi. A volte perché provengono da aziende non mama-friendly, altre, in percentuale inferiore, perché hanno avuto una crisi di valori come la mia». Si tratta di «persone che vogliono ripartire da sé, crescere, consapevolizzarsi, trovare la propria sensibilità e con un concetto contributivo della propria carriera». Finora il progetto ha coinvolto circa tremila persone, per la quarta edizione l'obiettivo è di raggiungere quota diecimila. Fondamentale, nel suo approccio, è il concetto di leadership inclusiva: «La mia visione è un po' diversa rispetto al femminismo un po' datato, che vedeva l'uomo come un avversario. In ognuno di noi c'è una parte maschile e una parte femminile, l'apporto delle donne nell'impresa dà un plus di intelligenza emotiva, più aperta e fluida, ma il vero salto avviene quando si ragione in ottica inclusiva. La vera modalità è l'integrazione: per portare avanti un'azienda servono doti maschili e doti femminili, e serve che lavorino insieme».

LA TECNOLOGIA COME STRUMENTO PER LA PARITÀ DI GENERE

Per il raggiungimento della parità di genere, un importante ruolo può essere svolto dalla tecnologia: «Nella libera professione una chance importante che dovremmo capire è quella data dalla flessibilità e il salto del gender gap potrebbe essere più semplicemente assorbito attraverso l'innovazione. La donna 4.0 può connettersi ovunque e da dove vuole attraverso un url. Quando si parla di innovazione e internet non ci sono le dinamiche già precostituite a livello di gerarchie, si possono costruire, progettare e presentare prodotti che finora sono stati appannaggio degli uomini». E non è affatto detto che la famiglia debba essere necessariamente un ostacolo alle carriere delle donne: «Dalla famiglia si possono imparare un sacco di cose, ma io punterei sulla possibilità di riscriversi come modello di coppia, uomo-donna, di costruire nuove dinamiche. Attraverso la genitorialità si impara anche la capacità del problem-solving, a dare le priorità nella gestione del tempo, a lavorare sulla qualità e non sulla quantità e ottenere risultati migliori. Ci sono molte similitudini tra famiglia e impresa».

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